
Nel cuore di Perugia, sotto l’antico complesso religioso, uno stadio ha accompagnato per quasi quarant’anni la crescita del Grifo: dalle sfide di provincia alla prima, indimenticabile Serie A
Stadi che appartengono alla storia del calcio e altri che finiscono per appartenere alla storia di una città. Il Santa Giuliana ha interpretato entrambe le cose. Perugia lo ha avuto per quasi quarant’anni nel cuore della propria vita quotidiana. Non era necessario raggiungerlo attraversando periferie o grandi arterie cittadine: bastava scendere dall’acropoli e trovarsi davanti a quel rettangolo verde stretto fra le case, le gradinate e l’antico complesso religioso.

Lì il Perugia è cresciuto. Prima di diventare una squadra capace di affacciarsi alla Serie A, il Grifo ha costruito la propria identità in quello stadio. Una storia fatta di promozioni, rivalità, personaggi, trasferte e domeniche nelle quali il confine fra tribuna e campo sembrava quasi inesistente. Il Santa Giuliana era stato inaugurato nel 1937, progettato dall’architetto perugino Giuseppe Lilli come impianto destinato non soltanto al calcio. Atletica, rugby e football americano hanno trovato spazio nella sua lunga storia. La pista e le strutture polivalenti raccontavano un’idea dello sport molto diversa da quella degli impianti contemporanei. Ma per i perugini il significato principale era uno solo: il calcio. E soprattutto il Perugia.

Un campo che faceva sentire il pubblico dentro la partita
La particolare conformazione dell’impianto rendeva il pubblico una componente concreta della partita. Le persone erano vicinissime al terreno di gioco e gli arbitri, in caso di contestazioni, non avevano certo la possibilità di imboccare rapidamente un tunnel sotterraneo e scomparire. Le partite potevano continuare a lungo anche dopo il fischio finale, almeno per chi aveva il compito di riportare la calma. Era un calcio rumoroso, fisico, spesso disordinato. Gli ingressi erano pochi, i settori non erano organizzati secondo gli standard odierni e la quantità degli spettatori poteva superare abbondantemente quella prevista. Anche gli scontri fra tifoserie facevano parte di quel mondo. Non sempre arrivavano sulle cronache e non sempre assumevano dimensioni drammatiche, ma la convivenza forzata fra gruppi diversi favoriva tensioni e scazzottate. Perugia aveva però anche il suo modo ironico di vivere la rivalità. Alla fine degli anni Sessanta, alcuni sostenitori della Lazio che passeggiavano nel centro storico chiedevano dove fosse “il campetto”. I perugini, invece di accompagnarli verso lo stadio, preferirono fornire indicazioni fantasiose verso le campagne. Una fotografia di un calcio nel quale la rivalità era anche teatro, provocazione, appartenenza.
Dalla provincia alla grande ribalta
Il Perugia che giocava al Santa Giuliana affrontava un calcio oggi quasi irriconoscibile. C’erano squadre romane come Almas, Tevere e Chinotto Neri, ma anche avversarie destinate a diventare protagoniste di rivalità regionali: Ternana, Arezzo, Siena, Ancona. Terni rappresentava una trasferta particolare. Lo stadio di viale Brin sorgeva praticamente a ridosso delle acciaierie e l’ambiente industriale finiva per lasciare il proprio segno persino sul terreno di gioco. I fumi potevano rendere scuro il manto erboso. Quel campo oggi non esiste più. Come tanti altri impianti italiani cancellati dal tempo, dalle trasformazioni urbanistiche o dalle esigenze del calcio moderno. Il Santa Giuliana, invece, è sopravvissuto. Anche perché nel suo caso la memoria ha avuto un peso decisivo.

