
Ogni volta che dagli spalti qualcuno insultava la tragedia di Superga, Sandro tornava a essere il bambino che aveva perso suo padre. Poi, nel tempo, diventò una leggenda capace di vivere con un cognome immenso senza esserne prigioniero
Le lacrime arrivavano sempre nello stesso punto. Bastava che qualcuno, dagli spalti, trasformasse Superga in uno sfottò da curva e Sandro Mazzola non riusciva più a essere soltanto l’ex campione, il dirigente, il personaggio televisivo. Tornava a essere Sandrino, il bambino al quale il 4 maggio 1949 era stato portato via il padre.
Nel 2014, dopo gli striscioni offensivi comparsi durante un derby Torino-Juventus, Mazzola intervenne alla radio e si commosse fino a piangere. Parlava della vergogna di quei gesti e arrivò a dire che uno stadio, davanti a episodi simili, avrebbe dovuto essere chiuso. Non era una dichiarazione da tifoso ferito: era il dolore di un figlio. Su quell’aereo precipitato contro la collina di Superga c’era Valentino Mazzola, il capitano del Grande Torino.
È forse da quelle lacrime che bisogna cominciare per raccontare Sandro. Perché dietro il fuoriclasse dell’Inter, dietro i gol, le Coppe, gli Scudetti, la maglia azzurra e quella finale mondiale del 1970, è sempre rimasto quel bambino di sei anni che aveva perso il padre. Valentino era già una leggenda quando morì. Per Sandro, invece, era semplicemente papà.

Un padre che ricordava tenendogli la mano al Filadelfia, entrando insieme sul terreno di gioco, con il piccolo Sandro mascotte del Grande Torino. Il calcio, prima ancora di diventare il mestiere della sua vita, era stato dunque il luogo nel quale aveva conosciuto suo padre. E proprio il calcio glielo avrebbe restituito per tutta la vita attraverso i racconti dei compagni, le immagini, i ricordi di chi aveva giocato con lui. La tragedia, però, non si fermò alla perdita di Valentino. Dopo Superga arrivarono anni complicati, una famiglia spezzata, difficoltà economiche e un’infanzia tutt’altro che privilegiata. Sandro dovette crescere in fretta. E quando cominciò a giocare seriamente a calcio, il suo cognome poteva sembrare una fortuna ma anche un peso enorme.
Essere Mazzola significava avere davanti agli occhi, ogni giorno, il ricordo di un uomo che per l’Italia era stato un eroe. Sandro scelse la strada più difficile: non provare a imitare Valentino. Diventò un altro giocatore. Non aveva il passo e le caratteristiche del padre. Aveva invece accelerazione, tecnica, fantasia, capacità di inserirsi e soprattutto quella rapidità improvvisa che poteva spaccare una partita. Con l’Inter trovò la sua casa e, dentro l’Inter di Helenio Herrera, costruì la propria leggenda.

La storia cominciò quasi per caso, in una giornata che sembrava destinata a essere ricordata soltanto per un risultato assurdo: Juventus-Inter 9-1 del 1961. Mazzola segnò l’unico gol nerazzurro. Era l’inizio di un viaggio che lo avrebbe portato alla Grande Inter e alle notti europee. Poi arrivò la finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Due gol di Sandro e il trionfo nerazzurro. Fu probabilmente quella la sera nella quale il figlio di Valentino smise definitivamente di essere soltanto “il figlio di”. Anche perché dall’altra parte del campo della sua carriera c’era sempre stato un confronto inevitabile: Gianni Rivera.

Due campioni diversissimi, due modi differenti di interpretare il calcio, due uomini che per anni alimentarono una discussione che sembrava non dover finire mai. Rivera pensava il gioco, Mazzola lo aggrediva. Rivera aveva la geometria del regista e del rifinitore; Mazzola aveva lo strappo, l’accelerazione, l’attacco dello spazio. La Nazionale finì per trasformare questa diversità nella celebre staffetta del Mondiale messicano. Una scelta tattica diventata, per gli italiani, una specie di interminabile referendum calcistico. Ma Sandro non fu soltanto Inter e non fu soltanto il rivale di Rivera. Fu campione d’Europa nel 1968, finalista mondiale nel 1970 e uno dei volti più importanti di quella generazione che fece innamorare dell’azzurro milioni di italiani. Con la Nazionale raccolse 70 presenze e 22 gol. Eppure, quando parlava della propria vita, prima o poi tornava sempre lì. A Valentino.
Ancora nell’ultima intervista concessa alla Gazzetta aveva raccontato di sognare il padre, di stringergli la mano e di immaginare di giocare ancora con lui al Filadelfia. “Superga” era rimasta, nelle sue parole, una ferita che il tempo non aveva cancellato. È questo forse l’aspetto più umano della storia di Sandro Mazzola.

Aveva vinto tutto quello che poteva vincere con l’Inter. Aveva giocato un Mondiale, conquistato un Europeo, segnato gol entrati nella storia. Era diventato dirigente, commentatore, volto conosciuto anche da chi il calcio lo seguiva soltanto distrattamente. Eppure bastava una parola sbagliata su Superga per riportarlo indietro di quasi ottant’anni. Il bambino tornava davanti all’uomo. E le lacrime dicevano quello che nessuna statistica avrebbe mai potuto raccontare.
Sandro Mazzola è stato un grandissimo calciatore. Ma prima ancora è stato il figlio di Valentino. Non perché sia rimasto schiacciato da quel cognome, bensì perché ha passato una vita intera a trasformare quella perdita in qualcosa di suo. Valentino apparteneva al Grande Torino. Sandro alla Grande Inter. Due epoche, due squadre, due leggende. In mezzo, un bambino che aveva perso il padre a sei anni e che, per tutta la vita, non smise mai davvero di cercarlo. Anche attraverso un pallone.
Mario Bocchio
