
Dalla prima storica qualificazione ai Mondiali alla fucilazione nel carcere di Evin: la tragedia del calciatore che sfidò la Repubblica islamica
In Iran il calcio non è mai stato soltanto calcio. È orgoglio nazionale, propaganda, identità collettiva. È un linguaggio capace di attraversare classi sociali, ideologie e generazioni. Per questo, sin dalla nascita della Repubblica islamica nel 1979, il regime ha compreso immediatamente il potere degli atleti: eroi popolari da trasformare in simboli della rivoluzione oppure, se ritenuti pericolosi, da cancellare.
La storia di Habib Khabiri appartiene a questa seconda categoria. Difensore raffinato, capitano della nazionale iraniana, protagonista della storica qualificazione ai Mondiali del 1978, Khabiri passò nel giro di pochi anni dagli stadi pieni all’isolamento del carcere di Evin. Morì nel luglio del 1984, a soli ventinove anni, dopo torture e interrogatori, giustiziato insieme ad altri oppositori politici.
La sua vicenda continua ancora oggi a rappresentare una delle pagine più oscure del rapporto tra sport e potere nella storia contemporanea iraniana.

Negli anni Settanta l’Iran stava vivendo la propria età dell’oro calcistica. Sotto il regno dello Scià Mohammad Reza Pahlavi il Paese investiva nello sport come vetrina internazionale di modernità. La nazionale iraniana dominava in Asia e nel 1978 conquistò per la prima volta la qualificazione alla Coppa del Mondo in Argentina. Per milioni di iraniani fu un evento storico.
Habib Khabiri era uno dei simboli di quella squadra. Nato nel 1955, aveva costruito rapidamente la propria reputazione grazie a eleganza tecnica, intelligenza tattica e leadership naturale. Non era soltanto un difensore affidabile: era uno dei punti di riferimento dello spogliatoio. In campo mostrava calma e personalità. Fu proprio questa sua indipendenza caratteriale, negli anni successivi, a renderlo incompatibile con il nuovo potere nato dopo la rivoluzione.

Nel 1979 l’Iran cambiò volto. Le proteste popolari travolsero la monarchia dello Scià e portarono al ritorno in patria dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, destinato a diventare la guida assoluta della Repubblica islamica. Per il nuovo regime lo sport rappresentava un terreno fondamentale. Gli atleti più famosi potevano diventare strumenti di legittimazione politica e religiosa. Durante un incontro con sportivi iraniani, Khomeini definì i giovani atleti “la speranza della nazione e dell’Islam”, invitandoli a diffondere nel mondo i valori della rivoluzione.
Molti campioni aderirono pubblicamente al nuovo corso. Altri scelsero il silenzio. Alcuni, invece, entrarono presto in collisione con il potere. Tra questi c’era Habib Khabiri. Come molti giovani iraniani dell’epoca, Khabiri aveva partecipato alle mobilitazioni contro lo Scià. Ma il nuovo assetto politico nato dopo il 1979 si rivelò rapidamente diverso dalle speranze iniziali di tanti rivoluzionari.

Secondo le accuse del regime, Khabiri si avvicinò ai People’s Mojahedin Organization of Iran, conosciuti anche come Mujahedin-e Khalq o PMOI/MEK. Il gruppo aveva partecipato alla rivoluzione contro la monarchia, ma entrò presto in conflitto con il potere clericale di Khomeini. Negli anni Ottanta l’organizzazione venne dichiarata illegale. Iniziò una feroce repressione: arresti, torture, sparizioni ed esecuzioni divennero pratica quotidiana. Essere sospettati di simpatizzare con l’opposizione poteva bastare per finire in carcere.
Esiste un’immagine che ancora oggi viene ricordata come il simbolo della ribellione silenziosa di Khabiri. È una fotografia di squadra scattata prima di una partita della nazionale iraniana nel 1982. Tutti i giocatori tengono in mano il ritratto di Khomeini. Tutti tranne uno. Habib Khabiri resta immobile, senza sollevare la fotografia. L’immagine divenne col tempo una sorta di documento storico della sua distanza dal regime. Ma dietro quella fotografia esiste anche un episodio raccontato anni dopo dal suo ex compagno di squadra Ebrahim Kian Tahmasebi.
Secondo Tahmasebi, negli spogliatoi Khabiri avrebbe addirittura capovolto il ritratto di Khomeini. Gli altri giocatori reagirono con paura e nervosismo, consapevoli del rischio enorme di un gesto simile nell’Iran di quegli anni. Khabiri però rimase calmo. “La rivoluzione non verrà rovesciata capovolgendo una fotografia”, disse ai compagni. Era una frase semplice, quasi ironica. Ma in un Paese dove il culto della guida religiosa stava diventando assoluto, poteva equivalere a una condanna.

