Javier Sagarzazu, l’ultima partita fu una festa. Due mesi dopo, il silenzio
Ago 23, 2026

Aveva appena conquistato la Coppa del Re con la Real Sociedad quando il destino lo portò lontano da San Sebastián. Sul pullman del Deportivo La Coruña, diretto a un’amichevole, si sentì improvvisamente male. Aveva 28 anni e non avrebbe mai fatto il suo debutto ufficiale con la nuova squadra

Calciatori che vengono ricordati per i gol, per i trofei, per le fotografie sollevando una coppa. Altri rimangono nella memoria per qualcosa di più difficile da spiegare: per la persona che erano.

Javier Sagarzazu era nato ad Azkoitia, in Gipuzkoa, ed era cresciuto nella cantera della Real Sociedad. Un difensore senza grandi concessioni allo spettacolo, ma affidabile, corretto, disciplinato. Un uomo di squadra. Uno di quei giocatori che gli allenatori sanno di poter mandare in campo senza paura.

Con la maglia biancoblù aveva costruito la sua carriera passo dopo passo, fino a diventare un titolare. E proprio quando sembrava arrivato il momento di raccogliere i frutti di tanti anni di lavoro, la sua storia prese una direzione inattesa.

Sagarzazu nella Real Sociedad

La primavera del 1987 gli regalò la gioia più grande. La Real Sociedad vinse la Coppa del Re nella finale di Saragozza contro l’Atlético Madrid. Per Sagarzazu quella partita avrebbe avuto, senza che nessuno potesse immaginarlo, un significato ancora più profondo: sarebbe stata la sua ultima gara ufficiale con la Real. Il club aveva deciso di cambiare. Il nuovo progetto tecnico non prevedeva più lui.

Sagarzazu non protestò. Non fece polemiche. Accettò la decisione con la dignità che aveva sempre mostrato sul campo. Gli ex compagni lo ricordarono mentre festeggiava quella vittoria con gli occhi lucidi. Era felice per il trofeo, ma anche consapevole che quella maglia che aveva indossato per anni non sarebbe più stata la sua. Quell’estate arrivò il trasferimento al Deportivo La Coruña, allora in Segunda División.

Sulle figurine

Un nuovo ambiente. Una nuova squadra. Una nuova vita professionale che stava per cominciare. Ma la vita aveva scritto un’altra storia. Era il 16 agosto 1987. Il Deportivo era diretto in pullman verso Carral, dove avrebbe dovuto affrontare l’Ourense in un’amichevole di precampionato.

Durante il viaggio Sagarzazu si sentì improvvisamente male. Il respiro diventò affannoso. Il corpo si irrigidì. Il giocatore si accasciò. Il pullman venne fermato e iniziarono immediatamente i tentativi di soccorso. Fu trasportato a Carral e affidato alle cure del medico locale. Per qualche istante sembrò che la respirazione potesse riprendere, ma Javier non tornò più cosciente. Fu trasferito d’urgenza all’ospedale di La Coruña. Alle 17.25, il verdetto fu terribile: Javier Sagarzazu era morto. Aveva soltanto 28 anni. La diagnosi parlò di edema polmonare e cerebrale. Una morte improvvisa, incomprensibile, arrivata quando la sua carriera avrebbe dovuto aprire un nuovo capitolo.

A casa, intanto, c’era una moglie incinta. Il figlio, Xabier, sarebbe nato pochi mesi dopo. La notizia sconvolse San Sebastián e Azkoitia. Ma non fu soltanto la morte di un calciatore. Fu la scomparsa improvvisa di un uomo che tutti ricordavano per la sua educazione, la sua cultura, la sua correttezza. Sagarzazu aveva studiato Magistero ed era appassionato di musica classica. Sul campo era quasi l’immagine della correttezza: in 154 partite raccolse appena sei ammonizioni. Un numero che raccontava molto più di una statistica. Raccontava un modo di stare nel calcio. Mai un gesto cattivo, mai una parola fuori posto. Per questo, quando arrivò la notizia della sua morte, il dolore fu ancora più grande.

Le poche foto di Sagarzazu nel  Deportivo La Coruña

Il suo nome sarebbe rimasto legato per sempre a due maglie: quella della Real Sociedad e quella del Deportivo La Coruña. Ma c’è un’immagine che, più di tutte, ha consegnato Sagarzazu alla memoria dei tifosi realisti. È il 1993. Lo storico stadio di Atocha sta per chiudere definitivamente le sue porte. È la notte dell’addio. Sul terreno di gioco c’è un bambino. È Xabier, il figlio di Javier. Ha appena cinque anni. Il pallone arriva davanti alla porta. Il bambino calcia. La palla entra. Quell’ultimo gol ad Atocha porta con sé un ricordo che attraversa il tempo: quello di un padre che non c’era più, ma che quella sera sembrava tornare attraverso suo figlio.

La tragedia sui giornali dell’epoca

Una coincidenza? Forse. Un destino? Impossibile dirlo. Quel che è certo è che la storia di Javier Sagarzazu non è soltanto la storia di una morte improvvisa. È la storia di una carriera interrotta proprio quando stava per ricominciare. Di una Coppa del Re conquistata come ultimo atto. Di un trasferimento mai diventato esordio. Di una famiglia privata troppo presto di un marito e di un padre. E soprattutto è la storia di un uomo che il calcio non ha dimenticato. Perché a volte un calciatore non lascia dietro di sé soltanto statistiche e trofei. Lascia un ricordo. E quello di Javier Sagarzazu, dal 16 agosto 1987, vive ancora tra San Sebastián, Azkoitia e La Coruña.

Mario Bocchio

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