I volti dietro le vittorie
Ogni vecchio stadio vive attraverso i nomi delle persone che lo hanno abitato. C’erano Orfeo, incaricato della gestione del campo, e Giuditta, che curava gli spogliatoi e aveva finito per diventare una presenza familiare per i calciatori. C’erano Eros Lolli e il gol contro la Sambenedettese che spalancò al Perugia la strada della Serie B. Poi ancora Lino Spagnoli, presidente destinato a cambiare il corso della società, e Guido Mazzetti, l’allenatore della promozione nella massima serie. Molti ricordano soprattutto quella domenica del 1975. La promozione in Serie A era già stata conquistata a Pescara, ma Perugia aveva bisogno della propria festa. Al Santa Giuliana la gente arrivò prestissimo, molto prima dell’inizio della partita con il Novara. Alle 10,30 lo stadio era già un luogo di celebrazione. Non era soltanto una vittoria sportiva. Per una città abituata a vivere il calcio come elemento della propria identità, arrivare in Serie A significava entrare in una nuova dimensione.

Quando il vecchio stadio non bastò più
La promozione cambiò tutto. Il Santa Giuliana aveva accompagnato il Perugia fino alla soglia del grande calcio, ma non poteva più essere considerato sufficiente per affrontare la Serie A. Serviva un impianto nuovo. Nacque così il futuro Renato Curi di Pian di Massiano, realizzato in tempi impressionanti: appena cento giorni. Una struttura adeguata alle esigenze della massima categoria e destinata a diventare il nuovo teatro della squadra. Il trasferimento chiuse un capitolo, non la storia. Perché proprio dal Santa Giuliana era partita quella trasformazione che avrebbe portato il Perugia, pochi anni dopo, alla stagione degli “Imbattibili” di Ilario Castagner: il secondo posto nel campionato 1978-‘79 senza una sola sconfitta. Il grande Perugia degli anni Settanta aveva dunque radici molto più antiche.

Non demolire la memoria
Quando si è parlato della possibilità di trasformare l’area del Santa Giuliana, arrivando perfino a ipotizzarne l’abbattimento per ricavarne un parcheggio, una parte della città si è mobilitata. Perché quel luogo non rappresentava più soltanto un impianto sportivo. Era diventato un pezzo di Perugia. Oggi il vecchio stadio continua a ospitare atletica e manifestazioni legate a Umbria Jazz, anche se le condizioni della struttura e la disponibilità economica ne limitano l’utilizzo. L’idea di chi continua a difenderne la memoria è semplice: non trasformarlo in un monumento imbalsamato, ma restituirgli una funzione, anche attraverso appuntamenti capaci di raccontare alle nuove generazioni ciò che è successo lì. Da questa esigenza era nato anche il progetto di un museo del Perugia, pensato con una componente fisica e una digitale. E la memoria passa soprattutto dagli oggetti. Come le due maglie di Renato Curi recuperate dopo 37 anni: una bianca e una rossa. Una di quelle divise aveva avuto una storia quasi incredibile. Curi l’aveva regalata alla famiglia presso cui viveva e, anziché finire immediatamente in una teca, era stata utilizzata dai ragazzi della famiglia per giocare a pallone. Forse non esiste metafora migliore per raccontare cosa significhi davvero la memoria calcistica.
L’ultima partita
Il Santa Giuliana terminò la propria avventura calcistica ufficiale nell’estate del 1975. Dopo la gara di campionato con il Novara ci furono ancora gli appuntamenti di Coppa Italia e Mitropa Cup. L’ultima formazione straniera a giocare sul terreno perugino fu l’Austria Vienna. In quella partita si mise in luce Walter Novellino. Poi il pallone si trasferì definitivamente a Pian di Massiano. Rimasero le gradinate, il terreno, le strutture e soprattutto i ricordi. Rimasero le voci di chi aveva visto nascere il Perugia moderno. Rimasero le storie di chi aveva viaggiato per l’Italia seguendo il Grifo. Rimasero i nomi di Curi, Sollier, Spagnoli, Mazzetti e di tanti uomini meno conosciuti, ma fondamentali per quella stagione irripetibile. E rimase una frase che appartiene alla memoria dei vecchi tifosi: “Santa Giuliana pensaci tu”.
Oggi il vecchio impianto non può più restituire il rumore di quelle domeniche. Ma basta guardarlo da Perugia per capire che non è semplicemente un luogo dove un tempo si giocava a calcio. È uno dei posti nei quali una città ha imparato a riconoscersi. Prima del Curi, prima della Serie A, prima degli Imbattibili, c’era lui. Il Santa Giuliana.
Mario Bocchio