Nel 1983 arrivò l’arresto. L’Iran era nel pieno della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein e il regime stava intensificando la repressione interna contro ogni forma di dissenso. Migliaia di oppositori vennero arrestati, spesso senza processo. Khabiri fu trasferito nella prigione di Evin, a Teheran, luogo divenuto simbolo del sistema repressivo iraniano. Ex detenuti raccontarono che venne sottoposto a torture fisiche e psicologiche per costringerlo a rinnegare le proprie convinzioni politiche.
Le autorità volevano una confessione pubblica. Pretendevano che dichiarasse fedeltà alla Repubblica islamica e condannasse il PMOI/MEK. Lui si rifiutò.
Secondo diverse testimonianze, il procuratore e dirigente carcerario Assadollah Lajevardi tentò personalmente di piegarlo. Khabiri però continuò a difendere le proprie idee, scegliendo la coerenza invece della salvezza. Nel luglio del 1984 Habib Khabiri venne giustiziato insieme ad altri quaranta prigionieri politici. Aveva soltanto ventinove anni.
Le modalità precise della sua morte restano ancora oggi avvolte da zone d’ombra, come accadde per moltissimi dissidenti iraniani dell’epoca. Secondo alcune ricostruzioni, anche la sua fidanzata sarebbe stata uccisa nello stesso giorno. Per anni il regime cercò di cancellarne il ricordo. Ma nel calcio iraniano il suo nome continuò a circolare sottovoce, tramandato da ex compagni, tifosi e oppositori politici. Khabiri divenne così il simbolo dell’atleta che rifiuta di trasformarsi in strumento del potere.
La sua storia non fu un’eccezione. Negli anni Ottanta numerosi sportivi iraniani subirono persecuzioni simili. Forouzan Abdi, giocatrice della nazionale femminile di pallavolo, venne arrestata nel 1982. Le autorità detennero persino i suoi familiari nel tentativo di costringerla a collaborare. Anche lei fu infine giustiziata durante le esecuzioni di massa del 1988. Il lottatore Houshang Montazerolzohour, campione nazionale di greco-romana, fu arrestato appena due giorni dopo aver conquistato una medaglia d’oro. Un mese più tardi venne condannato a morte. Decenni dopo, il copione si sarebbe ripetuto con Navid Afkari. Arrestato per aver partecipato alle proteste antigovernative del 2018, denunciò torture e confessioni estorte con la forza. Nonostante le proteste internazionali, venne impiccato nel settembre 2020.

La Repubblica islamica ha sempre compreso il valore simbolico dello sport. Le vittorie della nazionale vengono celebrate come successi del sistema politico, mentre gli atleti dissidenti diventano figure pericolose perché capaci di parlare direttamente al popolo. Per questo molti sportivi iraniani hanno scelto l’esilio. Ogni anno atleti, allenatori e campioni lasciano il Paese per continuare la propria carriera all’estero o chiedere asilo politico. Alcuni smettono di gareggiare pur di non sottostare alle imposizioni ideologiche del regime. Altri si uniscono apertamente ai movimenti di opposizione. La fuga degli sportivi è diventata una delle immagini più evidenti della crisi interna iraniana.
A più di quarant’anni dalla sua morte, Habib Khabiri resta una figura quasi leggendaria nel calcio iraniano. Non soltanto per il talento sportivo, ma per ciò che rappresenta. Era un capitano della nazionale nel momento di massimo orgoglio calcistico del Paese. Avrebbe potuto scegliere il silenzio, proteggere la propria fama, sopravvivere adattandosi al nuovo potere. Scelse invece di non piegarsi. In un Iran dove il dissenso veniva cancellato con il carcere e le esecuzioni, Habib Khabiri trasformò il proprio rifiuto in un gesto di libertà. E proprio per questo il regime decise che doveva sparire.
Mario Bocchio
