Alberto Spelta, il “Jair bianco” che ha attraversato il calcio con leggerezza e passione
Ott 15, 2026

Dal Fanfulla alla Serie A, passando per il Modena capocannoniere in B e il Catanzaro delle amicizie rimaste nel tempo: ritratto di un attaccante lodigiano che ha fatto del calcio anche una questione di uomini, rispetto e appartenenza

Alcuni calciatori lasciano il segno con le reti, altri con le stagioni vissute da protagonisti. Alberto Spelta ha fatto entrambe le cose, costruendo una carriera lunga e itinerante, dalle province del calcio lombardo agli stadi della Serie A, senza perdere il legame con le proprie origini. Per tutti era il “Jair bianco”, un soprannome nato dal confronto con l’ala brasiliana dell’Inter di Helenio Herrera, ispirato soprattutto alle movenze e al modo di interpretare la fascia.

Alberto Spelta sulle figurine “Panini”. Da sinistra: nel Varese, nel Potenza e nel Mantova

“A Lodi mi chiamavano così, ma per scherzare sostenevo che fosse Jair ad assomigliare a me”, ha sempre raccontato con ironia. Una battuta che restituisce bene il carattere di un giocatore capace di affrontare il proprio mestiere senza prendersi troppo sul serio, pur coltivando ambizioni importanti. Nato nel 1942, Spelta muove i primi passi nell’Azzurra e nell’Adda, prima di approdare al Fanfulla. Con la maglia bianconera colleziona 24 presenze e 11 gol, numeri sufficienti per aprirgli le porte del professionismo. Il passaggio al Varese, in Serie B, si rivela il trampolino verso la massima categoria: in due campionati disputa 59 partite e realizza 12 reti. Seguono l’esperienza al Potenza e il trasferimento al Mantova, dove rimane per quattro stagioni, diventando uno degli uomini di riferimento della formazione virgiliana.

Ai tempi del Mantova, insieme a Pelé: è il primo partendo da sinistra

La domenica in cui il Mantova fermò l’Inter

Fra i ricordi più particolari della sua esperienza mantovana c’è la partita che contribuì a spegnere le ambizioni tricolori dell’Inter. I nerazzurri, reduci dalla delusione europea contro il Celtic, si presentarono con l’obiettivo di difendere il primato, ma finirono per inciampare in una giornata inattesa, segnata anche da un errore del portiere Giuliano Sarti. Spelta conserva ancora l’immagine di quella squadra ferita dalla sconfitta. Da juventino, avrebbe avuto tutte le ragioni per festeggiare il passo falso degli avversari storici. Eppure, osservando la delusione sui volti di Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola, provò anche un sentimento di dispiacere. Un episodio che racconta qualcosa del suo modo di intendere il calcio: la rivalità non doveva cancellare il rispetto per chi aveva appena perso.

Marcatore letale nel Modena

Modena, quindici gol per conquistare il titolo di bomber

Nell’estate del 1970 Spelta arriva al Modena, al termine di una trattativa nella quale era entrata anche la Reggina. La permanenza in Emilia dura una sola stagione, ma basta a lasciare un’impronta significativa nella storia personale dell’attaccante. Nel campionato di Serie B 1970-‘71 realizza 15 gol in 37 partite, chiudendo al primo posto nella classifica dei marcatori insieme a Magistrelli del Como. Il suo contributo risalta ancora di più se confrontato con quello del secondo miglior realizzatore gialloblù, Giordano Galli, fermo a quattro reti. Fra le marcature di quell’annata ce n’è una particolarmente cara alla memoria dei tifosi modenesi: quella segnata alla Favorita di Palermo l’8 novembre 1970, quando il suo gol nel finale consegna alla squadra emiliana una vittoria destinata a rimanere l’ultima affermazione in campionato del Modena sul campo rosanero.

Nel Catanzaro alla “Favorita” di Palermo: con lui l’allenatore Gianni Di Marzio

Spelta ricorda con piacere quell’esperienza e i compagni con cui condivise lo spogliatoio. Fra questi c’era Jorge Toro, centrocampista cileno dalla grande qualità tecnica, apprezzato soprattutto per la precisione nelle punizioni. Una squadra rimasta nella memoria dei sostenitori, che avevano individuato in alcuni dei suoi protagonisti i simboli di una stagione speciale. A Modena il lodigiano si guadagna anche un altro primato: quello di avere interrotto l’imbattibilità del portiere della Reggina Jacoboni, battendolo dal dischetto dopo una serie di 1.088 minuti senza subire gol. Fra le sue vittime eccellenti figura inoltre Pozzani, estremo difensore del Catanzaro, superato in una gara che costò ai calabresi una delle rare sconfitte di un campionato comunque concluso con la promozione.

