Il verde, il talento e la malinconia
Giu 10, 2026

Leivinha illuminò il Palmeiras degli anni Settanta: talento, eleganza e fantasia al servizio di una delle squadre più belle della storia del calcio brasiliano

Ci sono giocatori che vincono trofei. Altri che segnano valanghe di gol. E poi ci sono quelli che finiscono per rappresentare un’epoca. João Leiva Campos Filho, per tutti semplicemente Leivinha, apparteneva a questa rara categoria.

La sua morte, a 76 anni, chiude un capitolo importante della storia del calcio brasiliano. Non soltanto perché il Palmeiras perde uno dei suoi più grandi campioni, ma perché se ne va uno degli ultimi protagonisti di un tempo in cui il calcio brasiliano era sinonimo di creatività, leggerezza e meraviglia.

Un giovane Leivinha nel Portuguesa

Negli ultimi anni combatteva contro l’Alzheimer, una malattia crudele che lentamente sottrae ricordi e identità. Ma il calcio, almeno quello, non lo aveva dimenticato. Per i tifosi del Palmeiras, il suo nome continua a evocare immagini di stadi gremiti, maglie verdi che si muovono come note musicali e una squadra che sembrava giocare seguendo una partitura invisibile.

Quando arrivò al Palmeiras nel 1971, il club stava costruendo una delle formazioni più affascinanti della propria storia. Sarebbe passata alla leggenda come la “Seconda Accademia”, erede spirituale della grande squadra degli anni Sessanta. Una formazione che non si limitava a vincere: incantava.

In quel gruppo straordinario, Leivinha rappresentava una delle anime più luminose. Non era il classico centravanti d’area né il tradizionale numero dieci. Era qualcosa di diverso. Un attaccante moderno prima ancora che il calcio inventasse quella definizione. Si muoveva tra le linee, arretrava per costruire il gioco, compariva all’improvviso in area di rigore e sapeva trasformare una giocata ordinaria in qualcosa di imprevedibile.

Idolo del Palmeiras

Aveva tecnica raffinata, intelligenza tattica e una sensibilità calcistica che sembrava naturale. I tifosi non andavano allo stadio soltanto per vedere il Palmeiras vincere. Andavano per vedere giocare Leivinha.

Insieme ai suoi compagni contribuì a costruire una delle pagine più splendide del calcio brasiliano. Arrivarono i titoli nazionali del 1972 e del 1973, successi che consolidarono il prestigio del Palmeiras in tutto il Paese. Furono anni di dominio tecnico e spettacolare, nei quali il Verdão riuscì a coniugare risultati e bellezza.

Leivinha fu uno dei protagonisti assoluti di quella stagione irripetibile. In sei anni accumulò 267 partite e 108 gol, numeri che ancora oggi lo collocano tra i più grandi giocatori della storia del club. Entrò nel ristretto gruppo dei migliori marcatori del Palmeiras nel campionato nazionale e conquistò un posto permanente nella memoria collettiva dei tifosi.

Ma la sua storia non appartiene soltanto al Palmeiras. Prima e dopo l’esperienza verde, Leivinha attraversò alcune delle realtà più importanti del calcio sudamericano ed europeo. Dal Portuguesa all’Atlético Madrid, fino al São Paulo, lasciò sempre la sensazione di possedere qualcosa di speciale. Non era soltanto efficace. Era elegante. E nel calcio brasiliano l’eleganza è spesso una virtù quasi sacra.

In Spagna nell’Atlético Madrid

Anche la nazionale brasiliana si accorse presto di lui. Furono anni complessi per la Seleção. L’ombra gigantesca della squadra campione del mondo del 1970 aleggiava ancora sul calcio verdeoro e chiunque fosse chiamato a raccoglierne l’eredità era destinato a confrontarsi con aspettative enormi.

Leivinha fece parte di quella generazione di transizione. Partecipò al percorso che portò il Brasile ai Mondiali del 1974 e prese parte alla competizione disputando tre incontri. Non riuscì a replicare i trionfi della generazione di Pelé, ma contribuì a mantenere viva una tradizione di talento che continuava a fare del Brasile una delle grandi potenze del calcio mondiale.

C’è poi un dettaglio che racconta bene il suo posto nella storia: fu autore del millesimo gol della Seleção. Una cifra simbolica, quasi poetica, che sembra adattarsi perfettamente alla sua figura. La sua carriera, però, ebbe un destino diverso da quello immaginato da molti. I problemi fisici lo costrinsero a lasciare il calcio giocato quando aveva appena 29 anni. Un’età nella quale oggi molti campioni raggiungono il proprio apice.

La sua ultima squadra, il São Paulo

Fu un addio prematuro, che privò il calcio brasiliano di alcuni degli anni migliori che avrebbe potuto offrire. Chissà quanti gol, quanti assist e quante giocate sarebbero ancora arrivati se il suo corpo avesse retto più a lungo. Eppure, anche con una carriera relativamente breve, Leivinha riuscì a lasciare un’eredità enorme. È il destino dei talenti autentici: non conta soltanto quanto a lungo brillano, ma l’intensità della loro luce.

Dopo il ritiro rimase vicino al calcio. Nei primi anni Duemila diventò commentatore televisivo, raccontando partite e analizzando il gioco con la stessa sensibilità che aveva mostrato sul campo. Per molti tifosi più giovani fu l’occasione di conoscere da vicino una leggenda che avevano sentito nominare dai padri e dai nonni. Con il passare del tempo, però, il ruolo di ex calciatore lasciò spazio a quello di custode della memoria. Leivinha era uno dei pochi testimoni rimasti di un’epoca in cui il Palmeiras rappresentava una delle massime espressioni del calcio brasiliano.

Con il Brasile ai Mondiali del 1974

Oggi, mentre il club piange la sua scomparsa, riaffiorano le immagini di quella squadra straordinaria che trasformò il calcio in spettacolo. Le fotografie ingiallite, i filmati d’archivio, le cronache dei giornali raccontano ancora un giocatore capace di unire concretezza e fantasia come pochi altri. Leivinha non è stato soltanto un campione del Palmeiras. È stato uno dei simboli di un Brasile calcistico che credeva nella bellezza del gioco, nell’invenzione improvvisa, nel dribbling come forma d’arte e nel pallone come strumento di libertà.

Per questo la sua storia continua a parlare anche oggi. Perché i gol possono essere contati e i trofei possono essere elencati. Ma l’eleganza, il talento e la capacità di emozionare appartengono a una categoria diversa, quella che sfugge alle statistiche e si consegna direttamente alla memoria.

Mario Bocchio

Condividi su: