Il Genoa che tornò in B: il giorno del Ferraris, tra Turone, Capogna e i sogni di una generazione
Ott 10, 2026

13 giugno 1971, Marassi è una bolgia: il Grifone supera il Rimini 2-1 e chiude il lungo duello con la Spal. Una squadra costruita sulla difesa, ma anche un gruppo di uomini e storie che raccontano un calcio ancora lontano dalla modernità

Quella partita è rimasta nella memoria. Le partite erano ancora frammenti confusi: colori, rumori, qualche volto, la sensazione di trovarsi in mezzo a una folla enorme. Il Genoa-Rimini del 13 giugno 1971 è diverso. Forse perché c’era in palio qualcosa di grande, forse per quel Ferraris gremito, forse perché un bambino percepisce in modo particolare le giornate che gli adulti considerano importanti.

Quel giorno il Genoa tornò in Serie B. Il Grifone era appena precipitato per la prima volta nella sua storia in Serie C e aveva trasformato quella stagione in una lunga rincorsa alla rinascita. Alla guida c’era Arturo Silvestri, tecnico severo, uomo di calcio di un’altra epoca, capace di costruire una squadra essenziale e difficilissima da superare.

Maurizio Turone con la fascia di capitano

Il campionato 1970-‘71, nel girone B, fu soprattutto un confronto a distanza con la Spal. Il Genoa chiuse davanti a tutti con 56 punti, appena due in più degli estensi. Dietro, il vuoto. La squadra rossoblù concesse pochissimo: soltanto dodici gol incassati nell’arco delle 38 giornate, un dato che racconta meglio di qualsiasi aggettivo la sua solidità. A settembre, intanto, era cambiata anche la presidenza, con il passaggio da Virgilio Bazzani ad Angelo Tongiani. Ma sul campo la rotta era rimasta quella indicata da Silvestri. Una delle giornate decisive arrivò in Sardegna, sul campo della Torres. Il Genoa riuscì a imporsi in trasferta e per quella partita i sostenitori rossoblù organizzarono una trasferta destinata a entrare nella memoria della tifoseria: il viaggio sulla nave-traghetto Caralis. Era un altro calcio, nel quale una partita poteva trasformarsi in un viaggio collettivo e una trasferta diventare un’avventura.

Claudio Capogna, a destra. A sinistra l’allenatore Arturo Silvestri, per tutti “Sandokan”

Quando arrivò l’ultima giornata, il quadro era ormai chiaro. Il Genoa aveva due punti di margine sulla Spal. Bastava vincere. Al Ferraris arrivò il Rimini. Lo stadio era stracolmo, con una partecipazione stimata in circa 55 mila persone. Per un bambino una quantità di gente simile poteva sembrare infinita. Il Genoa partì subito forte. Al 6′ Speggiorin trovò la rete del vantaggio, ma l’euforia durò appena cinque minuti. All’11’ Rossetti deviò nella propria porta un pallone che rimise in equilibrio la partita.

Nel Rimini giocava anche Valerio Spadoni, attaccante destinato poco dopo a vestire la maglia della Roma. Ma quella domenica il protagonista doveva essere il Genoa. La ripresa fu un assedio. I rossoblù continuarono ad attaccare alla ricerca del gol che avrebbe chiuso il campionato. Al 66′ arrivò l’episodio decisivo: calcio di rigore per il Genoa. Sul dischetto si presentò Ramón Turone. Gol. Il 2-1 diventò il risultato della promozione. Il Ferraris esplose e il Genoa tornò immediatamente in Serie B.

In campo c’erano Lonardi, Rossetti, Ferrari, Derlin, Benini, Turone, Perotti, Maselli, Cini, Bittolo e Speggiorin. Una formazione che oggi appare come una fotografia di un calcio lontanissimo, ma che per quella generazione rappresentò il ritorno alla normalità dopo l’improvviso precipitare in terza serie.

Il Genoa batte il Rimini ed è promosso in Serie B

Gli uomini oltre la formazione

Dietro quella squadra c’erano anche storie personali che meritano di essere ricordate. Una di queste è quella di Giuseppe Vergai, nato a Caprile di Ligonchio nel 1950. Arrivato al Genoa attraverso il settore giovanile, percorse tutta la trafila fino alla prima squadra. Il debutto arrivò nel finale della stagione 1968-‘69, quando il Genoa era ormai avviato alla retrocessione. Aveva diciannove anni e davanti a sé il Pisa. La maglia numero 11, l’esordio a Marassi, le gambe che tremavano prima del fischio d’inizio. Poi il pallone cominciò a rotolare e la paura lasciò spazio al gioco. La domenica successiva arrivò un’altra occasione, questa volta contro il Mantova, in campo neutro a Firenze. Un’altra partita particolare, un altro stadio carico di storia.

