
Dalle ferite di Superga al dramma del Maracanã
Il Mondiale del 1950 fu uno dei più particolari e drammatici della storia del calcio. Il torneo segnò il ritorno della Coppa del Mondo dopo la lunga interruzione causata dalla Seconda guerra mondiale e raccontò storie di dolore, speranza e imprese inattese.
L’Italia si presentò in Brasile da campione del mondo in carica. Gli azzurri avevano vinto le edizioni del 1934 e del 1938 e nessuno era riuscito a strappargli il titolo, poiché i Mondiali previsti nel 1942 e nel 1946 non erano stati disputati. Tuttavia, quella squadra non assomigliava più alla grande Nazionale che aveva dominato negli anni precedenti.
Il 4 maggio 1949 il disastro di Superga aveva sconvolto il Paese. L’aereo che riportava a casa il Grande Torino si schiantò contro la collina torinese, causando la morte di giocatori, dirigenti e membri dell’equipaggio. In un solo istante il calcio italiano perse la squadra più forte d’Europa e gran parte della Nazionale. I vari Valentino Mazzola, Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Virgilio Maroso, Mario Rigamonti ed Eusebio Castigliano non poterono più indossare la maglia azzurra.
A raccogliere quell’eredità difficilissima furono giocatori chiamati a sostituire campioni diventati leggenda. Tra loro c’era il portiere Giuseppe Moro, detto Bepi, uno dei migliori numeri uno italiani del periodo. Per molti anni aveva vissuto all’ombra di Valerio Bacigalupo, considerato il portiere più forte del Paese. Dopo Superga si ritrovò improvvisamente titolare, ma quel posto conquistato aveva il sapore amaro della tragedia.
La paura dell’aereo, nata proprio dopo l’incidente di Superga, influenzò pesantemente la preparazione italiana. La federazione decise infatti di raggiungere il Brasile via mare. Gli azzurri partirono da Napoli e affrontarono una lunga traversata dell’Atlantico che durò oltre due settimane. Allenarsi su una nave era complicato, gli spazi erano limitati e le condizioni fisiche ne risentirono. Molti osservatori ritennero che quel viaggio avesse indebolito la squadra prima ancora dell’inizio del torneo.
Quando l’Italia arrivò in Brasile trovò un ambiente completamente diverso da quello europeo. Le città erano in festa e l’attesa per il Mondiale era enorme. I brasiliani erano convinti che quella sarebbe stata finalmente la loro Coppa del Mondo. Gli azzurri, invece, non riuscirono mai a trovare continuità. La sconfitta per 3-2 contro la Svezia nella partita d’esordio compromise subito il cammino. La successiva vittoria contro il Paraguay non bastò a ribaltare la situazione e l’Italia venne eliminata prematuramente. Era la fine del regno mondiale iniziato sedici anni prima.
Ma il torneo riservava ancora pagine destinate a entrare nella leggenda. Una delle sorprese più incredibili arrivò il 29 giugno, quando gli Stati Uniti batterono l’Inghilterra per 1-0. Gli inglesi erano considerati i maestri del calcio e si presentavano come grandi favoriti. Gli americani, al contrario, erano composti in gran parte da dilettanti: postini, operai, studenti e lavoratori che giocavano a calcio nel tempo libero. Il gol decisivo fu segnato da Joe Gaetjens. In porta gli Stati Uniti trovarono un eroe in Frank Borghi, autore di una serie di interventi straordinari. Il risultato fu talmente inatteso che alcuni giornali britannici pensarono inizialmente a un errore di trasmissione, immaginando che il punteggio corretto fosse 10-1 per l’Inghilterra.
Tuttavia, nessuna storia di quel Mondiale avrebbe avuto la forza emotiva del cosiddetto Maracanazo. Per la fase finale il regolamento prevedeva un girone conclusivo tra Brasile, Uruguay, Spagna e Svezia. I brasiliani travolsero gli avversari con un calcio spettacolare, segnando gol a raffica e convincendo tutti che il titolo fosse ormai loro. Alla vigilia dell’ultima partita bastava un pareggio contro l’Uruguay per diventare campioni del mondo.
Il 16 luglio 1950 quasi 200.000 persone riempirono il gigantesco stadio Maracanã di Rio de Janeiro. Fu una delle più grandi folle mai viste in una partita di calcio. Il Brasile era già pronto alla festa. I giornali avevano celebrato la vittoria prima ancora che la gara iniziasse. Erano state stampate medaglie commemorative e preparati discorsi ufficiali per celebrare il trionfo.
Quando nel secondo tempo Friaça portò in vantaggio il Brasile, tutto sembrò procedere secondo copione. Lo stadio esplose di gioia e milioni di persone credettero che la Coppa fosse ormai conquistata. L’Uruguay, però, non si arrese. Al 66′ Juan Alberto Schiaffino pareggiò i conti e riportò in partita la Celeste. A quel punto il Brasile sarebbe stato comunque campione grazie al pareggio, ma l’equilibrio psicologico della gara era cambiato.
A undici minuti dalla fine arrivò il momento che cambiò la storia del calcio sudamericano. Alcides Ghiggia partì sulla fascia destra, superò il proprio marcatore e invece di crossare tirò sul primo palo. Il portiere brasiliano Moacir Barbosa venne sorpreso. La palla entrò in rete.
Uruguay 2, Brasile 1. Il Maracanã piombò in un silenzio irreale. Decine di migliaia di persone rimasero immobili. Alcuni piansero, altri non riuscivano a credere a ciò che avevano visto. Quella sconfitta divenne una ferita nazionale. Ancora oggi in Brasile il termine “Maracanazo” evoca uno dei momenti più dolorosi della storia sportiva del Paese.
Per l’Uruguay, invece, fu il secondo titolo mondiale dopo quello conquistato nel 1930. Per il Brasile rappresentò un trauma collettivo che avrebbe influenzato generazioni di tifosi e calciatori. Il Mondiale del 1950 rimane così uno dei più affascinanti di sempre. Fu il torneo della ricostruzione italiana dopo Superga, dell’incredibile impresa degli Stati Uniti contro l’Inghilterra e soprattutto del Maracanazo, la partita che insegnò al mondo che nel calcio nessuna vittoria è certa fino all’ultimo minuto.
Mario Bocchio
I DUE PERSONAGGI
L’EPISODIO
IL PORTIERE ITALIANO
LO SAPEVATE?
