
Tra nuovi metodi di allenamento, idee tattiche, valorizzazione dei giovani e una diversa cultura del lavoro, la storia di un allenatore che attraversò da protagonista gli anni in cui il nostro calcio cominciava a cambiare
La recente scomparsa di Pippo Marchioro avrebbe meritato qualche tributo più attento e approfondito che ne raccontasse la lunga e intensa carriera di allenatore, un’esperienza in cui il tecnico nato ad Affori, novant’anni fa, è stato comunque testimone e protagonista di un’idea di cambiamento. In questo caso, senza troppa fantasia e come sovente succede, da parte di molti osservatori e opinionisti, si è invece preferito scandagliare la rete e riproporre fatti risaputi, uno su tutti la maglia n. 7 consegnata a Rivera, nel campionato della coabitazione tra il tecnico e il golden boy.

Vero che non è epoca per andare al cuore delle cose e che arriviamo da un’estate in cui il calcio, a livello planetario ma anche a livello nazionale, ha mostrato perlopiù il suo volto grottesco, da un mondiale pachidermico e poco stimolante alle baruffe legate alla scelta del mister per la nostra nazionale. Ma le attuali grandi imprese nel nuoto e nell’atletica confermano, e siamo sempre in Italia, che il movimento sportivo di casa nostra è sano e produce talenti se passa la cultura della formazione e della competenza, dell’applicazione e del lavoro. Come è sicuramente stato in anni passati anche nel calcio, senza scomodare la pietosa barzelletta del “non si gioca più per strada e negli oratori” ma investendo su tecnici, saperi e strutture, ripulendo l’ambiente da certi traffici e da chi li dirige.

Ma torniamo a Pippo Marchioro. Prima di sedersi in panchina, Marchioro aveva alle spalle un’onesta carriera di centrocampista, tra C e B, a cavallo degli anni ‘60, sempre nel cuore del gioco e sotto la guida di nomi al tempo affermati come, tra gli altri, Ballacci, Vycpalek e Puricelli. Chiudeva a 32 anni e, nel ‘68, andava al Monza, nelle vesti di secondo di due allenatori che non difettavano certo di personalità e idee: prima Nils Liedholm e poi Gigi Radice. In Brianza, per lui, probabile la prima presa di coscienza di nuovi metodi di allenamento e diverse soluzioni tattiche. Nel panorama italiano, ricordiamolo, qualcosa si stava muovendo. Gli scudetti del ‘69 e del ‘70 andavano a due outsiders dal gioco propositivo e spumeggiante come Fiorentina e Cagliari, nel ‘71 il Catanzaro di Seghedoni assaporava la sua prima serie A, mentre, l’anno seguente, toccava alla Ternana di Corrado Viciani e del suo gioco corto, una sorta di zona, sistema peraltro già dominante in Europa con le vittorie dell’Ajax.

Marchioro esordiva in panchina nel 1970-‘71 a Verbania in serie C e forniva subito un’impronta chiara al gioco dei suoi, un mix di freschezza ed esperienza, con Osvaldo Bagnoli, suo ex compagno di squadra a Catanzaro, nel ruolo di libero a orchestrare la manovra, partendo da dietro. Sarebbero stati quelli gli anni più luminosi nella storia del club lacustre, con piazzamenti lusinghieri e tanti giovani valorizzati da Butti a Calloni, da Salvadori a Guidetti. L’Alessandria, da anni alle prese con l’obiettivo di risalire in B, lo ingaggiava nell’estate del ‘72 e i risultati non tardavano a venire, con la costruzione di una squadra che lottava fino al termine della stagione per salire di categoria, togliendosi peraltro la soddisfazione di aggiudicarsi la prima Coppa Italia di Serie C. A contendergli la vittoria in campionato, Marchioro si imbatteva in due navigatissimi rivali come Comuzzi all’Udinese e Cesare Meucci, mister del Venezia. A guidare gli emiliani del Parma, invece, Giorgio Sereni, quasi coetaneo di Marchioro. Senza dimenticare che nella sfida finale di Coppa Italia, sulla panchina avversaria dei Grigi, quella dell’Avellino sedeva Antonio Gianmarinaro, autentico guru del calcio meridionale di quegli anni. Vecchio e nuovo cominciavano dunque il loro confronto, tra sergenti di ferro e interpreti del cambiamento. Se estendiamo infatti il nostro sguardo agli allenatori della B e della A di quell’annata 1972-‘73 vedremo che qualcosa di nuovo stava muovendosi. In B, accanto a veri e propri senatori come Di Bella al Catania o Lucchi al Catanzaro o Toneatto al Foggia o Silvestri al Genoa, si affacciava una nuova generazione di tecnici come Regalia al Bari, Vinicio al Brindisi, Bersellini al Como e Radice al Cesena. E poi in A, dominata peraltro dalla Juventus di Trapattoni (e Boniperti), ecco gli emergenti Corsini, Maestrelli e il già citato Viciani confrontarsi con i due Herrera, Rocco e Fabbri. Il movimento calcistico italiano di quegli anni, dunque, tra vecchio e nuovo, andava avanti, cresceva, si interrogava. Certo le frontiere erano chiuse, la A coinvolgeva solo 16 squadre, i club erano gestiti in maniera a volte poco avveduta ma i Mondiali del ‘74, pur vinti dalla Germania Ovest, affermavano pure in Italia che certi principi del calcio olandese erano irrinunciabili e poco importava se quel gruppo bello e impossibile, da Cruijff a Neskens, da Krol a Van Hanegem, avesse a disposizione talenti epocali e difficilmente replicabili.


Eugenio Bersellini nel Como (a sinistra) e Gigi Radice ai tempi del Cesena
In Italia, a volte un po’goffamente, si cercava comunque di imitare quell’idea. Si lavorava di più sulla corsa e sulla preparazione atletica ma non solo. La tattica e la conoscenza dell’avversario non erano più dettagli opinabili e anche a tavola c’era più attenzione all’alimentazione. In generale, si cominciava ad avere un’idea diversa della gestione del gruppo, dalla personalizzazione del lavoro sui singoli, all’ascolto fuori dal campo. E la strada era avviata da mister che non necessariamente avevano un passato luminoso di calciatore ma un’esperienza maturata sul campo, in situazioni scomode come quelle vissute in provincia, sovente in ruoli in cui essere guida significava tirare il gruppo in silenzio, con l’esempio.


Versione giovanile per Fulvio Collovati, a sinistra, e Bruno Conti
E questa nuova cultura si trasferiva anche nella gestione dei settori giovanili, in cui i quegli anni l’esplosione del talento era un fatto quasi fisiologico. Ma nelle De Martino prima e nelle Primavere poi non solo crescevano i Collovati, gli Scirea, gli Oriali e i Bruno Conti ma più in generale generazioni di calciatori che avrebbero tenuto alto il livello medio del nostro calcio, collezionando centinaia di presenze in serie A e B, senza dispersione di talenti e risorse.


Gabriele Oriali, a sinistra, e Gaetano Scirea agli inizi della carriera
Marchioro è stato testimone e interprete, insieme ad altri, di questa cultura che ha mischiato vecchio e nuovo, lavoro sul campo e fuori dal campo, gioventù ed esperienza, fornendo al calcio italiano qualità e proposte che lo hanno reso competitivo negli anni. Come a Como o a Cesena, in una carriera in cui ripartire da capo non era segnale di debolezza, come in riva al lago, nel ‘78 con il doppio salto dalla C alla A o nel caso della storica promozione della Reggiana nella massima serie, nel 1992-‘93, con una squadra tanto motivata quanto egregiamente guidata.
La storia di Pippo Marchioro da Affori è anche un po’ questa, una storia di calcio italiano che forse può evocare nostalgia ma richiama soprattutto all’idea di uno sport fatto di applicazione, di pratica, di quotidianità, lavoro e capacità di andare dritti per la propria strada. Questi valori vanno ripresi, per attualizzarli, certo, ma restano comunque imprescindibili.
Gigi Poggio
