
Tra visione aziendale, giovani talenti e una gestione tecnica coerente, il club lariano riscrive le regole del calcio italiano
Non è una favola né un exploit estemporaneo. Il percorso del Como fino alla Champions League nasce dentro una struttura pensata per funzionare su più livelli, dove il calcio è solo una delle componenti di un progetto più ampio. Il presidente Mirwan Suwarso ha sempre ammesso di considerare i risultati sportivi come elemento secondario, ciò chiarisce il punto di partenza: il club è parte di una strategia che intreccia sport, territorio e valorizzazione del brand Como.
In questa visione, il lago e la città non sono semplici scenari, ma asset economici e narrativi. Il calcio diventa lo strumento attraverso cui amplificare un’identità e trasformarla in attrattiva internazionale. Da qui l’idea, spesso citata dallo stesso presidente, di un “modello Disney”.

La coerenza del progetto emerge soprattutto guardando alla gestione sportiva. Le figure chiave – dal direttore sportivo Ludi all’Head of Development Roberts, fino a Cesc Fàbregas in panchina – operano all’interno della stessa filosofia: costruire una squadra giovane, evolutiva e sostenibile sul piano tecnico, nonostante la disponibilità economica del club.
La scorsa estate ha rappresentato un passaggio decisivo. Dopo il ritorno in Serie A e un primo campionato chiuso con un inatteso decimo posto, il Como ha scelto di proseguire con Fàbregas, respingendo anche l’interesse di club più blasonati. Da lì è nato un mercato molto riconoscibile: profili giovani e di alto potenziale come Jesús Rodríguez, Martín Baturina, Jacobo Ramón, Jayden Addai e Álex Valle, inseriti in un gruppo già arricchito da innesti precedenti come Nico Paz, Caqueret, Diao, Perrone e Fadera.
La cifra comune è l’età e la prospettiva: quasi tutti arrivano a Como nella fase iniziale della carriera, spesso ancora lontani dalla piena maturazione calcistica. Le eccezioni sono limitate a profili esperti come Diego Carlos o Nicolás Kühn, inseriti per garantire equilibrio.

Sul piano economico, il club ha sostenuto investimenti importanti sui singoli cartellini, ma resta lontano dai vertici della Serie A per struttura salariale complessiva, collocandosi nella fascia media del campionato. Un elemento che rafforza l’idea di un modello basato non solo sulla spesa, ma sulla selezione e sulla valorizzazione.
La strategia è lineare: puntare su giovani talenti, inserirli in un sistema di gioco definito da Fàbregas e costruire continuità evitando rivoluzioni stagionali. In questo quadro si inserisce anche la capacità di trattenere i giocatori più promettenti, resistendo a pressioni esterne di mercato.

Il risultato è una qualificazione in Champions League che, letta superficialmente, può sembrare inattesa, ma che diventa più comprensibile se osservata come esito di un percorso coerente. Anche le coppe nazionali hanno confermato la solidità del progetto, con una finale di Coppa Italia sfiorata.
Un altro elemento rilevante è l’identità tecnica della squadra: spesso descritta come offensiva e spettacolare, ma in realtà costruita su un equilibrio difensivo notevole, tanto da registrare la miglior tenuta del campionato con appena 29 gol subiti.
Alla fine, il Como non rappresenta soltanto una storia di investimenti o ambizione, ma un sistema integrato in cui visione aziendale e competenza sportiva si sovrappongono. Ed è proprio questa coerenza interna a spiegare una scalata che oggi porta il club dove, fino a poco tempo fa, sembrava impossibile arrivare.
Mario Bocchio
