
A 90 anni si spegne il tecnico che fece sognare Cesena, Como e Reggiana. Promozioni, salvezze e quella storica qualificazione in Coppa UEFA resteranno per sempre nella memoria del calcio italiano
Il calcio italiano perde uno dei suoi grandi protagonisti del dopoguerra. È morto all’età di 90 anni Giuseppe “Pippo” Marchioro, tecnico capace di costruire squadre vincenti e di trasformare società ambiziose in autentiche protagoniste. La sua carriera, lunga oltre quarant’anni, è stata costellata di promozioni, imprese sportive e intuizioni tattiche che lo hanno reso uno degli allenatori più apprezzati della sua generazione.
Nato a Milano il 13 marzo 1936, Marchioro aveva iniziato il proprio percorso nelle giovanili del Milan, coltivando il sogno di esordire in prima squadra. Quel traguardo non arrivò mai, ma il calcio gli riservò comunque un destino importante. Da attaccante vestì, tra le altre, la maglia del Varese, contribuendo alla straordinaria ascesa del club dalla Serie C alla Serie A tra il 1962 e il 1964.

Fu però in panchina che costruì la propria leggenda. Allenatore preparato, innovatore e grande motivatore, riuscì a ottenere risultati straordinari in diverse piazze italiane. Il primo grande successo arrivò nel 1973 con l’Alessandria, guidata alla conquista della Coppa Italia Semiprofessionisti. Da lì iniziò una carriera costellata di trionfi.
Il nome di Marchioro resterà per sempre legato al Cesena. Nella stagione 1975-‘76, alla guida del Cavalluccio appena approdato in Serie A, firmò quella che ancora oggi rappresenta la pagina più prestigiosa della storia del club romagnolo. Il sesto posto finale spalancò ai bianconeri le porte della Coppa UEFA, una qualificazione europea rimasta unica nella storia della società. Un’impresa che trasformò quella squadra in un simbolo per un’intera città e consacrò il tecnico milanese tra i migliori allenatori italiani dell’epoca.

Il rapporto con Cesena non si esaurì con quella stagione. Marchioro tornò infatti più volte sulla panchina bianconera, diventando una figura di riferimento per tifosi e ambiente. Negli ultimi anni aveva scelto di vivere proprio in Romagna, accanto alla figlia Letizia, continuando a seguire con affetto le vicende del club e assistendo spesso alle partite allo stadio Manuzzi.
Anche il Como gli deve alcune delle pagine più luminose della propria storia. Sul lago arrivarono oltre duecento panchine e una serie di risultati che ancora oggi rappresentano un punto di riferimento per il club lariano. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta conquistò due campionati consecutivi, portando gli azzurri dalla Serie C1 alla Serie A e firmando tre promozioni complessive, imprese che lo consacrarono come uno degli allenatori più vincenti nella storia del Como.
Un altro capitolo indimenticabile lo scrisse alla Reggiana. Sotto la sua guida i granata conquistarono la prima storica promozione in Serie A nella stagione 1992-‘93, seguita l’anno successivo da una salvezza che assunse i contorni di un’autentica impresa. Anche in Emilia Marchioro è rimasto una figura amatissima, ricordato come l’artefice di una delle epoche più gloriose del club.

Nel suo curriculum trovò spazio anche una parentesi al Milan nella stagione 1976-‘77. L’avventura in rossonero durò soltanto quindici partite e si concluse con un esonero, ma quell’esperienza non intaccò la reputazione di un tecnico che avrebbe continuato a raccogliere successi nelle piazze dove gli veniva dato il tempo di costruire.

Le società che hanno avuto il privilegio di averlo in panchina lo ricordano oggi come un allenatore capace di vedere oltre il presente, di valorizzare i giovani e di trasmettere ai propri giocatori una cultura del lavoro che spesso faceva la differenza. La sua idea di calcio, moderna per quegli anni, contribuì ad aprire una nuova stagione tecnica nel panorama italiano.
Con la scomparsa di Pippo Marchioro se ne va uno dei grandi maestri del calcio italiano. Restano i risultati, le promozioni, le imprese europee e il ricordo di un uomo che ha saputo lasciare un’impronta profonda ovunque abbia lavorato.
Mario Bocchio
