Il numero 7 che la dittatura cancellò dalla vita
Nov 6, 2026

Carlos Alberto Rivada aveva 27 anni, giocava nell’Huracán di Tres Arroyos ed era considerato uno dei talenti calcistici della sua regione. Nel febbraio 1977 venne sequestrato insieme alla moglie durante la repressione militare argentina. Una fotografia scattata a una festa di squadra contribuì a metterlo nel mirino. Il padre lo cercò per anni, senza riuscire mai a scoprire che cosa fosse accaduto ai suoi figli

Carlos Alberto Rivada giovane calciatore

La storia di Carlos Alberto Rivada appartiene a quelle pagine in cui lo sport smette di essere soltanto competizione e diventa testimonianza di un’epoca. Un ragazzo, una famiglia, una squadra di calcio e una dittatura capace di trasformare qualsiasi sospetto in una condanna. Sullo sfondo, un cognome che ritorna più volte, quello di Videla, legato a persone diverse ma accomunate dal ruolo che ebbero in questa vicenda.

È il 4 febbraio 1977, sono circa le tre del mattino. A Tres Arroyos, cittadina della provincia di Buenos Aires, Rubén Videla, autista di ambulanza, si presenta alla porta di Héctor Rivada, proprietario di un noto negozio di articoli sportivi, conosciuto come Los Mellizos Rivada. Nell’ospedale dove lavora sono stati trovati due bambini senza i genitori: Diego, di tre anni, e la sorellina Josefina, ancora molto piccola. Sono i nipoti di Héctor. L’uomo capisce immediatamente che qualcosa di terribile è accaduto e corre nell’abitazione del figlio Carlos Alberto e della nuora María Beatriz Loperena. La casa è completamente sottosopra. Non manca nulla, non ci sono segni di una rapina. Gli abitanti sono stati portati via. Per la famiglia comincia un’attesa destinata a non avere mai fine.

Una vita costruita tra pallone, lavoro e famiglia

Carlos Alberto ha 27 anni ed è un atleta conosciuto e apprezzato nella sua città. Indossa la maglia dell’Huracán di Tres Arroyos, società nella quale pratica due discipline: calcio e pallacanestro. Nel calcio occupa la posizione di ala destra, il classico numero 7. È rapido, dotato tecnicamente e capace di fare la differenza. I giornali locali lo considerano uno dei migliori interpreti della zona. Lo sport, però, non è l’unico orizzonte della sua esistenza. Grazie ai guadagni delle attività agonistiche riesce a sostenere gli studi universitari in ingegneria elettrica a Bahía Blanca. Una volta rientrato a Tres Arroyos, avvia una piccola attività di impianti elettrici, continuando a giocare e a mantenere la famiglia. Con María Beatriz ha costruito una vita semplice, fatta di lavoro e progetti. I figli sono ancora piccoli, ma non mancano le prospettive per il futuro. La sera precedente alla scomparsa Carlos ha disputato una partita con l’Huracán, sconfitto per 3-2 dall’Estación Quequén, formazione campione regionale. È un periodo particolarmente positivo per il calciatore. Nessuno può immaginare che quella partita sarà una delle ultime tracce pubbliche della sua esistenza.

María Beatriz Loperena e Carlos Alberto Rivada

Quando la ricerca della verità diventa un calvario

Il padre non si arrende. Cerca di capire, interroga, presenta richieste, si rivolge alle autorità. In un Paese dove le sparizioni forzate sono ormai parte del sistema repressivo, la speranza di ottenere informazioni si scontra continuamente con il muro del silenzio. Héctor riesce persino a incontrare il comandante del V Corpo d’Armata di Bahía Blanca, Osvaldo René Aizpitarte. L’ufficiale lo ascolta e gli assicura che farà il possibile per aiutarlo. Una promessa che assume un significato ancora più crudele alla luce delle successive ricostruzioni, secondo le quali lo stesso comandante sarebbe stato coinvolto nel sequestro di Carlos. Anche il capitano di vascello Saúl Zenón Bolino lo riceve, senza fornire indicazioni concrete. Il padre cerca aiuto pure nella Chiesa, rivolgendosi al cardinale Raúl Primatesta, allora presidente della Conferenza episcopale argentina

Il matrimonio di María Beatriz e Carlos Alberto

.Riceve una lettera dai toni formali, con la promessa di interessarsi al caso nei limiti delle possibilità e un augurio di conforto religioso. Ma le parole non restituiscono i figli e soprattutto non spiegano perché siano scomparsi. Carlos, infatti, non risulta avere un’attività politica significativa al momento del sequestro. Era tornato nella sua città da circa un anno e mezzo e aveva concentrato le proprie energie sul lavoro, sullo sport e sulla famiglia. Il sospetto degli apparati militari sembra invece risalire al periodo universitario, quando aveva frequentato il Movimento Politico Studentesco. Un’esperienza ormai lontana, ma sufficiente a lasciargli addosso un’etichetta pericolosa. A peggiorare la situazione sarebbe stata la presenza del suo nome nell’agenda telefonica di un ex compagno di università, José Antonio Garza, successivamente ucciso dai militari nella provincia di Entre Ríos. In quegli anni bastava una conoscenza, una frequentazione passata o un semplice nominativo per finire nelle liste degli obiettivi della repressione.

