
Il calcio di un’altra epoca perde uno dei suoi interpreti più riconoscibili. A 87 anni si è spento “Ricu”, attaccante che ha attraversato una stagione importante del Novara, contribuendo a scrivere due pagine di promozione e conquistando un posto speciale nella memoria della tifoseria. Non soltanto per le reti, ma per quel modo di stare in campo e vivere lo spogliatoio che appartiene a un calcio ormai lontano
Carriere che si misurano attraverso le statistiche e altre che resistono soprattutto nei racconti di chi le ha vissute. Enrico Bramati, per tutti “Ricu”, le rappresenta entrambe. I numeri sono importanti, ma non bastano a spiegare il rapporto costruito con il pubblico di Novara, dove il suo nome è rimasto associato a un periodo particolarmente felice della storia calcistica cittadina.
Aveva 87 anni e aveva scelto la Brianza per trascorrere l’ultima parte della propria vita accanto ai familiari. Una notizia che riporta inevitabilmente indietro le lancette, verso gli anni in cui il calcio si giocava su campi spesso difficili, davanti a tribune popolari e con protagonisti che diventavano familiari alla gente anche fuori dal rettangolo verde.


Enrico Bramati nel Novara, sulle figurine
Bramati era arrivato nel calcio professionistico attraverso un percorso che aveva poco di predestinato. Il suo talento era stato individuato da Tino Facchini nella Falck & Arcore, realtà calcistica brianzola nella quale il giovane attaccante aveva cominciato a mettere in mostra qualità fisiche e senso della porta. Il trasferimento al Novara, nel 1960, rappresentò il passaggio decisivo. La prima stagione in Serie B gli permise di affacciarsi a un campionato impegnativo. Poi l’esperienza al Grosseto, prima del ritorno in Piemonte, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole alla propria maturazione. Peppino Molina, il tecnico novarese, intuì che quel centravanti poteva diventare una pedina importante e volle nuovamente affidargli un ruolo centrale nel progetto azzurro.

Bramati aveva caratteristiche difficili da confondere. La sua presenza nell’area avversaria modificava gli equilibri: occupava spazio, proteggeva il pallone, affrontava i difensori senza timore e sapeva sfruttare ogni centimetro guadagnato in elevazione. Il gioco aereo era una specialità, ma non mancavano le soluzioni acrobatiche. In un calcio nel quale i palloni arrivavano spesso sporchi, i terreni diventavano pesanti e i contrasti erano parte integrante della partita, possedeva qualità che facevano la differenza. Il suo contributo più significativo si sviluppò attraverso due stagioni destinate a rimanere nella storia del club. Nel 1965 partecipò alla conquista della promozione in Serie B, inserito in un reparto offensivo che comprendeva anche Milanesi e Mascheroni. Quattro anni più tardi fu nuovamente tra gli artefici del salto di categoria, questa volta con Carlo Parola alla guida tecnica. Nell’ultima stagione in azzurro mise a segno dieci reti in 33 presenze.

Lasciò il Novara con un bilancio complessivo di 218 apparizioni tra Serie C e Serie B e 56 gol. Cifre che restituiscono la continuità di un attaccante capace di attraversare diverse stagioni senza perdere il proprio peso specifico. Il trasferimento alla Biellese segnò una nuova tappa. Anche in questo caso fu Molina a volerlo con sé, confermando la stima nei confronti di un calciatore che conosceva bene e del quale apprezzava soprattutto l’affidabilità. Con la formazione laniera Bramati visse anche la singolare vicenda dello spareggio contro la Pro Vercelli: due confronti terminati in parità e una promozione decisa soltanto dalla sorte, attraverso il sorteggio favorevole ai vercellesi.
Ma per capire quale fosse davvero il posto occupato da “Ricu” nella squadra novarese bisogna uscire dalle cronache e ascoltare chi con lui aveva condiviso vittorie, sconfitte e quotidianità.
Luigino Giannini conserva ancora una fotografia di quella formazione protagonista della promozione con Parola. Guardarla significa ritrovare un gruppo di amici prima ancora che una squadra di calcio. Il pensiero corre inevitabilmente agli anni trascorsi e al numero sempre più ristretto dei protagonisti ancora in vita: oggi, ricorda Giannini, è rimasto solo lui.
Di Bramati sottolinea soprattutto il temperamento. Non era uno che si risparmiasse e non concedeva facilmente spazio agli avversari. La sua mole fisica lo rendeva particolarmente esposto ai contrasti, ma anche alle attenzioni poco amichevoli dei difensori. Le proteste con gli arbitri facevano parte del personaggio, così come la disponibilità a lottare per la squadra. Il suo valore, però, non si esauriva nei novanta minuti: nello spogliatoio sapeva essere un elemento aggregante, contribuendo a mantenere unito un gruppo nel quale i rapporti personali erano una componente fondamentale dei risultati. È forse questo aspetto a rendere più significativo il ricordo. Nel calcio di allora il valore di un giocatore non si esprimeva soltanto attraverso la prestazione individuale. Contavano la fiducia dei compagni, la capacità di condividere le difficoltà e quella solidarietà quotidiana che trasformava una somma di calciatori in una squadra.

Accanto a Bramati c’era una generazione di protagonisti che ha lasciato un segno nella storia novarese: Baira, Zanetti, Zeno, Tato Lena e Nini Udovicich. Nomi che per i tifosi di quelle stagioni non rappresentano semplicemente una formazione, ma un pezzo della propria giovinezza.
La sua presenza nella Hall of Fame del Museo dei tifosi non è dunque soltanto un riconoscimento statistico. È il segno di una memoria collettiva che continua a custodire i protagonisti di un calcio nel quale il legame con la maglia poteva durare ben oltre la fine della carriera. Il tempo ha cambiato gli stadi, il linguaggio del pallone, le dimensioni economiche e persino il modo di raccontare le partite. Restano però le persone, le fotografie ingiallite, gli aneddoti dello spogliatoio e i nomi che riaffiorano quando qualcuno riapre l’album dei ricordi.
Per Enrico “Ricu” Bramati il Novara è stato molto più di una tappa professionale. È stato il luogo nel quale ha costruito la parte più importante della propria identità calcistica e dove ha lasciato un patrimonio di affetto che oggi torna a manifestarsi. Le reti finiscono negli almanacchi. Le amicizie, il carattere e l’affetto della gente appartengono invece a una memoria che nessuna classifica potrà mai cancellare.
Mario Bocchio
