
Nel 1992 Diego tornò a giocare in Spagna dopo la lunga squalifica. Il Siviglia immaginava di aver acquistato un fuoriclasse pronto a rinascere. Trovò invece un uomo ancora diviso tra il desiderio di ricominciare e l’incapacità di liberarsi dal proprio passato
Quando Diego Armando Maradona arrivò a Siviglia, la città stava vivendo uno dei momenti più particolari della sua storia recente. L’Expo del 1992 aveva acceso i riflettori internazionali sull’Andalusia e il calcio sembrava pronto a regalare un’altra occasione di visibilità. Quella volta, però, il protagonista non era un monumento, una fiera o una squadra. Era Maradona.

Aveva 31 anni e tornava nel calcio europeo dopo quindici mesi di sospensione. La sua esperienza italiana era finita nel modo peggiore possibile e il suo nome continuava a essere accompagnato da polemiche, sospetti, televisioni e giornali. Il Siviglia decise comunque di scommettere su di lui. Fu un’operazione che andò molto oltre il semplice acquisto di un calciatore. Dietro il trasferimento ci furono trattative internazionali, interessi televisivi e accordi commerciali. Telecinco contribuì finanziariamente all’operazione e legò l’arrivo dell’argentino a una serie di appuntamenti televisivi e partite amichevoli. Ma il vero motivo per cui Diego scelse Siviglia aveva soprattutto un volto: Carlos Bilardo.

Con Bilardo aveva condiviso la più grande impresa della sua carriera, il Mondiale messicano del 1986. Quattro anni più tardi erano arrivati insieme alla finale di Italia ’90. Ritrovarsi in Spagna significava quindi affidarsi a una persona che conosceva il giocatore e, almeno in parte, anche l’uomo.

Una scommessa enorme
Il club non aveva il peso storico di Real Madrid o Barcellona. Non era una squadra abituata a lottare ogni anno per il titolo. Proprio questa dimensione poteva rappresentare un vantaggio: meno pressione sportiva, più spazio per costruire lentamente il ritorno. In realtà accadde l’esatto contrario. La pressione diventò gigantesca. Ogni allenamento veniva osservato. Ogni uscita di Diego diventava una notizia. Ogni chilo perso o guadagnato finiva sui giornali. I compagni si ritrovarono improvvisamente a vivere dentro una squadra nella quale quasi tutto ruotava intorno a un solo uomo. Eppure Maradona riuscì anche a conquistare rapidamente lo spogliatoio. Manolo Jiménez, capitano del Siviglia, gli affidò la fascia. Diego Simeone, allora giovane centrocampista, si ritrovò accanto all’idolo che aveva visto vincere il Mondiale. Davor Šuker, ancora lontano dalla fama internazionale che avrebbe raggiunto con la Croazia, scoprì direttamente sul campo quanto fosse particolare giocare con quel mancino.

Maradona aveva ancora il dono di vedere il calcio un istante prima degli altri. Un passaggio poteva trasformarsi in un’occasione da gol senza che sembrasse esserci spazio per farlo. Šuker lo capì presto e ne beneficiò in diverse occasioni.
Il calcio non aveva dimenticato Diego
Fisicamente, però, il ritorno era complicato. Maradona era appesantito, lontano dalla condizione che gli aveva permesso di dominare la Serie A. Il lavoro per tornare competitivo fu intenso. Dimagrì, modificò il proprio aspetto, ritrovò gradualmente la confidenza con il pallone. E il talento, quello, non era scomparso. Rimase visibile soprattutto nelle situazioni nelle quali non servivano grandi accelerazioni. Le punizioni. I lanci. Il controllo orientato. Il passaggio che rompeva una linea difensiva. Il sinistro capace di cambiare la direzione di una partita. Contro il Real Madrid il Siviglia conquistò una vittoria importante e Maradona offrì una prestazione che fece riemergere, almeno per una sera, il ricordo del campione di qualche anno prima. Non era più il Diego capace di trascinare da solo una squadra per un’intera stagione. Ma era ancora abbastanza Diego da far capire a tutti che quel talento non poteva essere considerato semplicemente un ricordo.