Catanzaro, il calcio che diventa amicizia

Proprio il Catanzaro rappresenta il capitolo successivo della carriera di Spelta e, probabilmente, quello più ricco di legami umani. A convincerlo a trasferirsi in Calabria è Gianni Seghedoni, allenatore modenese che lo aveva già guidato nella stagione precedente e che ne conosceva le qualità. L’avventura giallorossa non comincia nel modo sperato: la squadra, appena salita in Serie A, retrocede al termine del campionato, nonostante una storica vittoria contro la Juventus firmata da Mammì. Ma il rapporto con l’ambiente resiste alle difficoltà e si consolida negli anni successivi, fino al ritorno nella massima serie.

Al termine della carriera con la Vigor Lamezia

Con il Catanzaro Spelta disputa complessivamente 133 partite, segnando 29 gol. I numeri, tuttavia, raccontano soltanto una parte della storia. Nello spogliatoio stringe amicizie che superano il confine della carriera sportiva: da Palanca a Banelli, da Branca a Silipo, fino a Claudio Ranieri. Con alcuni di loro il rapporto è rimasto vivo anche a distanza di decenni, alimentato da incontri, telefonate e vacanze condivise in Calabria. È forse questo il patrimonio più prezioso lasciato da quegli anni: la possibilità di ritrovarsi, ormai lontani dai campi, con lo stesso spirito di quando si dividevano allenamenti, trasferte e domeniche di campionato.

Dalla promozione alla panchina: la seconda vita di Spelta

Chiusa la carriera da calciatore, Spelta non abbandona il pallone. A Lamezia comincia il percorso da allenatore ottenendo risultati importanti: in tre stagioni accompagna la squadra dalla Promozione alla Serie C. Dopo una parentesi alla Rossanese, torna a Catanzaro per guidare la formazione Primavera, lavorando anche con due giovani destinati a raggiungere traguardi prestigiosi, Massimo Mauro e Marco Borriello. Seguono le esperienze in Serie C1 con Rende e Messina, quindi un nuovo passaggio a Catanzaro e il ritorno nella sua terra. Nel 1985-‘86 siede sulla panchina del Fanfulla, la società che lo aveva lanciato, per poi proseguire il lavoro con altre realtà del territorio lodigiano. Il legame con la squadra bianconera rimane particolarmente intenso. Spelta guarda con amarezza alle difficoltà attraversate da un club dalla storia importante, capace in passato di arrivare fino alla Serie B, e spera che il suo contributo possa aiutare a restituire slancio al calcio locale.

Insieme al vero Jair

Anche a Montanaso Lombardo, dove vive, continua a frequentare i campi quando gli acciacchi glielo permettono, dando una mano nell’attività di base. Per lui il rapporto con i giovani è un modo naturale di restituire qualcosa allo sport che lo ha accompagnato per tutta la vita.

Prima gli uomini, poi gli schemi

C’è un principio che Alberto Spelta ha cercato di portare con sé dal rettangolo verde alla panchina. Non riguarda il modulo, la preparazione atletica o la disposizione dei giocatori, ma il modo di stare insieme. Nel corso della carriera ha incontrato allenatori che gli hanno trasmesso valori destinati a durare più dei risultati. Fra questi ricorda Giancarlo Cadè, esempio di serietà e correttezza. Da quei maestri ha imparato che il rispetto, l’onestà e la qualità dei rapporti umani vengono prima delle questioni tattiche. Questo non significa trascurare la tecnica. Spelta, anzi, ha sempre sostenuto l’importanza di costruire il gioco sulle caratteristiche degli uomini a disposizione, evitando complicazioni inutili e cercando di valorizzare le qualità individuali. Anche quando il 4-4-2 rappresentava il riferimento più diffuso, riteneva che un allenatore dovesse saper adattare le proprie idee ai calciatori, anziché costringerli dentro schemi rigidi.

Il percorso di Spelta, dal Fanfulla alla Serie A, dal titolo di capocannoniere con il Modena agli anni trascorsi a Catanzaro, fino all’impegno con i giovani, restituisce così il ritratto di un uomo che ha attraversato il calcio professionistico senza smarrire il senso delle proporzioni. Il soprannome di “Jair bianco” rimane una curiosità divertente, i quindici gol in Serie B un risultato da ricordare, le stagioni in giallorosso un capitolo fondamentale. Ma il filo che unisce tutte queste esperienze è un altro: la convinzione che una carriera non si misuri soltanto con le reti segnate e le panchine occupate, ma anche con le persone incontrate e i rapporti che resistono al tempo. E per Spelta, a quanto pare, la partita più bella è quella che continua anche dopo il fischio finale.

Mario Bocchio

Condividi su: