
Il club di Birkenhead sull’orlo del fallimento, il primo proprietario americano del calcio inglese e una storia che sembra un romanzo
Un tempo per salvare una squadra di calcio non servivano sceicchi, fondi d’investimento o multinazionali. Bastava, forse, trovare qualcuno disposto a crederci. Nel 1984 il Tranmere Rovers era una piccola società di Birkenhead, dall’altra parte del Mersey rispetto a Liverpool ed Everton, ma sembrava vivere su un altro pianeta. Pochi spettatori, debiti crescenti, giocatori da vendere per sopravvivere e il rischio concreto di scomparire.

Il calcio inglese era ancora profondamente locale. I proprietari stranieri erano quasi impensabili. E proprio allora, quando il Tranmere sembrava ormai alla deriva, arrivò dalla California un personaggio che pareva uscito da un film: Bruce Osterman, avvocato di San Francisco, appassionato di calcio e portiere dilettante. Prima di lui, il Tranmere aveva vissuto per anni alla giornata. I migliori giocatori venivano ceduti per pagare i conti: nel 1978 Tynan e Moore furono venduti per circa 100 mila sterline ciascuno. Ma anche quella strategia non bastava più. La disoccupazione cresceva, il lavoro scarseggiava nel Merseyside e gli spettatori erano precipitati fino a quota 1.500, meno di quelli che il club attirava quando giocava ancora fuori dalla Football League. Si provò di tutto: la vendita di terreni accanto a Prenton Park, il primo sponsor sulle maglie, un centro sportivo, cene e iniziative per raccogliere denaro. Nel 1981 il Tranmere riuscì a conservare il posto nella Football League soltanto grazie soprattutto alla cessione di Jim Lunby al Mansfield. Il presidente Gerry Gould arrivò a dire che il club stava “frustando un cavallo morto”.

Poi comparvero possibili salvatori. Il primo fu Billy McAteer, nato a Birkenhead ma residente negli Stati Uniti. La trattativa fallì. Poi arrivò Tony Kramer, uomo d’affari londinese che, per convincere i dirigenti, promise addirittura di portare a Prenton Park George Best. Il progetto apparve talmente fantasioso che il consiglio del club non si fidò.

I tifosi allora provarono a fare da soli. Nacque il Save the Rovers Fund e il Tranmere organizzò partite benefiche contro Liverpool, Wolverhampton e Manchester United. Anche il Wirral Council intervenne con un prestito di 200 mila sterline. Era soltanto una boccata d’ossigeno, ma avrebbe creato un rapporto con il club destinato a durare quasi trent’anni. La svolta sembrò arrivare nel 1984. A San Francisco, Ken Bracewell, ex giocatore del Tranmere e allenatore dei San Francisco Scots, aveva conosciuto un curioso appassionato: Bruce Osterman. Era un avvocato, aveva fatto fortuna nel proprio lavoro e voleva comprare una squadra inglese. Non per costruire un impero, ma quasi per gioco, per passione.

Bracewell gli parlò del calcio inglese. Osterman si mise alla ricerca di un club. La scelta cadde proprio sul Tranmere, la società nella quale Bracewell aveva giocato tra il 1959 e il 1961.
Il 20 luglio 1984, Osterman arrivò a Prenton Park e acquistò il club. Il Tranmere diventò così la prima società calcistica inglese di proprietà americana. Sembrava l’inizio di una nuova era. Osterman investì subito circa 120 mila sterline e promise di fare del Tranmere una sorta di Watford, accompagnandolo verso le categorie superiori. “Non sono venuto qui per restare in quarta divisione”, spiegò. Ma aggiunse una frase che raccontava già molto del personaggio: “È un investimento del cuore. Amo questo gioco”.

E il nuovo presidente faceva davvero di tutto per dimostrarlo. Veniva a Birkenhead tre o quattro volte l’anno e, quando arrivava, voleva allenarsi con i giocatori. Si divertiva soprattutto a fare il portiere. I giornalisti lo fotografavano infangato sul campo di allenamento mentre i calciatori gli tiravano addosso palloni. Era un’immagine irresistibile per i giornali inglesi: l’avvocato californiano con gli occhiali, proprietario del club, che si tuffava nel fango di Prenton Park. Ma il calcio non era un gioco soltanto. Osterman affidò la squadra prima a Bryan Hamilton e poi a Frank Worthington, personaggio completamente diverso da lui: talento, spettacolo, vita notturna, gol e un modo di intendere il calcio lontanissimo dalla prudenza finanziaria. Worthington, al suo debutto davanti ai tifosi del Tranmere, segnò tre gol nel 6-2 contro il Wigan. Quella stagione ne avrebbe realizzati venti. Arrivò anche Ian Muir, destinato a diventare il miglior marcatore nella storia del club. Per un momento sembrò funzionare.


Due programmi di gara
Ma dietro lo spettacolo i conti continuavano a peggiorare. Le risorse venivano assorbite da stipendi e contratti, mentre gli spettatori continuavano a diminuire. Il modello economico del Tranmere rimaneva fragile e Osterman non aveva le risorse di un grande magnate. Tra i giocatori c’era anche un giovane del posto destinato a diventare molto importante: Mark Palios, calciatore ma anche aspirante commercialista. Quando i dirigenti iniziarono a preoccuparsi seriamente della situazione finanziaria, arrivarono perfino a chiedere consiglio a lui. Il punto di non ritorno arrivò quando Osterman pensò di vendere Prenton Park. L’idea era semplice e, sulla carta, seducente: cedere l’area dello storico stadio a una società di sviluppo, permettere la costruzione di un grande supermercato Tesco e utilizzare i circa quattro milioni di sterline ricavati per cancellare i debiti e costruire un nuovo impianto.

Ma un dettaglio fondamentale mancava: non c’era un vero progetto per il nuovo stadio. Quattro dirigenti si dimisero. Il Wirral Council, che vantava ancora il credito di 200 mila sterline, bloccò l’operazione. Osterman reagì minacciando di chiudere il club. La situazione precipitò.
Nel 1987, per impedire che il Tranmere sparisse definitivamente, il direttore George Higham ottenne un Administration Order, utilizzando le nuove norme sull’insolvenza. Osterman e i suoi uomini persero il controllo della società. Il Tranmere divenne così uno dei primi club della Football League a entrare nella moderna amministrazione controllata. Fu necessario tagliare tutto: licenziamenti, riduzione degli stipendi, auto aziendali restituite, spese ridotte all’osso. Il giocatore Ronnie Moore assunse responsabilità importanti mentre il club cercava disperatamente di restare in piedi.

Osterman, che si sentiva tradito, protestò: “Sono stato tradito come Gesù nell’Ultima Cena”. Il suo regno era però finito.Il 20 marzo 1987 le sue 260 mila azioni furono acquistate dall’imprenditore locale Peter Johnson. Era la fine dell’avventura americana e, soprattutto, l’inizio della rinascita.Ma prima di poter pensare al futuro, il Tranmere dovette ancora salvarsi sul campo. L’8 maggio 1987, contro l’Exeter City, Eserviva una vittoria per evitare l’uscita dalla Football League. Prenton Park era gremito: circa 7.000 persone in quella che sarebbe diventata una delle notti più drammatiche della storia del club.A sei minuti dalla fine arrivò il gol di Gary Williams, di testa, su cross di Ian Muir.Al fischio finale il campo venne invaso dai tifosi.Il Tranmere era ancora vivo.
Da lì sarebbe cominciata una delle pagine più belle della sua storia: John King in panchina, le corse verso Wembley, le promozioni, le grandi serate contro squadre più ricche e prestigiose. Il piccolo “deadly submarine”, come era stato soprannominato, riuscì finalmente a riemergere. E la storia avrebbe avuto un curioso epilogo.

Nel 2015, quando il Tranmere precipitò nuovamente fuori dalla Football League, a salvarlo arrivò proprio Mark Palios, quel giocatore che negli anni di Osterman aveva osservato da vicino i conti disastrati del club. Diventato commercialista, dirigente e poi amministratore delegato della Football Association, Palios acquistò la società insieme alla moglie e provò a costruire un modello meno dipendente dal denaro di un singolo proprietario. Il cerchio si era chiuso.
Quello che Bruce Osterman aveva vissuto come un’avventura romantica, Palios avrebbe cercato di trasformarlo in un’azienda capace di stare in piedi anche senza un benefattore. Osterman, molti anni dopo, non rinnegò nulla: “Se dovessi rifarlo, lo rifarei”.
Forse perché la sua storia, nel bene e nel male, aveva anticipato il calcio del futuro. Fu il primo americano a comprare un club inglese, molto prima che gli investitori stranieri diventassero la normalità. Solo che nel 1984 nessuno parlava ancora di globalizzazione del calcio. C’era un avvocato californiano con gli scarpini ai piedi, una squadra povera del Merseyside e uno stadio che rischiava di diventare un supermercato.
Il Tranmere Rovers, invece, riuscì a sopravvivere. E forse è proprio questa la parte più bella della storia: in un calcio sempre più grande, ricco e globale, a salvare il piccolo Tranmere furono alla fine la sua gente, i suoi tifosi e quella ostinata capacità di non arrendersi mai.
Mario Bocchio
