Parigi 1926, quando il calcio sovietico incontrò il mondo operaio
Ott 9, 2026

Il 1 gennaio l’URSS affrontò a Parigi una selezione della Federazione sportiva del lavoro. Una partita nata come evento calcistico ma diventata anche una vetrina politica, con un protagonista destinato a entrare nella storia: il futuro artefice del “Magico Magiaro” Gusztáv Sebes

Il 25 dicembre 1925 L’Humanité annunciava in prima pagina un appuntamento destinato a essere molto più di una semplice partita di calcio. Il primo gennaio dell’anno successivo, allo stadio Pershing di Parigi, la selezione sovietica avrebbe affrontato una rappresentativa francese in quello che i giornali chiamavano ancora semplicemente “France-Russie”.

Per il quotidiano comunista l’appuntamento aveva già i contorni di una grande manifestazione popolare. “Tutto il proletariato parigino” avrebbe dovuto accorrere per applaudire i “compagni russi”. Era il 1926 e il calcio internazionale non aveva ancora assunto la fisionomia che avrebbe avuto nei decenni successivi. L’Unione Sovietica era nata da pochi anni e la sua nazionale viveva al di fuori delle grandi strutture del calcio mondiale. La federazione sovietica sarebbe entrata nella FIFA soltanto nel 1947.

L’Unione Sovietica nel 1925 ad Ankara, prima della sfida contro la Turchia

La squadra dell’URSS aveva quindi costruito le proprie prime esperienze internazionali soprattutto attraverso tournée e incontri con rappresentative legate al movimento operaio. Era già accaduto in Finlandia, Svezia e Germania. Anche in Francia il confronto sarebbe stato organizzato secondo questa logica. La partita di Parigi, dunque, non era soltanto un incontro sportivo. Era anche un’occasione per mostrare all’estero l’immagine della nuova società sovietica. Nei giorni precedenti alla gara L’Humanité seguì quasi quotidianamente l’arrivo e la preparazione degli ospiti. I calciatori sovietici venivano presentati come giovani rappresentanti di una realtà nella quale, secondo la narrazione comunista dell’epoca, la Rivoluzione aveva finalmente dato allo sport una funzione sociale e educativa. Il calcio diventava così uno strumento per celebrare le trasformazioni avvenute dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

Non mancavano naturalmente gli elogi alla squadra. Prima ancora del calcio d’inizio, L’Humanité era convinta che i sovietici avrebbero offerto “una bellissima partita” e che la loro vittoria avrebbe dimostrato anche in Francia i progressi compiuti dall’educazione fisica nella Russia sovietica. I calciatori erano descritti contemporaneamente come sportivi e come ambasciatori di un sistema politico. Nel giorno della partita, il portavoce della delegazione sovietica si rivolse agli “sportsmen operai di Francia”, invocando l’unione fraterna e l’unità dello sport operaio.

La contrapposizione era esplicita: da una parte lo sport dei lavoratori, dall’altra quello definito borghese. In un articolo pubblicato alla vigilia, il giornalista comunista Michel Marty trasformava addirittura il confronto calcistico nel simbolo di una battaglia sociale. Lo sport, secondo questa visione, non doveva servire a divertire la borghesia o a preparare giovani destinati a diventare soldati degli eserciti imperialisti. Doveva invece costruire forza, disciplina e capacità al servizio della classe operaia e della Rivoluzione.

Ma non tutta la stampa francese guardava alla partita con lo stesso entusiasmo. Il 2 gennaio Le Petit Parisien raccontò l’ingresso in campo dei sovietici sottolineandone l’aspetto quasi militare: maglie rosse, passo cadenzato, bandiera dei Soviet e canto dell’Internazionale. Poi arrivava il risultato, quasi con ironia: dopo una “partita molto amichevole”, la Russia aveva vinto 4-0.

La squadra russa sulla prima pagina de “L’Humanité” del 31 dicembre 1925.

Ancora più esplicito fu Paris-Soir. Il giornalista sportivo Arnold Bontemps denunciò quella che definiva la “demagogia bolscevica” costruita attorno all’evento. Secondo la sua lettura, la stampa comunista aveva trasformato la partita in una gigantesca operazione di propaganda, insistendo sulla forza della squadra sovietica, sulla sua tecnica e sui risultati ottenuti contro Finlandia e Germania. Dietro quella partita, però, c’era anche una questione interna al movimento sportivo francese.

La selezione che affrontò l’URSS apparteneva infatti alla Fédération sportive du travail, la FST, organizzazione sportiva legata al movimento operaio. La sua storia era già segnata dallo scontro tra socialisti e comunisti. Nel 1923 i comunisti avevano conquistato la maggioranza all’interno della federazione e ne avevano favorito l’adesione all’Internazionale rossa dello sport, legata all’Internazionale comunista. La frattura con i socialisti era stata inevitabile. La FST sarebbe rimasta per anni al centro di queste tensioni. La riunificazione con i socialisti sarebbe arrivata soltanto nel 1935, nel clima unitario del Fronte popolare, quando sarebbe nata la Fédération sportive et gymnique du travail, la FSGT.

