
Dal calcio africano all’Udinese, dagli anni del Benevento al Mondiale del 2006: una storia di sacrifici, orgoglio e integrazione, spezzata a soli 32 anni da una morte ancora oggi circondata da interrogativi
Nel calcio esistono storie che sembrano costruite per arrivare a un lieto fine. Quella di Massamasso Tchangai, per tutti Komi, appartiene invece alla categoria opposta: una lunga corsa iniziata in Togo, passata attraverso l’Europa e arrivata fino al Mondiale del 2006, prima di interrompersi bruscamente quando il protagonista aveva appena 32 anni. Una vicenda nella quale si intrecciano sport, migrazione, difficoltà burocratiche, riconoscenza, ambizioni e un epilogo rimasto avvolto da interrogativi.

Tchangai nasce l’8 agosto 1978 ad Atakpamé, nel cuore del Togo. Il calcio diventa presto la strada attraverso la quale cercare un futuro diverso. Dopo le prime esperienze nel Paese d’origine si trasferisce in Tunisia, dove viene notato dagli osservatori dell’Udinese. È il 1998, l’anno che dovrebbe spalancargli le porte del calcio italiano.
Il giovane difensore arriva in Friuli dopo essersi messo in evidenza anche con la Nazionale togolese. È un esterno destro fisicamente possente, capace di spingersi sulla fascia e dotato soprattutto di forza atletica e gioco aereo. Il suo modello è Lilian Thuram, uno dei grandi difensori dell’epoca. Ma proprio al suo arrivo in Italia scopre quanto possa essere complicato, per un giovane calciatore africano, trasformare un talento in una carriera. Parma e Udinese si contendono il giocatore e la vicenda rischia persino di trasformarsi in una disputa tra società. Alla fine è il club friulano a depositare per primo la documentazione e a tesserarlo. Tchangai firma il contratto nel maggio del 1998 e supera le visite mediche. Poi, però, arriva l’amara sorpresa: la normativa allora vigente sugli extracomunitari impedisce il suo tesseramento. Il paradosso è evidente. Il contratto è stato firmato, ma il ragazzo non può giocare.

In seguito racconterà di essersi sentito privato di un’occasione importante. Avrebbe preferito conoscere prima tutti gli ostacoli burocratici, soprattutto perché aveva ricevuto interessamenti anche dall’estero. L’Udinese lo manda quindi in prestito: prima in Slovenia, poi nei Paesi Bassi, al De Graafschap. Esperienze utili per continuare a crescere, ma anche lontane dall’idea di quel grande salto che sembrava ormai vicino. E proprio gli anni trascorsi in Europa gli fanno maturare un legame speciale con l’Italia. Tchangai non dimenticherà il Friuli. Con i primi guadagni acquista persino una casa a Udine e confessa di immaginare lì il proprio futuro una volta terminata la carriera. Nonostante le difficoltà, il calcio continua a offrirgli una possibilità.
Nel 2001 passa alla Viterbese. L’anno successivo arriva a Benevento, una città destinata a diventare molto più di una semplice tappa professionale. Nel Sannio gioca per quattro stagioni, tra Serie C1 e C2, diventando uno dei volti più riconoscibili del Benevento del presidente Pino Spatola. Il rapporto con la città è profondo. Al suo fianco ci sono la moglie Mamafufana Garetu e i figli. Nel 2004 nasce Anif, secondo figlio della coppia. Tchangai vive Benevento con un senso di appartenenza che va oltre il campo e conquista progressivamente anche il pubblico. Poi arriva il momento più importante della sua carriera.
La stagione 2005-‘06 è drammatica per il club sannita, travolto dal fallimento e costretto a ripartire fuori dal calcio professionistico. Tchangai rimane svincolato proprio mentre sta per realizzare il sogno più grande: partecipare alla Coppa del Mondo con il Togo. Per il Benevento è un piccolo pezzo di storia. Tchangai diventa infatti il primo calciatore nella storia del club a disputare un Mondiale. La Provincia sannita ne riconosce il valore e nel 2005 gli attribuisce il titolo di Ambasciatore del Sannio, trasformando il percorso del calciatore togolese in una storia simbolica di integrazione e appartenenza.

Nel Togo, intanto, Tchangai è diventato un riferimento. È il capitano della Nazionale e indossa la maglia numero 5. Con lui c’è un giovane Emmanuel Adebayor, destinato a diventare una delle stelle del calcio africano ed europeo. Il Mondiale di Germania 2006 rappresenta il punto più alto. Il Togo affronta Corea del Sud, Svizzera e Francia. Non riuscirà a superare la fase a gironi, ma quella squadra rappresenta per il piccolo Paese africano una straordinaria conquista. Per Tchangai è la consacrazione di un percorso cominciato lontano dai grandi stadi e costruito attraversando continenti. E proprio durante la partita contro la Corea del Sud, il 13 giugno 2006, arriva uno degli episodi più belli della sua carriera. Il coreano Lee Eul-yong accusa un problema muscolare e rimane a terra. Tchangai si avvicina e, invece di approfittare della situazione o limitarsi ad attendere la ripresa del gioco, si mette accanto all’avversario e gli massaggia la gamba. È un gesto semplice, quasi istintivo. Ma assume un significato particolare proprio perché avviene in una partita del Mondiale, dove la tensione e la competizione sono al massimo. Per qualche giorno quell’immagine fa il giro della stampa coreana. Tchangai diventa, suo malgrado, il protagonista di una delle fotografie più autentiche di quel torneo: un calciatore che per un attimo dimentica il risultato e vede nell’avversario soltanto un altro uomo alle prese con il dolore.
Ma il Mondiale non gli apre le porte che sperava. Dopo Germania 2006 non trova spazio in Italia. La sua carriera prosegue prima in Arabia Saudita e poi in Cina, dove nel 2009 approda allo Shenzhen. Sarà l’ultima squadra della sua vita. Già qualche anno prima Tchangai aveva raccontato con amarezza le difficoltà incontrate dai calciatori africani arrivati in Europa. Aveva parlato di giocatori stranieri trattati quasi come merce, di giovani che arrivavano in Italia senza sapere realmente quale sarebbe stato il loro destino. Una riflessione che, riletta oggi, appare ancora più significativa perché pronunciata da chi aveva vissuto sulla propria pelle quelle contraddizioni.

Poi arriva la parte più oscura della storia. Nel 2010 circolano notizie sul suo presunto coinvolgimento in un’indagine legata al traffico di droga. La notizia rimbalza anche in Togo e Tchangai decide di tornare a Lomé per chiarire pubblicamente la vicenda e difendere il proprio nome. Ma al suo rientro trova una situazione familiare drammatica. Secondo le ricostruzioni riportate negli anni successivi, il fratello avrebbe venduto alcuni dei suoi beni. La conferenza stampa annunciata non si svolge. Tchangai accusa un malore e viene ricoverato presso l’ospedale militare della capitale togolese. L’8 agosto 2010, proprio nel giorno del suo trentaduesimo compleanno, muore. La versione ufficiale riconduce il decesso a un problema cardiaco, indicato in diverse ricostruzioni come un infarto. Attorno alla morte, però, negli anni si sono sviluppate voci e ipotesi mai dimostrate, alimentate anche dalle precedenti indiscrezioni sul narcotraffico.

È importante distinguere ciò che è documentato dalle supposizioni: non risultano prove definitive che colleghino la morte di Tchangai a un’attività criminale. Le teorie circolate in Togo e sul web sono rimaste tali e non hanno trasformato i sospetti in certezze. Resta invece una certezza: Massamasso Tchangai è morto troppo presto.vAveva attraversato l’Africa e l’Europa inseguendo il calcio. Aveva conosciuto la frustrazione di un contratto firmato e di una maglia mai indossata, la gavetta nelle categorie inferiori, l’affetto di una città italiana, la fascia di capitano del proprio Paese e il palcoscenico mondiale. Aveva anche scelto di raccontare senza filtri le difficoltà incontrate dagli africani nel calcio europeo. E aveva lasciato all’Italia una parte importante della propria storia: quella di un ragazzo arrivato dal Togo che a Benevento era diventato uno di casa.
Forse è proprio questa la parte che merita di essere ricordata più delle ombre. Prima ancora di essere un calciatore del Mondiale, Tchangai fu un uomo che cercò un posto nel mondo. A Udine aveva trovato una seconda casa. A Benevento aveva trovato una comunità. Con il Togo aveva raggiunto il sogno della Coppa del Mondo. Il suo ultimo viaggio, invece, lo riportò in Africa. Aveva soltanto 32 anni.
E ancora oggi, oltre il mistero che accompagna la sua morte, rimane la fotografia di quel difensore togolese che, durante un Mondiale, si fermò ad aiutare un avversario. Un gesto piccolo dentro una partita enorme, ma forse il modo più autentico per raccontare chi fosse davvero Massamasso “Komi” Tchangai.
Mario Bocchio
