
Dal vivaio giallorosso ai professionisti, passando per un grave infortunio che ne ha cambiato il futuro. Oggi vive in Austria, ma continua a custodire lo stesso amore per il Catanzaro e per quel calcio che gli ha insegnato a non arrendersi
Calciatori che vengono ricordati per i trofei conquistati e altri che restano nel cuore dei tifosi per il percorso umano che hanno saputo costruire. La vicenda di Francesco Procopio racconta di un bambino cresciuto con il Catanzaro nel sangue, diventato professionista grazie al talento e alla determinazione, costretto però a ridimensionare le proprie ambizioni dopo un gravissimo infortunio che avrebbe potuto mettere fine alla sua carriera ancora prima del tempo. Nato a Catanzaro l’8 maggio 1969, Procopio entra giovanissimo nel vivaio giallorosso. A soli sei anni indossa già i colori della squadra della sua città e inizia un lungo percorso di crescita che lo accompagnerà fino al calcio professionistico. Per lui il Catanzaro non rappresenta soltanto una società sportiva, ma una vera scuola di vita.
Negli anni trascorsi nel settore giovanile matura sotto la guida di allenatori che lasceranno un’impronta profonda nella sua formazione. Tecnici come Fausto Silipo, Resina e Cristofaro contribuiscono a plasmare il ragazzo sia dal punto di vista tecnico sia sotto l’aspetto umano, insegnandogli disciplina, spirito di sacrificio e rispetto per la maglia. Prima ancora di conquistare un posto in prima squadra, il suo osservatorio privilegiato è quello del raccattapalle. Trascorre ogni domenica a pochi metri dal terreno di gioco, vivendo l’atmosfera dello stadio molto prima del fischio d’inizio. Quelle giornate gli permettono di osservare da vicino alcuni dei più grandi protagonisti del calcio italiano e internazionale. Mentre gli altri tifosi li ammirano dagli spalti, lui può vedere campioni del calibro di Zico, Paolo Rossi, Giancarlo Antognoni e Liam Brady da pochi passi di distanza. In qualche occasione riesce perfino a partecipare ai loro riscaldamenti, respirando il clima del grande calcio quando è ancora soltanto un ragazzino.
Tra i tanti ricordi custoditi nella memoria ce n’è uno diventato quasi simbolico. Durante una partita del Catanzaro contro la Fiorentina, nel febbraio del 1981, l’entusiasmo prende il sopravvento. Dopo il rigore trasformato da Massimo Palanca, il giovane Procopio corre verso la porta e accompagna il pallone in rete, come se per un istante volesse vivere il sogno di segnare davanti ai propri tifosi. Un gesto spontaneo, nato dall’amore per quei colori e dall’immaginazione di un bambino.

Un’altra emozione arriva prima di una sfida contro la Juventus. In un’esibizione riservata alle formazioni giovanili realizza un pallonetto spettacolare da lunga distanza. Lo stadio, già pieno per assistere alla partita dei grandi, applaude quella giocata. È uno dei primi momenti nei quali comprende quanto possa essere speciale sentire l’incoraggiamento di migliaia di persone. Il salto tra i professionisti arriva nell’estate del 1986. L’occasione è prestigiosa: la Coppa Italia mette il Catanzaro di fronte all’Inter a San Siro. Poche ore prima della gara, l’allenatore Claudio Tobia gli comunica che farà il suo esordio. Per un ragazzo cresciuto nel vivaio giallorosso è la realizzazione di un sogno. Entrare nello stadio milanese e condividere il campo con fuoriclasse come Karl-Heinz Rummenigge, Marco Tardelli, Giuseppe Bergomi, Alessandro Altobelli e Pietro Fanna rappresenta un’esperienza destinata a rimanere impressa per sempre. Successivamente arrivano anche le presenze in Serie B. Il debutto nella categoria coincide con una stagione complicata per il Catanzaro, ma Procopio riesce comunque a ritagliarsi il proprio spazio. Tra le partite che ricorda con maggiore intensità c’è quella disputata accanto a Massimo Palanca contro il Piacenza, in un campionato segnato da continui cambiamenti tecnici e da una salvezza conquistata soltanto nelle battute conclusive.
Nel corso della sua esperienza in maglia giallorossa colleziona cinque presenze in Serie B, quattordici incontri con una rete in Serie C1, settantotto partite e nove gol in Serie C2, oltre a due apparizioni in Coppa Italia. La sua carriera, tuttavia, prende una direzione diversa da quella immaginata. Un grave incidente provoca un infortunio molto serio che mette in dubbio persino la possibilità di tornare a giocare. I medici sono pessimisti, ma Procopio affronta la riabilitazione con la stessa determinazione che aveva mostrato fin da bambino.
Riesce a rientrare sui campi, ma quell’episodio gli impedisce di esprimere completamente il proprio potenziale. Rimane comunque un giocatore affidabile e generoso, protagonista anche nelle stagioni più complicate della storia del Catanzaro. Negli anni difficili continua infatti a vestire la maglia giallorossa, vivendo in prima persona le vicende che seguono la retrocessione per illecito sportivo e i tentativi di riportare il club nelle categorie superiori. Nonostante l’interesse di altre società, resta fedele ai colori della sua città, affrontando stagioni ricche di aspettative ma anche di profonde delusioni sportive. Terminata la carriera calcistica, la sua vita prende una strada completamente diversa. Si trasferisce a Innsbruck, in Austria, dove costruisce un’importante attività imprenditoriale nel settore della moda e dell’abbigliamento di fascia alta, trasformando un’altra passione personale in una professione. Il trasferimento all’estero, però, non ha mai cancellato il legame con Catanzaro. Continua a seguire con attenzione le vicende della squadra, vivendo da lontano ogni successo e ogni difficoltà. Guarda con soddisfazione la rinascita della società e apprezza il lavoro svolto dalla dirigenza che ha riportato entusiasmo nell’ambiente.
Accanto all’entusiasmo, conserva anche una convinzione maturata grazie alla propria esperienza personale: il futuro del Catanzaro passa inevitabilmente dal rilancio del settore giovanile. È lì che, secondo lui, il club dovrà tornare a investire per costruire una nuova generazione di calciatori cresciuti con il senso di appartenenza che ha caratterizzato la sua epoca. Perché Francesco Procopio, ancora oggi, rappresenta proprio questo: un uomo che ha cambiato Paese e professione, ma che continua a sentirsi parte di una storia iniziata tanti anni fa con un pallone, una maglia giallorossa e il sogno di un bambino destinato, comunque, a diventare realtà.
Mario Bocchio
