Nel giorno del suo centesimo compleanno, San Siro vede spegnersi Sandro Mazzola, una delle sue luci più abbaglianti
Set 21, 2026

Quando se ne vanno campioni così famosi, vincenti e carismatici si fanno inevitabilmente i conti con il senso del tempo che chiude un’epoca, piena di suggestioni e momenti unici come capita solo per i grandi da Berruti, a Senna, da Baresi a Vialli

Sandro Mazzola è arrivato a essere il grande uomo di sport che tutti oggi ricordano, dopo un’infanzia segnata dal dramma della morte del padre Valentino e alle difficoltà che quell’evento proiettò sulla sua infanzia e sulla sua giovinezza. Poi il cuore e la solidarietà di “Veleno” Lorenzi, compagno di Valentino in nazionale, diedero una svolta alla vita di Sandro e di suo fratello Ferruccio con l’aiuto ad entrare nelle giovanili dell’Inter e l’avvio della loro carriera. Ma in quei mesi e in quegli anni, Sandro era solo e comunque il figlio di Valentino e ci volle tempo, determinazione e orgoglio perchè quel cognome così pesante diventasse il cognome con cui chiamarlo, il suo cognome, senza tirare di mezzo le gesta e la classe del padre.

Benito Lorenzi con Ferruccio e Sandro Mazzola

E la consacrazione, il giorno del suo esordio nel giugno del 1961, in un famosissimo 1-9 contro la Juventus, in cui l’Inter aveva schierato i giovani della De Martino, in segno di protesta per una sanzione avversa ai bianconeri, ribaltata poi in appello. Quel giorno, Mazzola risultò il migliore dei suoi e alla fine arrivarono i complimenti di Boniperti, capitano juventino, con una frase che resta nella storia “Sei degno di tuo padre”. Di lì l’avvio di una carriera formidabile, segnata in nerazzurro da momenti straordinari tra gli scudetti, tra cui quello della prima stella, la Coppa dei Campioni del Prater nel ‘64 contro il Real Madrid di Puskás e Di Stéfanoe il bis dell’anno successivo col Benfica a Milano. E le Coppe Intercontinentali, imprese altrettanto indimenticabili, in cui Mazzola, una volta di più, si rivelò decisivo sotto porta.

Un diciannovenne Sandro Mazzola a contrasto con Benito Sarti in Juve-Inter del 1961

Un profilo di calciatore internazionale, con caratteristiche che il tempo ha affinato tanto da poterlo ritenere il primo giocatore italiano moderno per la sua versatilità: abile di testa e di piede, forte in area, determinante in fase di suggerimento, abile nell’impostazione del gioco, capace di reinventarsi uomo di regia come nella vittoriosa finale degli Europei del 1968 a Roma contro la Jugoslavia. E in quell’epoca di grandi cambiamenti, in cui scuole e generazioni si scontravano e confrontavano, dall’Olanda, al Brasile, alla Germania Ovest, il campione nerazzurro mostrò tutto il suo talento cristallino. Ma la sua modernità non finisce qui e si trasferisce in un ambito diverso, seguendo il corso di quegli anni di grande cambiamento, declinando insieme ad altri come Rivera, a cui lo legava un rapporto di profonda stima, una figura di calciatore più evoluto e consapevole del proprio ruolo. La nascita del sindacato calciatori, di cui fu uno degli artefici principali, va in questa direzione, così come la sua capacità di dare attraverso una dialettica e un modo di porsi tutto nuovo un altro spessore a quelli che Brera aveva sbrigativamente definito “pedatori”. La chiusura della sua carriera in campo è legata ai risultati non felici della nazionale e soprattutto ai patimenti di un’Inter perennemente alle prese con mercati difficili da condurre per insipienza e carenza di risorse. Ma la sua abilità diplomatica e la sua competenza l’avrebbero condotto a occuparsi delle faccende della società nerazzurra in veste di dirigente, con un occhio ai giovani e il capolavoro dello scudetto del 1980, con una squadra composta per sei undicesimi di giovai del vivaio e due sue scoperte (Beccalossi e Altobelli) decisive per la vittoria finale. Un rapporto durato nel tempo, usando carisma, diplomazia, bonomia e determinazione, come negli spogliatoi da giocatore, a volte divisivo ma sempre concentrato sull’obiettivo finale.

Da sinistra Mario Mereghetti, Sandro Mazzola e il giovane Massimo Ciocci con la maglia dell’Inter

E che dire dei suoi insospettabili tempi televisivi, apprezzati in tante partite della nazionale, intercalando competenza, arguzia, sempre con quel fare sornione che lo hanno distinto nel tempo, facendone una volta di più un uomo di sport versatile, in anticipo coi tempi, mai fuori misura, ammirato e, oggi, rimpianto da tutti.  

Gigi Poggio

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