
Settantacinque anni di pallone e di memoria a Porto Empedocle: una squadra nata prima della guerra, cresciuta nelle stagioni del boom e scomparsa quando il territorio non riusciva più a sostenerla
Per raccontare l’Empedoclina non basta mettere in fila risultati, classifiche e nomi di giocatori. Il campionato è soltanto una parte della storia. L’altra, forse la più importante, è quella di una città che per generazioni ha trovato nel calcio un luogo nel quale riconoscersi.

Porto Empedocle ha avuto la sua squadra quando il calcio era ancora soprattutto una faccenda di uomini, di amicizie, di sacrifici e di domeniche trascorse intorno a un campo. Non c’erano grandi strutture, televisioni specializzate o social network. C’erano le fotografie, i giornali locali, il passaparola e soprattutto gli spettatori. La partita cominciava molto prima del fischio dell’arbitro e finiva molto dopo. L’Empedoclina compare sulla scena negli anni Trenta. Le prime testimonianze sono incomplete, come spesso accade per le società nate in quell’epoca. Si conoscono alcuni dei protagonisti e si sa che la squadra cominciò presto a confrontarsi con le realtà più organizzate del calcio siciliano. Nel campionato 1938-‘39 arrivò un terzo posto in Prima Divisione, risultato significativo per una formazione di una cittadina portuale.

Poi la storia generale entrò prepotentemente nella storia della squadra. La guerra cancellò campionati, allenamenti e trasferte. Porto Empedocle conobbe fame, bombardamenti e precarietà. Il calcio sopravvisse soltanto in forme spontanee, con tornei organizzati localmente quando le condizioni lo consentivano. La stessa attrezzatura sportiva diventò un bene da recuperare: in un paese impoverito anche una pesante maglia di lana poteva avere un valore molto più concreto di quello attribuito normalmente a una divisa da gioco. Dopo il conflitto, il pallone tornò lentamente a occupare il proprio spazio.

L’Empedoclina ricominciò a partecipare ai campionati regionali, attraversando le categorie inferiori mentre intorno cambiava il Paese. Era il calcio degli operai e degli impiegati, degli artigiani e dei commercianti. Si lavorava durante la settimana e si giocava quando arrivava la domenica.

La vera trasformazione avvenne negli anni Sessanta. Porto Empedocle ebbe finalmente un impianto proprio. Fino ad allora la squadra aveva dovuto condividere, di fatto, la propria identità sportiva con Agrigento, dove era costretta a giocare e ad allenarsi. La costruzione dello stadio comunale cambiò il rapporto fra la squadra e il territorio: l’Empedoclina ebbe finalmente una casa. Quella casa diventerà, nel tempo, molto più di un impianto sportivo.

Nel 1965-‘66 arrivò una delle prime grandi soddisfazioni del dopoguerra, con la vittoria del campionato di Prima Categoria. Il salto di categoria alimentò un entusiasmo che negli anni successivi sarebbe cresciuto ancora. Il calcio entrava sempre più nella quotidianità della città e lo stadio diventava un punto di ritrovo. Sono gli anni nei quali il dilettantismo siciliano conserva ancora una dimensione quasi romantica, anche se dietro le quinte circolano già denaro, ambizioni e giocatori capaci di vivere di calcio. L’Empedoclina cresce dentro questa contraddizione: vuole rimanere una società popolare, ma per competere deve aumentare progressivamente gli investimenti.

Gli anni Settanta rappresentano il momento più brillante. La squadra raggiunge posizioni di vertice in Promozione, costruisce formazioni competitive e attira un pubblico sempre più numeroso. Nel 1973-‘74 arriva terza. Qualche anno più tardi, nel 1978-‘79, è seconda e sfiora ancora una volta quella promozione che resterà uno dei grandi appuntamenti mancati della sua storia. Ma sarebbe riduttivo ricordare quel periodo soltanto attraverso le classifiche.


Il capitano Sanfilippo
L’Empedoclina diventa una palestra di vita calcistica. Dal settore giovanile escono ragazzi che vengono osservati da società più importanti. Alcuni raggiungono la Serie C, altri la Serie D, uno arriva alla Serie B, altri ancora entrano in formazioni professionistiche di grande tradizione. Riccardo Filippazzo arriva alla Fiorentina, Giovanni Iapicone al Varese, Fabio Hamel gioca nel Licata di Zeman. Andrea Milazzo arriva alla Nazionale dilettanti.

Per molti altri il sogno finisce prima. Ed è proprio questa la normalità del calcio: pochi arrivano, moltissimi restano sulla strada. Ma anche chi non diventa professionista può conservare per tutta la vita il ricordo di una stagione, di una maglia, di una rete. La memoria dell’Empedoclina è fatta anche di tragedie. Nel novembre 1975 una trasferta finisce nel modo più drammatico. Un incidente stradale coinvolge alcuni sostenitori che stanno tornando a Porto Empedocle. Alfonso Alongi muore, altri tifosi rimangono feriti. Il paese reagisce raccogliendosi attorno alle famiglie e organizzando anche una raccolta di sangue. Al funerale il giovane viene accompagnato dai calciatori della squadra, con i colori granata sulla bara.
È difficile trovare una fotografia più precisa del rapporto che esisteva allora tra una squadra e la propria comunità. Gli anni Ottanta mostrano invece il rovescio della medaglia. L’Empedoclina alterna promozioni e retrocessioni, mentre mantenere una squadra competitiva diventa sempre più costoso. Il calcio dilettantistico sta cambiando e anche le società più radicate devono fare i conti con bilanci fragili e aspettative crescenti.