Vergai non riuscì però a trasformare quelle presenze in una carriera professionistica stabile. Il Genoa pensò di mandarlo in prestito alla Salernitana. Lui rifiutò, giudicando troppo lontana la destinazione. Finì così alla Sestrese, prima di lasciare il calcio professionistico.

Una formazione genoana, in piedi da sinistra: Lonardi, Cini, Rossetti, Turone, Benini, Ferrari; accosciati: Bittolo, Perotti, Derlin (capitano), Capogna, Maselli e il massaggiatore

Con il senno di poi avrebbe fatto una scelta diversa. Ma la sua storia non si fermò. Dopo il professionismo arrivarono quindici campionati con il Monterosso, in Promozione, prima da regista, poi da libero e infine da capitano. Nel ricordo di Vergai compaiono molti dei protagonisti di quegli anni: Silvestri, l’allenatore Viviani, Turone, Colaussi, Perotti, Benvenuto, Bittolo e il portiere Grosso, che avrebbe poi intrapreso la professione forense.

Walter Speggiorin

Il calcio, in quegli anni, era anche questo: giocatori che potevano affacciarsi al professionismo per una stagione o poco più e poi tornare alla vita di tutti i giorni senza che il sogno cancellasse il resto.

E poi c’era Capogna, il “messicano”

Tra i personaggi più curiosi di quel Genoa c’era Claudio Capogna, scomparso a 75 anni nella sua Cisterna di Latina. Nella stagione 1970-‘71 disputò soltanto 13 partite, segnando una volta. Quel gol arrivò a Empoli, nella vittoria per 2-0 del Genoa: Cini aveva aperto la partita, Capogna mise il sigillo sul risultato. Numeri modesti, se letti attraverso le statistiche. Ma Capogna non apparteneva alla categoria dei giocatori destinati a essere ricordati soltanto per le presenze e i gol. Era un personaggio.

Era arrivato nel mercato di novembre e il Genoa lo aveva accolto con grandi aspettative. Un titolo sui giornali aveva sintetizzato quelle speranze con una frase rimasta famosa: con Capogna il Genoa avrebbe dovuto sognare.

Il soprannome era “il messicano“, perché Capogna era convinto di avere le qualità per essere convocato ai Mondiali di Messico 1970. Aveva un modo di stare nel calcio tutto suo, così come era particolare il suo modo di vestire. Con Turone aveva stretto un rapporto di amicizia. I due amavano abiti appariscenti, camicie vistose e pantaloni aderenti che terminavano a zampa d’elefante. Erano gli anni nei quali anche l’abbigliamento raccontava un modo diverso di vivere il calcio. Silvestri, però, era di un’altra scuola. Il tecnico, soprannominato Sandokan, era un uomo rigoroso. Per lui il talento doveva essere accompagnato dalla disciplina e Capogna rappresentava spesso l’esatto contrario.

Il rapporto tra i due era fatto di contrasti, rimproveri e anche di episodi diventati leggendari. A Empoli, dopo aver segnato il suo unico gol con il Genoa, Capogna raccontò di avere rischiato una sonora lavata di capo perché, prima di concludere, aveva dribblato una quantità di avversari che aveva fatto perdere la pazienza al tecnico. La spiegazione del giocatore fu perfettamente coerente con il personaggio: non aveva tirato prima perché, disse, voleva arrivare fino in porta con il pallone.

Un’altra volta Silvestri lo sorprese mentre cercava di uscire dalla finestra dell’Hotel Mediterranée, dove alloggiavano i calciatori senza famiglia. E anche la sua passione per le automobili finì per creare qualche problema. Capogna aveva acquistato da Renzo Fossati una Matra Simca, una spider gialla. Dopo un allenamento decise di mostrarla agli amici e partì. Non fece semplicemente un giro: percorse circa 1.200 chilometri tra andata e ritorno. Era Capogna. E forse bastava questo per spiegare il personaggio.

Una squadra, una città, una memoria

Il Genoa del 1970-‘71 non fu soltanto una squadra capace di vincere un campionato. Fu una formazione nella quale convivevano caratteri diversissimi: la disciplina di Silvestri, la solidità di una difesa quasi impermeabile, l’esperienza di Turone, la fantasia di Capogna, le speranze dei giovani. E soprattutto c’era una città che voleva tornare a respirare dopo la retrocessione.

I festeggiamenti per la promozione

Quel 13 giugno il Rimini fu l’ultimo ostacolo. Speggiorin aprì la partita, l’autorete di Rossetti riportò tutto in equilibrio e Turone, dal dischetto, scrisse la parola fine. Genoa 2, Rimini 1. Serie B.

Dieci anni dopo, curiosamente, il Rimini sarebbe tornato a incrociare il destino del Genoa in un’altra giornata legata a una promozione, questa volta verso la Serie A. Ma quella è un’altra storia. Quella del 1971 rimane la storia del Ferraris pieno, del rigore di Turone, della corsa verso la Serie B e di una squadra che, dopo essere precipitata in C, seppe risalire immediatamente.

Mario Bocchio

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