La selezione francese del primo gennaio 1926 era quindi una squadra particolare. Non era la nazionale francese ufficiale, ma una rappresentativa composta da giocatori dilettanti provenienti dai club della FST. La formazione era stata individuata attraverso una riunione alla Bellevilloise e i giocatori erano stati convocati anche attraverso gli annunci pubblicati sulle pagine de L’Humanité. Ed è proprio qui che la storia della partita incrocia quella di uno dei personaggi più importanti del calcio europeo del dopoguerra. Al centro dell’attacco della “squadra di Francia del lavoro” c’era infatti un ragazzo ungherese di appena diciannove anni: Gusztáv Scharenpeck.

Gusztáv Sebes, nato Gusztáv Scharenpeck

Era nato in Ungheria, dove aveva militato nelle formazioni giovanili del Vasas, il club legato al sindacato dei metallurgici. Secondo alcune ricostruzioni, aveva lasciato il Paese dopo la repressione seguita a uno sciopero. Nel 1924 era arrivato in Francia. Aveva trovato lavoro alle officine Renault di Billancourt e viveva a Puteaux. A Parigi aveva continuato a giocare, entrando nello SC Nomades, società affiliata alla FST.

I “Nomades” erano una squadra composta anche da lavoratori e immigrati, e il loro nome sembrava riflettere proprio quella condizione di uomini arrivati da lontano. Il club era inoltre apertamente inserito nel circuito dello sport operaio. Scharenpeck si mise rapidamente in evidenza. Le sue qualità gli valsero convocazioni nelle rappresentative della FST e anche al fianco del fratello in alcune selezioni regionali. Il suo nome, tuttavia, sarebbe presto cambiato. Le cronache dell’epoca lo riportano con numerose grafie differenti. Ma dietro quel giovane attaccante ungherese si nascondeva il futuro Gusztáv Sebes, l’uomo che avrebbe guidato la grande nazionale ungherese degli anni Cinquanta.

Prima di diventare uno dei tecnici più importanti della storia del calcio, Sebes aveva dunque conosciuto la Francia, le fabbriche Renault, i campi dello sport operaio e quella particolare partita del primo gennaio 1926 contro la selezione sovietica. Nel 1927 sarebbe tornato in Ungheria, dove avrebbe intrapreso la carriera professionistica. Prima, però, avrebbe giocato ancora in Francia con il Club olympique Billancourt, formazione composta da lavoratori delle officine Renault. Il filo della storia sarebbe tornato a intrecciarsi molti anni più tardi. Nel novembre 1953 la grande Ungheria di Sebes, quella di Ferenc Puskás e dei suoi straordinari compagni, si recò in Inghilterra per affrontare a Wembley la nazionale inglese. Prima della sfida fece tappa ancora una volta nella regione parigina.

Il 21 novembre, a Sèvres, la nazionale ungherese affrontò in una partita di allenamento proprio il CO Billancourt. Il risultato fu impressionante: 18-1 per l’Ungheria. Per il giornalista de Le Monde Pierre Junquia, quella scena aveva qualcosa di irreale: la più forte squadra del continente che giocava contro una modesta formazione della periferia parigina, segnando gol a ripetizione, soltanto perché il vice ministro dello sport ungherese, Gusztáv Sebes, era stato un tempo operaio alla Renault. Pochi giorni dopo sarebbe arrivata un’altra pagina destinata alla storia.

Il 25 novembre 1953, a Wembley, l’Ungheria sconfisse l’Inghilterra per 6-3, infliggendo agli inglesi la loro prima sconfitta casalinga contro una nazionale straniera. La carriera di Sebes aveva dunque compiuto un percorso quasi romanzesco: dal giovane operaio e calciatore emigrato in Francia alla guida della nazionale che avrebbe rivoluzionato il calcio europeo. Tutto era cominciato, in qualche modo, anche su quei campi francesi degli anni Venti, quando il calcio era ancora lontano dall’essere il grande spettacolo internazionale che sarebbe diventato. La partita del primo gennaio 1926 rimane così una fotografia particolare di un’epoca. In campo c’erano una selezione sovietica e una squadra francese del movimento operaio. Attorno al campo si confrontavano invece idee politiche, organizzazioni sportive, socialisti e comunisti, sostenitori e critici della Rivoluzione.

Il risultato, 4-0 per l’URSS, è soltanto una parte della storia. L’altra, forse ancora più interessante, racconta come il calcio potesse diventare contemporaneamente sport, propaganda, identità e strumento di incontro internazionale. E racconta soprattutto di un giovane ungherese quasi sconosciuto, Gusztáv Scharenpeck, che in quella Parigi operaia degli anni Venti muoveva i primi passi verso il nome con cui sarebbe entrato nella leggenda: Gusztáv Sebes, l’allenatore dell’Ungheria d’oro.

Mario Bocchio

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