José Sanfilippo, il re di Boedo che non smise mai di segnare
Giu 13, 2026

Dalle strade di Buenos Aires al trono del San Lorenzo, passando per i Mondiali, Boca Juniors e una vita vissuta sempre in attacco: addio a José “El Nene” Sanfilippo, una delle ultime grandi leggende del calcio argentino

La notizia della morte di José Sanfilippo, avvenuta all’età di 91 anni, ha attraversato l’Argentina come una di quelle vecchie canzoni che tutti conoscono a memoria. Non è soltanto la scomparsa di un ex calciatore. È l’addio a un pezzo di storia nazionale, a uno degli uomini che hanno contribuito a costruire il mito del calcio argentino nel dopoguerra, quando gli stadi erano cattedrali popolari e i grandi centravanti diventavano eroi di quartiere prima ancora che campioni.

Per generazioni di tifosi del San Lorenzo, José Francisco Sanfilippo non era semplicemente un attaccante. Era “El Nene”. Un soprannome che lo accompagnò per tutta la vita e che finì per diventare più famoso del suo stesso cognome. Bastava pronunciarlo a Buenos Aires per evocare immediatamente immagini di gol, tribune gremite, bandiere rossoblù e pomeriggi in cui il calcio sembrava capace di fermare il tempo.

Sanfilippo con la maglia albiceleste dell’Argentina

Quando nacque, nel 1935, il calcio argentino stava vivendo una delle sue epoche più romantiche. Quando cominciò a giocare, negli anni Cinquanta, il pallone era già diventato il linguaggio comune delle classi popolari. E fu proprio in quel contesto che Sanfilippo emerse come uno dei talenti più straordinari della sua generazione.

Non aveva bisogno di molte occasioni. Gli bastava un pallone giocabile. Dentro l’area di rigore possedeva quell’istinto che separa i buoni attaccanti dai grandi goleador. Era rapido nel pensiero, preciso nell’esecuzione e spietato davanti alla porta. Qualità che gli permisero di trasformarsi rapidamente nel simbolo offensivo del San Lorenzo.

Boedo, il quartiere che ospitava il cuore pulsante del club, si innamorò di lui quasi subito. Le cronache dell’epoca raccontano di un attaccante capace di segnare in ogni modo possibile: di testa, di destro, di sinistro, da lontano o da pochi passi. Ogni stagione sembrava una gara contro se stesso. Ogni campionato un’occasione per alzare ulteriormente l’asticella.

Con il passare degli anni, i gol si accumularono fino a raggiungere una cifra destinata a diventare monumentale: 205 reti in 263 partite ufficiali con la maglia del San Lorenzo. Un record impressionante non soltanto per la quantità, ma anche per la continuità con cui fu costruito.

Nel San Lorenzo de Almagro

Molti grandi attaccanti sono passati da Boedo. Alcuni hanno vinto titoli, altri hanno lasciato ricordi indelebili. Nessuno, però, è riuscito a cancellare il nome di Sanfilippo dalla vetta della classifica dei marcatori storici del club. Decenni di calcio professionistico, generazioni di campioni, cambiamenti tattici e rivoluzioni sportive non sono bastati a spodestarlo. È questo il segno delle vere leggende: i loro record smettono di essere statistiche e diventano parte dell’identità di una società.

Negli anni in cui il calcio argentino produceva campioni in quantità straordinaria, Sanfilippo si ritagliò uno spazio anche con la maglia dell’Argentina. Partecipò a due Campionati del Mondo, entrando a far parte di una generazione che portava sulle spalle il peso di una tradizione enorme. Non sempre la nazionale riuscì a raccogliere i risultati che il talento dei suoi giocatori avrebbe meritato, ma la presenza di Sanfilippo confermò il suo status di attaccante tra i più rispettati del Paese.

La sua fama era tale che anche il Boca Juniors decise di affidarsi a lui. In Argentina il passaggio da una grande squadra all’altra non è mai una questione banale. Significa confrontarsi con aspettative enormi, pressioni costanti e tifoserie che vivono il calcio come una questione identitaria.

Sanfilippo, come aveva fatto al San Lorenzo, lasciò il segno anche alla Bombonera. Non vi rimase a lungo, ma contribuì a una delle campagne internazionali più importanti del club in quegli anni, quella che portò il Boca fino alla finale della Coppa Libertadores del 1963.

L’esultanza alla “Bombonera” ai tempi del Boca

Dall’altra parte, però, c’era una squadra destinata a entrare nella leggenda: il Santos di Pelé. Quel Santos che stava dominando il calcio mondiale e che rappresentava probabilmente il massimo livello raggiungibile all’epoca da una formazione di club. Il Boca si arrese, ma quella finale rimase una delle pagine significative della carriera del Nene.

Come molti grandi personaggi del calcio argentino, Sanfilippo non riuscì mai a separarsi completamente dal pallone. Anche dopo il ritiro continuò a vivere il calcio da protagonista. In televisione trovò un nuovo palcoscenico. Se da giocatore aveva colpito con i gol, da opinionista colpì con le parole. Non amava la diplomazia e non cercava il consenso. Diceva ciò che pensava, spesso in modo diretto e tagliente. Le sue dichiarazioni diventavano argomento di discussione nei bar, negli studi televisivi e sulle pagine sportive.

Per alcuni era scomodo. Per altri rappresentava una voce autentica in un mondo sempre più costruito. In ogni caso era impossibile ignorarlo. Questa seconda vita pubblica contribuì a mantenerlo vicino ai tifosi anche molti anni dopo il ritiro. Le nuove generazioni, che non lo avevano mai visto giocare, impararono a conoscerlo attraverso la televisione e i racconti dei genitori e dei nonni.

Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti della sua figura. Sanfilippo riuscì a collegare epoche diverse del calcio argentino. Fu protagonista degli anni Cinquanta e Sessanta, testimone delle trasformazioni degli anni Settanta e Ottanta, commentatore nell’era della globalizzazione calcistica e presenza costante nel dibattito sportivo fino agli ultimi anni della sua vita.

In Uruguay, con il Nacional di Montevideo

Quando il San Lorenzo ha annunciato la sua scomparsa con un messaggio carico di emozione, non ha salutato soltanto il proprio miglior marcatore. Ha salutato un simbolo. Perché alcune figure finiscono per rappresentare molto più dei risultati ottenuti sul campo. Diventano memoria collettiva. Diventano il racconto che una comunità tramanda a sé stessa.

Oggi, mentre il calcio corre veloce tra statistiche digitali, social network e contratti milionari, la storia di José Sanfilippo riporta a un’epoca diversa. Un tempo in cui il rapporto tra un giocatore e il suo quartiere era quasi familiare. Un tempo in cui i tifosi conoscevano i propri idoli da vicino e in cui un goleador poteva diventare il volto stesso di una società. I 205 gol resteranno negli archivi. Le fotografie continueranno a raccontare il suo sorriso e la sua determinazione. Le immagini sgranate dei vecchi filmati mostreranno ancora le sue esultanze. Ma ciò che davvero sopravviverà sarà il posto che occupa nell’immaginario del calcio argentino.

Per il San Lorenzo, José Sanfilippo non è stato soltanto il più prolifico attaccante della sua storia. È stato il simbolo di un’età dell’oro. Il volto di una passione che attraversa le generazioni. Un uomo che ha fatto del gol una forma d’arte e che, per decenni, ha incarnato l’orgoglio di Boedo.

Mario Bocchio

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