
Giovanni Zanotti non è stato soltanto un giocatore. È una fotografia ingiallita del calcio italiano che non c’è più: quello delle domeniche lente, delle piccole città e degli uomini che diventavano famosi soprattutto nella propria piazza
Fotografie che non hanno bisogno della didascalia. Le guardi e capisci subito in quale calcio sei finito. Una maglia larga, il pantaloncino che oggi sembrerebbe quasi ridicolo, i calzettoni tirati su senza troppa eleganza. E poi quel volto: serio, segnato, con due baffi che sembravano avere una personalità tutta loro.
Giovanni Zanotti. Se ne è andato a 76 anni, portandosi dietro una parte di quel calcio che abbiamo conosciuto quando il professionismo aveva ancora il sapore della provincia e la domenica pomeriggio apparteneva alle partite, non agli algoritmi. Per ricordarlo non servono soltanto le presenze, i gol o l’elenco delle società. Quelli appartengono agli archivi. Zanotti appartiene invece alla memoria. A quella particolare memoria di chi ha seguito il calcio negli anni Settanta e Ottanta e sa che esistevano giocatori capaci di diventare importanti senza essere necessariamente famosi. Giocatori che magari non finivano sulle copertine dei settimanali nazionali, ma che in una città venivano riconosciuti al mercato, al bar, per strada.

“Quello è Zanotti”. E non serviva aggiungere altro.Il suo habitat naturale era il centrocampo. Non quello dei numeri televisivi e delle statistiche elaborate al computer, ma quello dove ogni pallone aveva un peso e ogni contrasto lasciava il segno.Era il calcio del lavoro oscuro.Quello che spesso non finisce negli highlights perché il gesto decisivo può essere un recupero a metà campo, una diagonale fatta al momento giusto, un avversario accompagnato fuori dalla zona pericolosa.Zanotti aveva costruito così la propria carriera, partendo dalla Sammaurese e attraversando Imolese e Barletta prima di arrivare al Chieti.

Ma il punto non è ricostruire una carriera come si farebbe con una scheda dell’almanacco. Il punto è immaginare quelle domeniche. Un pullman che parte presto. Le borse nello spogliatoio. Il campo magari pesante. Poche persone intorno al terreno di gioco. Il dirigente che controlla i documenti. L’allenatore che dà le ultime indicazioni. Poi il fischio dell’arbitro. E in mezzo al campo, Zanotti. A Chieti rimase abbastanza a lungo da diventare parte della storia quotidiana della squadra. Sei stagioni, più di duecento partite e, alla fine, la fascia di capitano. Non era ancora l’epoca in cui ogni immagine finiva immediatamente su uno schermo. La popolarità arrivava in un altro modo: attraverso la continuità, la fedeltà, il rapporto con la gente.

Una domenica dopo l’altra. Poi arrivò il Brescia e con lui la Serie B. Una parentesi importante, venticinque presenze e due reti. Dopo le rondinelle ci fu il Piacenza, altra città, altra maglia, altra storia da costruire. E ancora la Serie C, che allora non aveva nulla di secondario nel cuore di chi la viveva. Era un campionato pieno di personaggi. Portieri che giocavano con le maniche corte anche a novembre. Difensori che sembravano usciti da un film. Attaccanti capaci di trasformare una mezza occasione in un gol. Centrocampisti che correvano per tutti. E facce. Soprattutto facce. La faccia di Zanotti era una di quelle.

Dopo Piacenza arrivarono altre città e altre maglie: Siracusa, Riccione, Pescantina, Voghera, Bellaria. Una lunga coda di carriera che si concluse nel 1987. Quando smise, aveva alle spalle più di vent’anni di calcio. Ma forse la cosa più bella è pensare a quello che rimase quando smise di giocare. Non soltanto i numeri. Rimasero i ricordi delle persone incontrate, degli spogliatoi, delle città, dei compagni, degli avversari. Rimasero le fotografie. Rimasero soprattutto quei tifosi che avevano imparato a riconoscere il suo modo di stare in campo. Oggi quel mondo sembra lontanissimo. Le partite si vedono ovunque, i calciatori vengono raccontati prima ancora di scendere in campo, ogni movimento viene misurato e trasformato in una statistica. Allora bastava molto meno.

Una maglia. Una fascia al braccio. Una domenica giocata bene.E magari quei baffi che, dalla tribuna, permettevano di riconoscerti anche quando eri dall’altra parte del campo. È questo che rende nostalgico il ricordo di Giovanni Zanotti. Non soltanto la morte di un ex calciatore. La sensazione che, insieme a lui, si allontani ancora un po’ quel calcio fatto di piazze e di appartenenza, nel quale un uomo poteva giocare per anni senza diventare una celebrità nazionale e, nonostante questo, essere indimenticabile per migliaia di persone. Zanotti non ha bisogno di essere trasformato in un mito. Gli basta essere ricordato per quello che è stato. Uno di quei giocatori che una volta incontravi la domenica pomeriggio e che, molti anni dopo, ritrovi in una vecchia fotografia. E improvvisamente tornano il campo, la voce dello speaker, le bandiere, il fango sulle scarpe. E quei baffi. Ancora lì, in mezzo al campo.
Mario Bocchio
