Quarant’anni dopo la mano de dios: il peccato che non può oscurare il miracolo
Giu 23, 2026

Nel giugno del 1986 Diego Maradona segnò il gol più controverso e il più poetico della storia del calcio. Due gesti, quattro minuti, un confine sottile tra scorrettezza e genio

Quarant’anni dopo, la mano de dios continua a essere una ferita aperta e una leggenda condivisa. È il gol che divide, che irrita, che fa ancora discutere chi quel pomeriggio lo visse allo stadio Azteca o davanti a una televisione. È anche il gol che ha contribuito a costruire un mito che non smette di crescere.

Ma chiamarlo soltanto “episodio controverso” sarebbe riduttivo. E forse anche un po’ comodo. Perché quella mano è stata, senza giri di parole, un gesto scorretto. Un’irregolarità evidente. Un’infrazione che oggi, nell’era del VAR e della tecnologia, verrebbe cancellata in pochi secondi senza possibilità di discussione.

E proprio qui nasce il nodo: accettare la scorrettezza senza per questo ridurre la grandezza. Per capire quel pomeriggio del 22 giugno 1986 bisogna tenere insieme entrambe le verità. La prima è scomoda. La seconda è luminosa.

La prima dice che Diego Armando Maradona segnò un gol con la mano contro l’Inghilterra nei quarti di finale del Mondiale. L’arbitro non vide, il guardalinee non intervenne, il gioco proseguì come se nulla fosse accaduto. L’Argentina passò in vantaggio in un clima già carico di tensione. La seconda verità è che, pochi minuti dopo, lo stesso uomo fece qualcosa che il calcio non aveva mai visto prima e che, ancora oggi, nessuno è riuscito a replicare con la stessa perfezione.

Maradona e Peter Shilton

Ma prima di arrivare al genio, bisogna attraversare il contesto. Argentina e Inghilterra non erano due squadre qualsiasi. Erano due Paesi che portavano sulle spalle una storia recente di conflitto. La guerra delle Falkland-Malvinas del 1982 aveva lasciato ferite profonde, soprattutto in Argentina, dove il ritorno dei soldati e il bilancio delle vittime avevano segnato una generazione intera. Il calcio non poteva cancellare quella storia, ma inevitabilmente la rifletteva. Quel quarto di finale mondiale non era una guerra. Ma non era nemmeno una partita neutra.

L’atmosfera era elettrica, tesa, carica di significati che andavano oltre il campo. E in questo clima esplosivo arriva il primo gol. Minuto 51. Un pallone vagante in area inglese. Peter Shilton, portiere alto e imponente, esce per prenderlo. Diego Maradona, più basso, sa di non poter arrivare di testa. Allora alza il braccio. Il contatto è rapido, quasi furtivo. Il pallone entra in rete. Per un attimo lo stadio si ferma. Poi esplode.

È un gol scorretto. Non c’è dubbio. Non c’è interpretazione. È una furbizia, un gesto al limite, una decisione istintiva che sfrutta l’assenza di controllo arbitrale. Maradona stesso lo avrebbe poi raccontato con una frase diventata immortale e discutibile allo stesso tempo: “Un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”.

La mano di Dio.

Un modo poetico per raccontare una scorrettezza. Un ossimoro che ancora oggi divide chi vede in quel gesto una furbizia geniale e chi invece una macchia indelebile. Ma la storia non si ferma lì. Anzi, si ribalta subito. Quattro minuti dopo. Minuto 55. L’Argentina recupera palla nella propria metà campo. Maradona riceve. E parte. Da quel momento il campo diventa un corridoio infinito.

Beardsley.

Reid.

Butcher.

Fenwick.

Shilton.

Cinque uomini eliminati uno dopo l’altro. Non con la forza. Non con la velocità pura. Ma con qualcosa di diverso: controllo assoluto, equilibrio, visione, una sensibilità sul pallone che sembra sovrumana. Undici secondi. Sessanta metri. Un gol.

Il gol del secolo.

Il radiocronista uruguaiano Víctor Hugo Morales urla parole che diventano storia: “Barrilete cósmico… ¿de qué planeta viniste?”.

Da quale pianeta sei arrivato?

Il gol del secolo

Ed è qui che la contraddizione diventa definitiva. Perché lo stesso uomo capace di un gesto scorretto appena quattro minuti prima realizza uno dei gesti tecnici più perfetti mai visti nella storia dello sport. E questa convivenza è ciò che rende Maradona impossibile da incasellare. La mano de dios è l’istinto, la furbizia, la strada, la sopravvivenza. Il gol del secolo è la poesia, la geometria impossibile, la bellezza pura. Due verità nello stesso corpo. Due verità nello stesso pomeriggio. Due verità nello stesso Mondiale.

Nel tempo, la narrazione ha provato a semplificare. A separare il bene dal male, il lecito dall’illecito, il genio dalla scorrettezza. Ma il calcio non funziona così. E Maradona ancora meno. Perché la sua grandezza nasce proprio da questa frattura: dall’essere umano e imperfetto, capace di scendere a compromessi e nello stesso momento di produrre qualcosa che sfugge alle regole della realtà.

Quarant’anni dopo, la mano de dios resta un gesto scorretto. Ma non è mai stata solo quello. È stata anche l’inizio di un racconto che, pochi minuti dopo, si è trasformato in leggenda.

Mario Bocchio

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