
Dal fango di Araraquara al rigore che salvò il Barcellona: la parabola malinconica di Williams Silvio Modesto Veríssimo, talento fragile consumato dalla gloria, dalla solitudine e dall’oblio
Su Williams Silvio Modesto Veríssimo, conosciuto da tutti semplicemente come Bio, il calcio ha lasciato poche righe e molti silenzi. Di lui restano fotografie sbiadite, tabellini dimenticati, racconti tramandati quasi sottovoce. Eppure, per una notte, il suo nome attraversò il cuore della storia del Barcellona.
Nacque in Brasile, nella calda Araraquara l’8 marzo 1953, figlio di una parrucchiera vedova che cercò inutilmente di convincerlo a studiare. Bio voleva soltanto giocare a calcio. Scendeva dall’autobus prima di arrivare a scuola per rincorrere un pallone nei campi sterrati, rubò persino la campanella con cui segnalavano le assenze. Un giorno disse a sua madre Carmen che, se non fosse diventato calciatore, si sarebbe ucciso. Non era una frase teatrale: era il modo disperato con cui certi ragazzi brasiliani parlano dei propri sogni.

Grazie allo zio, ex giocatore della Ferroviária, entrò nelle giovanili della squadra cittadina. Tifava Botafogo, ma il destino lo portò a farsi notare dal Palmeiras sulle spiagge di Copacabana. Si allenò accanto a campioni come Leivinha e Luís Pereira, ma il suo idolo restò sempre Pelé. In una partita gli entrò duro addosso e O Rei lo fulminò con un: “Attento, ragazzo!”. Bio non lo dimenticò mai.
L’Europa lo accolse prima allo Standard Liegi e poi al Vitória Setúbal, da cui fuggì nel caos della Rivoluzione dei Garofani. Ma fu la Spagna a diventare la sua vera patria calcistica. Arrivò al Terrassa nel 1975 insieme all’amico Odair, inseguendo il sole, il calcio e forse una forma di pace interiore.
A Terrassa trovò finalmente una casa. Ritrovò il connazionale Guaracy, si innamorò di Julia Lomas, catalana dagli occhi chiari, e fece arrivare in Catalogna sua madre. Furono gli anni migliori della sua vita e del suo calcio: 8 gol, poi 9, poi 14. Era rapido, imprevedibile, istintivo. Il suo allenatore Josep Seguer lo definiva “bravissimo ma indisciplinato”, tanto da regalargli una sveglia perché arrivava sempre tardi agli allenamenti.
Bio viveva il calcio come viveva la vita: senza misura. Dopo una partita a Cadice sparì insieme a Guaracy e il club non ebbe notizie di loro per giorni. Il presidente raccontò che fossero tornati a piedi dall’Andalusia. Con Bio era impossibile capire dove finisse la leggenda e dove iniziasse la verità.

Fu il Barcellona ad accorgersi di lui dopo un’amichevole. Lo soprannominarono “la Perla”. Arrivò al Camp Nou nel mezzo della stagione 1977-‘78, dentro una squadra gigantesca allenata da Rinus Michels e abitata da miti come Johan Cruyff e Johan Neeskens.
Giocò poco, appena cinque partite. Ma bastarono per lasciare un lampo. Segnò tre gol. Uno contro il Valencia. Nella notte terribile del 4-0 al Bernabéu contro il Real Madrid, debuttò da titolare. Sembrava l’inizio di una storia importante.
Invece il Barcellona stava già cambiando pelle. Con Hans Krankl gli spazi per Bio si chiusero lentamente. Panchine, silenzi, allenamenti, notti sempre più lunghe. Il calcio sa essere crudele soprattutto con i giocatori fragili, quelli che hanno bisogno di sentirsi amati per continuare a brillare.


Bio sulle figurine
Eppure esiste una notte che nessuno potrà cancellargli. Coppa delle Coppe, ottavi di finale contro l’ Anderlecht. Il Barcellona deve rimontare il 3-0 subito in Belgio. Il Camp Nou è una cattedrale carica di paura. I catalani segnano tre volte: Krankl, Heredia, Zuviría. Si va ai rigori.
Al 78° minuto Bio era entrato al posto di Antonio Olmo. Non era una stella. Non era un titolare. Forse sapeva già di essere un uomo di passaggio dentro quella squadra. Ma quando camminò verso il dischetto, il pallone pesava come il mondo intero. Segnò. Freddo, preciso, definitivo.
Dentro quel rigore c’era tutta la sua vita: il ragazzo di Araraquara che saltava la scuola per giocare nei campetti, il migrante che cercava fortuna in Europa, il talento discontinuo, l’uomo incapace di trovare equilibrio ma non di lasciare tracce. Il Barça avrebbe poi conquistato la prima Coppa delle Coppe della sua storia. E in quell’impresa eterna c’è anche la piccola impronta di Bio.
Poi arrivò la discesa. L’Espanyol, il Málaga, il Sabadell, il Polideportivo Almería. Squadre sempre più piccole, categorie sempre più lontane dalla gloria. Continuò a giocare fino al 1993, ritirandosi con l’Esplugenc. Aveva quarant’anni e non aveva ancora imparato a vivere senza il pallone.
I soldi guadagnati sparirono. La notte lo divorò lentamente. Una tubercolosi curata male fece il resto. Nel 2003 raccontò a “Mundo Deportivo” di vivere in una stanza sopra una pizzeria, con soltanto un materasso e un fornello. Riparava videogiochi per sopravvivere. Era divorziato, poverissimo, ma parlava ancora con speranza di suo figlio Jonathan, convinto che potesse diventare calciatore.

Morì nel 2008, quasi in silenzio. Il Camp Nou gli dedicò un minuto di raccoglimento. Poco, forse. Ma abbastanza per ricordare che il calcio non appartiene soltanto ai campioni immortali. Appartiene anche ai comprimari, ai fragili, agli uomini che illuminano una sola notte e poi scompaiono.
Di Bio resta soprattutto una frase, pronunciata senza rabbia né alibi: “Io sono il colpevole, nessun altro oltre a me”.
E forse proprio per questo la sua storia continua a commuovere. Perché dentro la parabola di Bio c’è il calcio nella sua forma più umana: la gloria improvvisa, la caduta, la solitudine, la memoria che resiste ostinatamente al tempo. A volte basta un rigore segnato nella notte del Camp Nou per non sparire davvero mai.
Mario Bocchio
