
La squadra di Beskov, costruita attorno ai talenti dello Spartak Mosca, sfiorò la finale davanti al proprio pubblico. Dopo la beffa con la Germania Est arrivò il terzo posto contro la Jugoslavia
Il torneo di calcio dei Giochi olimpici di Mosca 1980 si disputò in quattro delle principali città dell’Unione Sovietica: Mosca, Leningrado, Kiev e Minsk. Per la nazionale di casa era un appuntamento particolare, giocato davanti a un pubblico che sognava una medaglia e, possibilmente, il gradino più alto del podio.
A guidare l’URSS c’era Konstantin Beskov, che in quegli anni allenava anche lo Spartak Mosca. Non sorprende, quindi, che la nazionale olimpica fosse largamente rappresentata dai giocatori dello Spartak: Rinat Dasaev, Vagiz Khidiatullin, Oleg Romantsev, Yuri Gavrilov, Fëdor Čerenkov e Sergej Šavlo erano alcuni dei protagonisti di quella squadra.

Il torneo prevedeva una prima fase con quattro gironi da quattro squadre. Le prime due di ciascun gruppo accedevano ai quarti di finale. L’URSS superò la prima fase senza particolari difficoltà. Cuba, Venezuela e Zambia furono sconfitte con un impressionante bilancio complessivo di 15 gol segnati e appena uno subito. Il cammino verso le medaglie sembrava dunque avviato nel migliore dei modi. Nei quarti di finale arrivò la sfida contro il Kuwait. A decidere la partita furono le reti di Yuri Gavrilov e Fëdor Čerenkov, che permisero ai sovietici di imporsi per 2-1 e conquistare un posto tra le quattro migliori del torneo.

Poi arrivò la semifinale, e con essa la partita che avrebbe lasciato il rimpianto più grande. Di fronte c’era la Germania Est, squadra organizzata e difficile da superare. L’episodio decisivo arrivò sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Rüdiger Schnuphase riuscì a prolungare di testa il pallone, mentre Wolf-Rüdiger Netz, sfuggito alla marcatura, si trovò praticamente solo davanti alla porta e realizzò il gol dell’1-0. La Germania Est provò inizialmente a sfruttare l’inerzia del vantaggio, creando altre occasioni. Nella ripresa, però, l’URSS si riversò all’attacco. Anche i difensori parteciparono al forcing e la pressione divenne sempre più intensa. Il pareggio sembrava nell’aria, ma il pallone continuava a rifiutarsi di entrare. Gavrilov ebbe una grande occasione, ma il suo tiro fu deviato sulla traversa. Šavlo colpì a sua volta il legno. Poi Vladimir Bessonov mandò Valeri Gazzaev solo davanti al portiere, ma l’attaccante non riuscì a concretizzare. Nel finale arrivò un’altra occasione clamorosa: Khidiatullin, in tuffo, cercò la deviazione di testa verso la porta. Anche quella volta, però, la fortuna voltò le spalle ai padroni di casa.

L’URSS era fuori dalla finale. Restava la partita per il bronzo, contro la Jugoslavia. I balcanici mostrarono un atteggiamento più offensivo, mentre i sovietici mantennero più a lungo il possesso del pallone senza riuscire, almeno nel primo tempo, a trasformarlo in occasioni concrete. La svolta arrivò nella ripresa. Beskov mandò in campo Khoren Oganesyan al posto di Gazzaev e fu proprio il centrocampista armeno a sbloccare la partita. Su un calcio d’angolo battuto da Čerenkov, Oganesyan vinse il duello aereo con Primožar e spedì il pallone in rete di testa. L’URSS aveva finalmente trovato il vantaggio. A otto minuti dalla fine arrivò anche il raddoppio. Gavrilov inventò un passaggio in profondità per Sergej Andrejev, che si inserì nello spazio e firmò il 2-0. Il bronzo era conquistato.

La medaglia d’oro andò invece alla Cecoslovacchia, capace di battere 1-0 la Germania Est nella finale. Per l’Unione Sovietica rimase il terzo posto, una medaglia conquistata dopo un torneo nel quale la squadra di Beskov aveva mostrato qualità e carattere, ma anche pagato a caro prezzo quella semifinale persa di misura. E ci fu anche una soddisfazione individuale: Sergej Andrejev, attaccante sovietico, chiuse il torneo al primo posto nella classifica dei marcatori con cinque reti.
A Mosca, dunque, il calcio olimpico regalò all’URSS un bronzo e soprattutto una partita rimasta nella memoria: quella semifinale contro la Germania Est in cui, per un’intera ripresa, il pallone sembrò non voler entrare nella porta tedesca.
Mario Bocchio