Nell’Huracán di Tres Arroyos

La fotografia che lo mise nel mirino

La ricostruzione del padre porta alla luce un altro episodio, particolarmente inquietante. Circa due settimane prima della sparizione, l’Huracán di Tres Arroyos aveva festeggiato la conquista del campionato locale di pallacanestro. Alla cena della squadra si era presentato Julio César Videla, un abitante della città che aveva manifestato un interesse insistente e insolito per la celebrazione. Non era solo. Con lui c’era un altro uomo.

Giocatore di pallacanestro: è il primo da destra

I due riuscirono a partecipare alla festa e a scattare diverse fotografie, concentrando la loro attenzione proprio su Carlos Alberto. Successivamente emerse che Videla era un informatore della polizia locale, vicino agli ambienti dell’estrema destra politica, mentre il suo accompagnatore apparteneva ai servizi d’intelligence della Marina. Quello che per i giocatori era soltanto un momento di festa e condivisione potrebbe essere diventato un’occasione di identificazione e sorveglianza. L’immagine di un atleta insieme ai propri compagni finì così per assumere un significato tragico. La fotografia non era più un ricordo sportivo, ma un possibile tassello nella macchina repressiva che avrebbe portato al sequestro.

Piovoso, il penultimo in alto, e Rivada, il terzo in basso, nella formazione dell’Huracán di Tres Arroyos del 1974. Entrambi risultano scomparsi

Una lettera indirizzata ai vertici della dittatura

Dopo diciotto mesi di ricerche senza esito, Héctor decide di rivolgersi direttamente all’ammiraglio Emilio Eduardo Massera, uno degli uomini più potenti della Giunta militare argentina e protagonista della repressione insieme al generale Jorge Rafael Videla. Scrive una lunga lettera, intitolata Con desesperación. È il documento di un padre che non riesce ad accettare l’assenza di qualsiasi notizia e che, paradossalmente, continua a chiedere giustizia proprio a chi rappresenta il potere responsabile di quel sistema. “Credo in lei, alla quale mi rivolgo in cerca della verità”, scrive a Massera. Nelle sue parole emerge soprattutto il tormento dell’incertezza. Non sapere se i figli siano vivi o morti, non conoscere dove si trovino, non poter piangere una tomba: per Héctor è una sofferenza che consuma lentamente chi resta. Nella lettera sostiene che, se Carlos e María Beatriz avessero commesso qualche reato, avrebbero dovuto essere giudicati secondo la legge. Nessuno, neppure chi si riteneva investito di un’autorità superiore, avrebbe potuto decidere arbitrariamente della loro vita senza fornire spiegazioni alle famiglie. Il passaggio conclusivo è una richiesta che conserva tutta la sua forza umana: “Tutti sembrano volermi far capire che devo accettare le circostanze e rassegnarmi. Ma non rinuncerò mai al mio proposito di ritrovare i miei figli. Che cosa farebbe lei al mio posto, ammiraglio?”. La risposta non arriverà mai. Nel luglio 1982 Héctor Rivada muore per un arresto cardiaco. Ha trascorso gli ultimi anni inseguendo una verità che nessuno ha voluto consegnargli. Se ne va senza sapere che fine abbiano fatto Carlos e María Beatriz.

Una partita interrotta per sempre

La dittatura argentina ha lasciato dietro di sé migliaia di desaparecidos. La vicenda dei Rivada rappresenta un caso particolare anche per il mondo dello sport: Carlos era un calciatore conosciuto nella propria comunità, un atleta che aveva saputo conciliare due discipline con gli studi e il lavoro, senza avere una particolare esposizione politica. A Tres Arroyos lui e la moglie risultano gli unici due scomparsi rimasti senza una verità giudiziaria e senza un ritrovamento dei corpi. I loro nomi continuano a essere legati a una vicenda che non ha mai trovato una conclusione. Restano due bambini cresciuti senza i genitori, un nonno morto senza risposte e una fotografia che potrebbe aver contribuito a segnare il destino di un giovane uomo.

Carlos Alberto Rivada aveva una maglia da difendere, una famiglia da mantenere e ancora molti chilometri da percorrere nella sua vita. Il suo numero era il 7, quello degli attaccanti che cercano lo spazio sulla fascia, che accelerano e provano a superare l’avversario. La dittatura gli tolse tutto questo. Non gli concesse nemmeno il diritto di essere ricordato attraverso una tomba.

Ma la sua storia è arrivata fino a noi. E raccontarla significa sottrarre un altro nome all’oblio, restituendo almeno alla memoria collettiva il posto che gli è stato negato nella vita.

Mario Bocchio

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