Nel 1991 arriva l’Eccellenza. L’esperienza dura poco. La squadra retrocede e comincia un lungo periodo di difficoltà. Il problema non è più soltanto il risultato della domenica: sono le risorse economiche, i contributi, la disponibilità degli impianti, la capacità di trovare dirigenti disposti a sostenere una macchina diventata troppo pesante. Nel 1994 lo stadio viene dedicato a Vincenzo Collura, giovane calciatore dell’Empedoclina morto sul lavoro. Più di mille cittadini sottoscrivono la richiesta. È un altro segnale di quanto la squadra sia ormai intrecciata alla storia della città. Alla fine degli anni Novanta arriva un’ultima fiammata. L’Empedoclina costruisce una formazione che punta alla promozione. Il primo posto sembra vicino, ma il traguardo sfugge proprio nel finale. I play-off non bastano. La categoria superiore arriverà comunque attraverso un ripescaggio.
Con il nuovo secolo cambia anche il modo di raccontare il calcio. L’Empedoclina entra in internet. Il vecchio sito diventa una sorta di archivio digitale della società e mette in contatto Porto Empedocle con gli ex giocatori e i tifosi emigrati. Le distanze si accorciano. Chi ha lasciato la Sicilia può ritrovare nomi, fotografie e risultati della propria squadra. È una fase nella quale il club sembra poter ripartire. Arrivano nuovi dirigenti, vengono fissati obiettivi ambiziosi e la società torna a frequentare l’Eccellenza. Ma il progetto si scontra con una realtà economica diversa da quella che aveva alimentato il grande calcio dilettantistico degli anni Settanta.
Porto Empedocle non è più la stessa. Le difficoltà del lavoro, la crisi delle attività produttive e l’emigrazione dei giovani incidono anche sulla possibilità di finanziare lo sport. Una società calcistica può resistere a una stagione negativa; è molto più difficile sopravvivere quando perde progressivamente il proprio ambiente economico e sociale.

L’Empedoclina tenta comunque di restare in piedi. Cambiano presidenti, allenatori e giocatori. Si cercano soluzioni, si ricorre ai ripescaggi, si prova a ridurre i costi. A un certo punto il settore giovanile diventa quasi l’ultimo serbatoio naturale della società. La squadra viene costruita con ragazzi del posto, mentre le risorse vengono amministrate con estrema prudenza. È una scelta comprensibile, ma non sufficiente.
Nel 2007-’08 la squadra non riesce a evitare lo spareggio per la salvezza. La partita decisiva si chiude con una sconfitta. Da quel momento il destino dell’Empedoclina passa più dagli uffici che dal campo: si parla di ripescaggio, di impianto sportivo, di risorse, di futuro. Ma quel futuro non arriva. La soluzione individuata è una fusione con l’Aragona. Formalmente il calcio continua, ma la società storica no. Cambiano denominazione e matricola e si interrompe quella continuità che aveva accompagnato Porto Empedocle dagli anni Trenta. Non c’è una grande ultima partita, nessun sipario solenne. Una società che aveva attraversato il fascismo e la guerra, il dopoguerra e il boom economico, gli anni della televisione e quelli della crisi industriale, finisce così quasi in silenzio.

Ed è proprio per questo che le fotografie acquistano un valore ancora più grande. Dentro quelle immagini non ci sono soltanto undici calciatori, ma i ragazzi di una generazione, i dirigenti che dedicavano tempo e risorse alla società, gli allenatori, i tifosi, le famiglie. Ci sono i volti di una Porto Empedocle che oggi non esiste più nello stesso modo. L’Empedoclina non ha conquistato grandi trofei nazionali e non è arrivata ai livelli professionistici che qualcuno aveva immaginato. Ma per decenni ha svolto una funzione forse ancora più importante: ha costruito appartenenza. Il suo patrimonio più autentico non è quindi una coppa, ma l’insieme delle storie rimaste nella memoria di chi quella maglia l’ha indossata, seguita dagli spalti, fotografata o semplicemente vista passare per le strade del paese. Quando una società scompare, infatti, non sparisce soltanto una squadra. Scompare un pezzo del calendario di una comunità: la domenica allo stadio, la discussione del lunedì, il nome del giocatore pronunciato al bar, la trasferta preparata per tutta la settimana.
Ma la storia, a volte, trova strade inattese per continuare. Dalle ceneri di quella lontana esperienza è sorta una nuova realtà calcistica che oggi porta ancora il nome di Empedoclina e milita nel campionato di Promozione siciliana. Non è la stessa società di un tempo, perché il calcio cambia, cambiano le matricole, le strutture e le generazioni. È però un segnale importante: il filo con quella storia non è stato completamente spezzato. La nuova Empedoclina non cancella ciò che è venuto prima e non può restituire una continuità societaria ormai perduta. Può però raccoglierne l’eredità più preziosa: il legame con Porto Empedocle, con il suo campo, con i suoi ragazzi e con una comunità che continua a riconoscersi nel calcio.
Per questo la storia dell’Empedoclina merita di essere raccontata ancora. Non come la parabola di una squadra che non è riuscita ad arrivare abbastanza in alto, ma come quella di una città che per molti decenni ha affidato al calcio una parte della propria identità. E oggi, guardando quelle vecchie fotografie accanto alle immagini della squadra che gioca nel presente, si può leggere qualcosa di più della semplice nostalgia. Una maglia può cambiare, una società può finire, una generazione può scomparire. Ma finché qualcuno torna a indossare quella maglia e a portarla sul campo, una parte di quella storia continua a giocare.
Mario Bocchio
Foto tratte da La storia dell’ Us Empedoclina
