Giovanni Sacco, il campione che non smise mai di sentirsi un ragazzo di paese
Lug 30, 2026

Dallo scudetto con la Juventus ai campi di provincia: la storia di un talento elegante che ha scelto la semplicità invece della celebrità

Calciatori che vengono ricordati soltanto per i trofei conquistati e altri che lasciano un segno soprattutto per la persona che sono stati. Giovanni Sacco apparteneva a entrambe le categorie. Ha indossato la maglia della Juventus campione d’Italia, ha vissuto il grande calcio degli anni Sessanta e ha condiviso lo spogliatoio con autentiche leggende, ma non ha mai dimenticato le sue origini. Fino all’ultimo è rimasto il “Giovannino” di San Damiano d’Asti.

La sua vita si è conclusa nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 2020, all’ospedale Cardinal Massaia di Asti, dove era stato ricoverato dopo aver contratto il Covid-19. Aveva 77 anni. Era nato il 24 settembre 1943 e aveva attraversato il calcio italiano con lo stile discreto di chi preferisce i fatti ai riflettori.

Giovanni Sacco nella Juventus

Il suo viaggio sportivo iniziò quasi per caso, tra i cortili dei collegi frequentati durante gli anni degli studi. Il pallone era la sua passione quotidiana e bastarono poche partite perché gli osservatori si accorgessero di quel centrocampista raffinato, dotato di tecnica sopraffina e di una naturale eleganza nei movimenti. Juventus e Torino lo seguirono, ma fu il club bianconero ad assicurarsene il cartellino. L’esordio in Serie A arrivò il 9 dicembre 1962 sul campo del Palermo. Aveva appena diciannove anni quando il tecnico brasiliano Paulo Amaral gli affidò la maglia della prima squadra. Da quel momento iniziò una carriera che lo avrebbe portato a disputare 138 partite nella massima serie, di cui 84 con la Juventus, 18 con la Lazio e 36 con l’Atalanta.

Con la Vecchia Signora visse alcune delle pagine più belle della sua carriera. Conquistò la Coppa Italia nel 1965 e, due anni dopo, lo scudetto sotto la guida di Heriberto Herrera, l’allenatore passato alla storia come il “sergente di ferro”. Fu proprio in quegli anni che Sacco si fece apprezzare anche in Europa, trovando la rete in Coppa dei Campioni contro l’Eintracht Francoforte, una marcatura decisiva che contribuì a spingere la Juventus fino alle semifinali della competizione. Centrocampista offensivo di rara qualità tecnica, possedeva un dribbling elegante e una visione di gioco che gli valse gli elogi della stampa specializzata. Veniva descritto come un interprete del calcio capace di unire fantasia e intelligenza tattica, qualità che gli permisero di realizzare complessivamente 22 reti tra i professionisti e di conquistare anche una presenza con la Nazionale Under 21.

Sulla rivista “Hurrà Juventus”

La sua storia non si esaurì però con la Serie A. Indossò la maglia dell’Atalanta anche nel campionato cadetto, contribuendo alla promozione nella massima divisione, prima di trasferirsi alla Reggiana. Quando molti avrebbero pensato al ritiro, Sacco scelse invece di continuare a giocare per il piacere del calcio. A 33 anni accettò la sfida dell’Asti, in Serie D, dove divenne presto un punto di riferimento non solo in campo, ma anche per il settore giovanile e, successivamente, per la prima squadra.

Terminata la carriera da calciatore, intraprese quella di allenatore senza mai allontanarsi troppo dalla sua terra. Guidò società come Imperia, Savona, Pro Vercelli, Casale, Pinerolo e Aosta, preferendo restare vicino alla famiglia piuttosto che inseguire incarichi più prestigiosi. Aveva una convinzione precisa quando osservava un giovane: il talento non bastava. Servivano “piedi buoni e testa a posto”, una filosofia che lo accompagnò anche negli anni trascorsi nel settore giovanile della Juventus.

Sacco non ha mai rinnegato le proprie origini contadine

Chi lo ha conosciuto ricorda soprattutto la sua umanità. Durante i viaggi in pullman con l’Asti, Giovanni trasformava ogni trasferta in un racconto. Parlava della Juventus, di Sivori, dei grandi campioni incontrati e delle sfide vissute ai massimi livelli, sempre con il sorriso e senza mai ostentare ciò che aveva conquistato. In una delle sue ultime interviste raccontò con sincerità il percorso che lo aveva portato al grande calcio. Da ragazzo il nonno sognava per lui un futuro da veterinario, mentre il destino aveva scelto un pallone. Ripensando alla propria carriera non parlava di rimpianti, ma di gratitudine. Tra i ricordi più intensi indicava l’esordio in Serie A, lo scudetto conquistato con la Juventus e la promozione ottenuta con l’Atalanta.

Tra gli episodi rimasti impressi nella sua memoria c’era anche il rapporto con Heriberto Herrera. Allenamenti durissimi, disciplina inflessibile e controlli continui facevano parte del metodo del tecnico paraguaiano. Sacco ricordava con ironia perfino uno scherzo che gli costò una delle poche vere arrabbiature del mister, quando inserì provocatoriamente il proprio nome nella formazione ufficiale al posto di Omar Sivori.

Nella Lazio, a sinistra, e in nerazzurro con l’Atalanta

C’era però un dolore che non riuscì mai a dimenticare: la rinuncia dell’Italia alle Olimpiadi di Tokyo del 1964. La Nazionale si era qualificata sul campo, ma la spedizione fu cancellata a causa delle polemiche sul cosiddetto falso dilettantismo, privando molti giovani di un’occasione irripetibile. Anche il derby del 22 ottobre 1967 contro il Torino rimase scolpito nei suoi ricordi. Era la prima stracittadina dopo la tragica morte di Gigi Meroni. I bianconeri pensarono di trovare un avversario emotivamente abbattuto, ma accadde l’opposto: il Torino giocò per onorare il proprio campione e vinse con un netto 4-0.

Chi lo ha frequentato fuori dal rettangolo di gioco racconta un uomo rimasto sempre fedele alle proprie radici. A ricordarlo con particolare affetto è il fratello Mario, che descrive una famiglia improvvisamente travolta dalla popolarità quando Giovanni esplose con la Juventus. Giornalisti, tifosi e curiosi affollavano la casa di San Damiano, ma il successo non cambiò mai il suo carattere. Per raggiungere gli allenamenti prendeva il treno come qualsiasi altro pendolare e, per evitare di essere riconosciuto, copriva i simboli della Juventus sulla giacca. Ogni sera la madre ricuciva con pazienza lo stemma che lui aveva staccato poche ore prima. Un gesto semplice che racconta più di tante parole la sua personalità.

Avrebbe potuto trasferirsi in città e frequentare gli ambienti più esclusivi del calcio italiano. Scelse invece di rimanere nel suo paese, circondato dagli amici di sempre, dalla famiglia, dalla moglie Angela, dai figli, dai nipoti e dalla campagna che non aveva mai smesso di amare. Negli ultimi anni tornò là dove tutto era iniziato: il vivaio della Juventus. Non più per inseguire vittorie personali, ma per trasmettere ai ragazzi ciò che aveva imparato in una vita trascorsa rincorrendo un pallone. Perché Giovanni Sacco non insegnava soltanto come si controlla una palla o si serve un compagno: insegnava che il talento ha valore soltanto quando cammina insieme all’umiltà.

Mario Bocchio

Condividi su: