
Argentina 1978, quando l’Olanda si interrogò se fosse giusto giocare sotto la dittatura di Videla
Molto prima della Russia della dittatura di Vladimir Putin, del Qatar delle polemiche sulle morti degli operai impiegati nella costruzione degli stadi, ed anche molto prima dei Mondiali in corso, negli Stati Uniti di Donald Trump, il calcio aveva già dovuto fare i conti con una domanda destinata a ripresentarsi ciclicamente: è possibile separare lo sport dalla politica? È giusto disputare un Campionato del Mondo in un Paese dove i diritti umani vengono sistematicamente violati?
La prima grande risposta a questo interrogativo arrivò nel 1978, quando il Mondiale si disputò in Argentina, un Paese soffocato dalla dittatura militare del generale Jorge Videla. Anche allora l’Olanda si trovò al centro di un acceso dibattito. La nazionale vicecampione del mondo avrebbe dovuto partire? Oppure avrebbe dovuto rinunciare per non legittimare un regime che stava facendo sparire migliaia di cittadini?

Fu una discussione profonda, che coinvolse politica, cultura, giornalismo e opinione pubblica. Una discussione che, a quasi mezzo secolo di distanza, conserva una sorprendente attualità.
L’Argentina aveva ottenuto l’organizzazione del Mondiale nel 1966. In quel momento nessuno poteva immaginare quale sarebbe stato il destino del Paese. Pochi giorni prima dell’assegnazione, infatti, un colpo di Stato aveva consegnato il potere ai militari guidati da Juan Carlos Onganía. Fu l’inizio di una lunga stagione di instabilità politica, repressioni e violenze.
Negli anni successivi il Paese visse una continua alternanza tra proteste popolari, terrorismo, crisi economica e governi militari. Nel 1973 sembrò aprirsi una fase nuova con il ritorno dall’esilio di Juan Domingo Perón, accolto come un salvatore da milioni di argentini. La sua rielezione alla presidenza restituì speranza a una popolazione ormai stremata.
L’illusione durò poco. Perón morì appena un anno dopo essere tornato al potere e la presidenza passò alla moglie Isabel Martínez de Perón. Il governo si rivelò incapace di controllare una situazione ormai fuori controllo. Gruppi guerriglieri, organizzazioni paramilitari e forze dell’ordine trasformarono l’Argentina in un teatro di guerra quotidiano. A Buenos Aires esplodevano ordigni quasi ogni giorno, mentre sequestri e omicidi scandivano la cronaca.
Il 24 marzo 1976 arrivò il colpo di Stato destinato a cambiare la storia del Paese. Il comandante dell’esercito Jorge Rafael Videla prese il potere instaurando una delle dittature più sanguinose dell’America Latina.
Cominciò quella che sarebbe passata alla storia come la “Guerra sporca”. Migliaia di oppositori politici vennero arrestati senza processo. Molti furono rinchiusi in centri clandestini di detenzione, torturati e assassinati. Intere famiglie scomparvero nel nulla. Neonati vennero sottratti alle madri detenute e affidati a famiglie vicine al regime. Ancora oggi si stima che tra il 1976 e il 1983 circa trentamila persone siano diventate desaparecidos, inghiottite da un sistema repressivo costruito per cancellare ogni forma di dissenso.

In questo scenario il Mondiale assunse un’importanza enorme. Videla comprese immediatamente il valore propagandistico del torneo. Milioni di telespettatori avrebbero osservato l’Argentina attraverso le immagini trasmesse dagli stadi. Bisognava mostrare un Paese efficiente, sicuro e innamorato del calcio, nascondendo le prigioni clandestine, le torture e gli omicidi che continuavano a consumarsi lontano dalle telecamere.
Per alcuni governi europei era impensabile che il torneo rimanesse in Argentina. Già nel 1974 si era parlato della possibilità di trasferire l’organizzazione nei Paesi Bassi e in Belgio. Ma la FIFA non prese mai realmente in considerazione questa soluzione e Videla riuscì a convincere i dirigenti calcistici internazionali che il Paese fosse perfettamente in grado di ospitare il Mondiale.
Fu allora che nei Paesi Bassi nacque uno dei movimenti di protesta più significativi della storia del calcio europeo. A guidarlo non furono politici o dirigenti sportivi, ma due giovani artisti destinati a diventare figure simboliche della cultura olandese: Bram Vermeulen e Freek de Jonge. Dal gennaio del 1978 portarono nei teatri lo spettacolo Bloed aan de paal (“Sangue sul palo”), un titolo provocatorio che denunciava il prezzo umano nascosto dietro la festa del calcio.
Lo spettacolo rappresentò soltanto una parte della loro battaglia. I due cabarettisti organizzarono conferenze stampa, raccolte di firme, incontri pubblici e numerose iniziative per costringere il governo e la federazione calcistica a prendere posizione.

L’obiettivo, come avrebbe ricordato molti anni dopo Freek de Jonge, non era impedire lo svolgimento del Mondiale in sé, ma togliere alla dittatura la straordinaria occasione di propaganda che il torneo rappresentava.
Anche la stampa sportiva contribuì al dibattito. Il settimanale Voetbal International dedicò numerosi articoli alla questione, offrendo spazio alle ragioni dei promotori del boicottaggio.
Tuttavia gran parte dei tifosi non condivideva quella posizione. Molti sostenevano che lo sport dovesse restare separato dalla politica e si chiedevano dove sarebbe stato ancora possibile organizzare manifestazioni internazionali se si fosse applicato quel principio in modo rigoroso.
Il governo olandese preferì non assumersi la responsabilità della scelta, sostenendo che la decisione spettasse esclusivamente alla federazione calcistica. La KNVB, a sua volta, cercò una copertura politica rivolgendosi al Parlamento e alla FIFA.
Entrambi diedero il via libera. Così, il 26 maggio 1978, la nazionale olandese partì regolarmente per Buenos Aires. La squadra, tuttavia, non era quella che aveva incantato il mondo quattro anni prima in Germania Ovest. Mancava soprattutto Johan Cruijff. Per lungo tempo si pensò che la sua assenza fosse legata alla dittatura argentina. Soltanto molti anni dopo il fuoriclasse spiegò la verità: pochi mesi prima del Mondiale lui e la sua famiglia erano stati vittime di un tentativo di sequestro nella loro abitazione di Barcellona. Quell’esperienza traumatica lo convinse a non lasciare soli i propri cari. Anche Willem van Hanegem rinunciò, dichiarando di non sentirsi nelle condizioni psicofisiche adatte per affrontare il torneo.
L’unico nazionale olandese a rifiutare esplicitamente la convocazione per motivi politici fu invece Oeki Hoekema, che considerava inaccettabile partecipare a una manifestazione organizzata da una dittatura militare.

Una volta arrivati in Argentina, i calciatori scoprirono quanto fosse impossibile isolarsi dalla realtà. Ovunque erano presenti soldati armati, mezzi blindati e controlli rigidissimi. Gli alberghi delle nazionali erano sorvegliati giorno e notte. I giornalisti stranieri ponevano continuamente domande sulla situazione politica, mentre le Madri di Plaza de Mayo continuavano a sfilare chiedendo notizie dei propri figli scomparsi. Eppure il torneo proseguì.
L’Argentina arrivò in finale dopo il discusso successo per 6-0 contro il Perù, un risultato che consentì ai padroni di casa di superare il girone finale. Ancora oggi quella partita è circondata da sospetti di pressioni politiche e accordi mai completamente chiariti. Il 25 giugno 1978, nello stadio Monumental di Buenos Aires, si disputò la finale.
L’Olanda, pur priva di Cruijff, riuscì a tenere testa ai padroni di casa. A pochi secondi dalla fine dei tempi regolamentari Rob Rensenbrink colpì il palo con un tiro destinato a entrare nella storia. Se quel pallone fosse entrato, probabilmente avrebbe cambiato il destino del Mondiale. Invece si andò ai tempi supplementari. L’Argentina segnò due volte e vinse 3-1, conquistando il suo primo titolo mondiale. Pochi minuti dopo Jorge Videla consegnò personalmente la Coppa del Mondo ai giocatori argentini. Le immagini fecero il giro del pianeta, offrendo al regime la fotografia perfetta che aveva cercato fin dall’inizio.

Negli anni successivi, mentre emergevano testimonianze sempre più drammatiche sulla repressione, molti protagonisti cambiarono opinione. Diversi calciatori confessarono che, se avessero conosciuto allora ciò che sarebbe emerso in seguito, avrebbero probabilmente scelto di non partire. Ernie Brandts dichiarò senza esitazioni che, sapendo delle torture e degli omicidi sistematici, avrebbe rinunciato al Mondiale. Anche molti argentini vivono ancora oggi un rapporto contraddittorio con quel trionfo. Da una parte il primo titolo mondiale della loro storia; dall’altra la consapevolezza che quella vittoria fu utilizzata da una dittatura come straordinario strumento di legittimazione internazionale.
Quando nel 2028 il Mondiale si disputò nella Russia di Putin, oppure nel 2022 in Qatar, ed ancora negli ultimi mesi con le immagini delle repressioni e delle guerre di Trump, il dibattito è tornato inevitabilmente a galla. Cambiano i contesti e le violazioni, ma la domanda rimane identica: fino a che punto il calcio può ignorare ciò che accade fuori dagli stadi?
Il Mondiale del 1978 resta il precedente più emblematico. Non soltanto per ciò che accadde sul campo, ma perché dimostra che un grande evento sportivo può trasformarsi in un’arma politica potentissima. Ancora oggi quella Coppa del Mondo continua a interrogare la coscienza dello sport internazionale, ricordando che, talvolta, il silenzio può pesare quanto una vittoria.
Mario Bocchio
