
Prima ancora che il calcio diventasse industria e televisione, il Fanfulla aveva già costruito una piccola epopea: una maglia, una città e un passato arrivato fino alla Serie B
Colori che appartengono a tutti e, nello stesso tempo, raccontano qualcuno in particolare. Il bianconero, nel calcio italiano, sembra avere un proprietario naturale. Ma basta uscire dalle grandi città, attraversare la provincia e scavare nella memoria degli stadi per scoprire che quelle due strisce hanno avuto molte vite. Una di queste porta a Lodi.

Qui il bianconero non è soltanto una combinazione cromatica. È il segno distintivo del Fanfulla, società che prende il nome da uno dei personaggi più celebri della tradizione lodigiana e che, nel corso della sua lunga esistenza, è arrivata molto più in alto di quanto oggi possano suggerire le sue dimensioni. Il riferimento è a Fanfulla da Lodi, il condottiero ricordato soprattutto per la partecipazione alla Disfida di Barletta del 1503. La sua figura è entrata nei libri di storia, nella letteratura e nell’immaginario popolare. Il calcio cittadino ne ha raccolto il nome e, attraverso lo stemma e i colori sociali, anche parte della simbologia. Ma la vera storia comincia quando quella leggenda smette di essere soltanto memoria e diventa una maglia da indossare. Quando Lodi arrivò in Serie B
Per una città di provincia, il salto nel calcio nazionale rappresentava molto più di una promozione. Significava entrare in un mondo nel quale le piccole realtà potevano ancora misurarsi con piazze destinate, negli anni successivi, a diventare protagoniste del professionismo. Il Fanfulla ci arrivò alla fine degli anni Trenta. Nel 1938 conquistò la Serie B, aprendo una parentesi destinata a lasciare una traccia profonda nella storia della società. Dopo la guerra arrivò un’altra promozione, nel 1949. E fu allora che il sogno lodigiano raggiunse il punto più alto.

La stagione 1950-‘51 rimane quella da raccontare ai più giovani quando si parla del Fanfulla dei tempi d’oro. La squadra concluse il campionato cadetto al sesto posto, mettendosi alle spalle numerose società che avevano già una tradizione importante. A guidare l’attacco c’era Andrea Marzani, arrivato dal Palermo. Diciotto gol furono il suo contributo a una squadra che per una stagione riuscì a trasformare Lodi in una delle sorprese del calcio nazionale. Erano altri tempi. Gli stadi erano più piccoli, le distanze sembravano più lunghe e una squadra di provincia poteva ancora permettersi di guardare negli occhi le grandi. Il calcio passa, la memoria resta
Quella stagione non diventò l’inizio di una nuova era. Il Fanfulla avrebbe lasciato nuovamente la Serie B nel 1954, in una stagione segnata anche da una vicenda disciplinare. Da allora il percorso sarebbe diventato più accidentato. Il club attraversò decenni di Serie C, campionati minori e ripartenze, fino all’ultima apparizione in Serie C2 nel 1985-‘86. Nel mezzo arrivò comunque un altro trofeo importante: la Coppa Italia di Serie C del 1983-‘84. Il resto è la storia tipica delle società che hanno conosciuto il grande calcio senza riuscire a trasformarlo in una condizione permanente: discese, risalite, campionati regionali e nuove generazioni chiamate a difendere una tradizione che rischiava di diventare soltanto un ricordo. Eppure il Fanfulla ha continuato a produrre memoria. Quelli che passarono da Lodi.

Sfogliando gli archivi si incontrano nomi che raccontano quanto fosse importante, un tempo, una società come quella lodigiana. Da Lodi sono transitati giocatori che avrebbero poi trovato spazio nelle grandi squadre e perfino in Nazionale. Gianpiero Marini avrebbe indossato la maglia dell’Italia campione del mondo nel 1982. Rino Marchesi sarebbe arrivato a vincere trofei europei con la Fiorentina. Egidio Capra avrebbe giocato in azzurro. Ci sono poi Mario Acerbi, campione d’Italia con la Roma, e Corrado Verdelli, protagonista dello scudetto dell’Inter. Altri nomi hanno avuto percorsi differenti, come Nicola Boselli, inserito nella rosa del Bologna vincitore dell’Intertoto nel 1998, o Riccardo Maspero, protagonista con la Cremonese. E c’è Giuseppe Sannino, uno di quei personaggi che hanno costruito la propria carriera attraversando molte piazze del calcio italiano. Ma se esiste un nome che appartiene più di ogni altro al Fanfulla è quello di Silvio Dellagiovanna. Le sue 176 reti rappresentano il riferimento assoluto nella storia realizzativa del club.

Un’altra storia particolare è quella di Alberto Spelta, il giocatore che a Lodi si guadagnò il soprannome di “Jair bianco”. Con il Modena diventò capocannoniere della Serie B nel 1970-‘71 e lasciò un ricordo importante anche nel calcio calabrese. Quattro volte campione in provincia. Il Fanfulla non ha smesso di vincere nemmeno dopo aver abbandonato definitivamente il palcoscenico della Serie B. Sono arrivati i successi in Promozione nel 1921-‘22 e nel 2012-‘13, quindi quelli in Eccellenza nel 2004-‘05 e nel 2017-‘18. Numeri apparentemente lontani dai fasti del dopoguerra, ma che raccontano un’altra forma di resistenza: quella delle società che continuano a esistere quando il calcio intorno cambia completamente.

Oggi il Fanfulla appartiene a un’altra dimensione. Non ci sono più le grandi sfide di mezzo secolo fa, né la ribalta della Serie B. Restano però una città, una maglia e un nome che continua a evocare qualcosa. Perché la storia del calcio italiano non è fatta soltanto di Juventus, Milan, Inter o grandi stadi. È fatta anche di Lodi, di domeniche di provincia, di vecchie fotografie e di maglie conservate negli armadi. E dentro quelle strisce bianche e nere c’è ancora il viaggio di una società che ha conosciuto il calcio dei grandi, è tornata nell’ombra e non ha mai smesso di raccontare da dove veniva.
Il Fanfulla non è soltanto il passato del calcio lodigiano. È uno di quei pezzi di provincia che, proprio perché sembrano piccoli, aiutano a capire quanto sia stata grande la storia del calcio italiano.
Mario Bocchio