La Spagna, le notti e il ritorno dei problemi
Il progetto, tuttavia, aveva un punto debole enorme: Maradona doveva combattere contemporaneamente contro gli avversari e contro sé stesso. Siviglia era una città piena di vita. Il calcio conviveva con la musica, la corrida, le notti interminabili e un’atmosfera molto diversa da quella dell’Italia settentrionale nella quale aveva trascorso gli anni più importanti della carriera. Diego si lasciò coinvolgere.
La villa di Simón Verde, appartenuta al torero Espartaco, divenne la sua casa. La corrida lo affascinò e il mondo dei toreri gli offrì anche un modo per leggere il proprio calcio: il coraggio di aspettare, il rischio, la necessità di anticipare il movimento dell’avversario. Ma mentre fuori dal campo cresceva il personaggio, dentro la sua vita tornavano le vecchie contraddizioni. Ci furono problemi con la disciplina, episodi legati alla vita notturna e incidenti che alimentarono nuovamente l’attenzione dei media. Il Siviglia arrivò perfino a controllare maggiormente i suoi comportamenti. Il tentativo di proteggere Maradona finì così per trasformarsi in un’altra forma di sorveglianza.

La Selección riapre la ferita
Il rapporto con Bilardo, inizialmente uno dei motivi principali del trasferimento, cominciò a complicarsi. Una delle questioni più delicate fu il ritorno di Maradona nella nazionale argentina. Diego rispose alle convocazioni di Alfio Basile anche quando il Siviglia non aveva dato il proprio consenso. Per il club era una violazione degli accordi. Per Maradona era quasi impossibile rinunciare alla maglia argentina. Era già successo altre volte nella sua carriera: quando si trovava davanti alla scelta tra una regola e ciò che sentiva come un obbligo personale, spesso sceglieva la seconda strada.

Anche il rapporto con Bilardo tornò a essere tormentato. L’allenatore non era disposto a concedergli privilegi assoluti. Diego, dal canto suo, non accettava facilmente di essere trattato come un giocatore qualsiasi. La tensione aumentò fino agli episodi più controversi della stagione, compresa la partita contro il Tenerife di Jorge Valdano, che finì per diventare anche uno scontro simbolico tra due diverse concezioni del calcio argentino.

L’ultima partita
Il 13 giugno 1993 il Siviglia affrontò il Burgos. Maradona era ancora il numero 10, ma quella partita avrebbe segnato la fine della sua esperienza europea. Giocò poco più di un tempo. Sul risultato di 1-1, Bilardo decise di sostituirlo. Diego reagì male. Uscì dal campo arrabbiato, rivolgendosi pesantemente all’allenatore. Pochi minuti dopo il Burgos trovò il pareggio definitivo. Non ci sarebbe stata un’altra partita europea per Maradona. Il suo bilancio spagnolo rimase lontano dalle aspettative che avevano accompagnato il trasferimento. Il Siviglia non raggiunse i vertici del campionato e Diego non riuscì a trasformare quella stagione nel grande ritorno che aveva immaginato. Eppure sarebbe sbagliato ricordare quell’esperienza soltanto come un fallimento.

A Siviglia Maradona dimostrò che il suo talento poteva ancora produrre momenti straordinari. Regalò assist, punizioni, giocate imprevedibili e lampi di quel calcio che aveva incantato Napoli e il mondo. Il problema non era più soltanto ciò che riusciva a fare con il pallone. Era tutto ciò che accadeva quando il pallone non c’era.
Dopo Siviglia sarebbe arrivato il Newell’s Old Boys, poi il ritorno al Boca Juniors. La sua carriera europea, invece, si chiuse in quella serata di giugno del 1993. Non con un trofeo. Non con una grande finale. Non con una celebrazione. Con una sostituzione, una discussione e un uomo che lasciava il campo senza sapere ancora che quella sarebbe stata l’ultima volta. Il Maradona europeo finiva così: non quando il suo sinistro smise di essere magico, ma quando diventò sempre più difficile tenere insieme il campione e l’uomo che viveva dentro di lui.
Mario Bocchio
