
Nel 1973, ai Giochi Evita in Argentina, un giovanissimo Diego consolò un avversario sconfitto. Quel ragazzo era Alberto Pacheco, talento del calcio mai arrivato tra i professionisti. Tra i due nacque un legame profondo, fatto di affetto, occasioni mancate e promesse che Maradona cercò di mantenere fino all’ultimo
Nel 1973 Diego Armando Maradona non era ancora il Pibe de Oro conosciuto in tutto il mondo, ma il suo talento cominciava già a far parlare di sé. Aveva appena 13 anni e incantava gli spettatori con il pallone tra i piedi. Era l’inizio di una leggenda, ancora lontana dai trionfi internazionali e dall’immortalità sportiva.

Proprio in quell’anno, durante il Torneo Evita disputati a Embalse, nella provincia argentina di Córdoba, venne scattata una fotografia destinata a raccontare molto più di una semplice partita di calcio. Nell’immagine, il giovane Diego, con la maglia biancorossa, consola un ragazzo in lacrime, seduto sull’erba dopo una sconfitta. Un gesto spontaneo, quasi istintivo, che rivela già una sensibilità particolare verso chi condivideva la sua stessa passione. Quel ragazzo si chiamava Alberto Pacheco, soprannominato Pichón, ed era un numero 10 dotato di talento, proprio come Maradona.
Una finale, due ragazzi e una fotografia diventata storia
Al Torneo Evita, Maradona partecipava con i Cebollitas, la squadra giovanile legata all’Argentinos Juniors che avrebbe contribuito a far conoscere le sue straordinarie qualità. In una delle partite decisive, la formazione perse contro il Club Social Pinto, proveniente dalla provincia di Santiago del Estero, dopo aver pareggiato 2-2 nei tempi regolamentari. Diego sbagliò un rigore, neutralizzato dal giovane portiere Julio Cancina.
Ma la fotografia più significativa della manifestazione non riguardava quella sconfitta. In un’altra finale si affrontarono le rappresentative di Corrientes, provincia d’origine della famiglia Maradona, ed Entre Ríos. Diego assistette alla partita insieme al padre e vide il miglior giocatore della squadra sconfitta, Pichón Pacheco, crollare sul terreno di gioco, incapace di trattenere le lacrime. Maradona si avvicinò per consolarlo. Gli spiegò che le finali si possono vincere o perdere e che non c’era motivo di disperarsi. Non si limitò alle parole: lo accompagnò anche a ritirare la medaglia. Fu l’inizio di un’amicizia destinata a durare negli anni.
A ricostruire quell’episodio fu Antonio Pacheco, fratello di Alberto, che ricordò come tra i due ragazzi fosse nata immediatamente una sintonia speciale. Nonostante la giovane età, Diego aveva riconosciuto nel suo coetaneo qualcosa di familiare: il talento, l’amore per il calcio e la sensibilità di chi vive ogni partita come una questione personale.

Le partite nel corridoio di casa
Dopo quell’incontro, i contatti proseguirono anche lontano dai campi. Alberto andò a Buenos Aires, incontrò Diego e conobbe i suoi genitori. Con il tempo, l’amicizia si estese alle rispettive famiglie. I Pacheco frequentarono prima la casa di Maradona a Villa Fiorito e poi quella che il giovane calciatore aveva ricevuto dall’Argentinos Juniors nel quartiere della Paternal. Antonio ricordava soprattutto le partite improvvisate nel corridoio della casa, mentre le sorelle di Diego erano presenti e i genitori, don Diego e doña Tota, sorseggiavano il mate.
“Giocavamo a pallone nel corridoio”, raccontò, rievocando un’infanzia in cui il calcio era ancora un gioco condiviso, prima che il talento di Diego lo proiettasse verso una dimensione straordinaria. Per Maradona, Pichón non era soltanto un amico conosciuto durante un torneo giovanile. Era un ragazzo nel quale aveva riconosciuto qualità sufficienti per tentare una carriera importante. E non smise mai di cercare di aiutarlo.
Il sogno del calcio professionistico e le occasioni perdute
Diego provò a coinvolgere Alberto nel suo percorso. Lo accompagnò all’Argentinos Juniors, dove Pacheco ebbe la possibilità di entrare in squadra. Secondo il racconto del fratello, Maradona era persino disposto a cedergli la maglia numero 10, accontentandosi di giocare con la numero 8. Ma Pichón cominciò ad allontanarsi dal calcio. Le difficoltà personali e il rapporto con l’alcol finirono per ostacolare le sue ambizioni.

Dopo aver giocato nel Lipton fino a 17 anni, continuò a frequentare i campi dei quartieri. Ebbe anche l’opportunità di sostenere provini con River Plate e Boca Juniors, ma non riuscì a trasformare quelle occasioni in una carriera stabile. Maradona, però, non lo dimenticò. Quando la sua vita sportiva prese una dimensione internazionale, cercò ancora di coinvolgere l’amico. In vista del trasferimento al Napoli, secondo il racconto di Antonio, lo fece cercare più volte e gli fece arrivare persino i biglietti per raggiungerlo in Italia. Pichón, tuttavia, non ebbe il coraggio di partire. Si nascondeva e chiedeva alla madre di dire che non fosse in casa. Temeva di essere un peso per l’amico, che invece voleva semplicemente condividere con lui una parte della propria vita.
“Se vuoi giocare, ti faccio giocare”, gli avrebbe detto Diego. Un’offerta che racconta la generosità di Maradona, ma anche la fragilità di un uomo incapace di credere fino in fondo nelle proprie possibilità.

Da giovane, aveva un sogno e lo ha realizzato
Una tragedia che non cancellò l’amicizia
La storia di Alberto Pacheco si concluse tragicamente. Secondo quanto raccontato dal fratello, si tolse la vita circa 22 anni prima dell’intervista rilasciata alla radio argentina La Dos de Corrientes, alla fine del 2020.
La sua esistenza era stata segnata da occasioni mancate, difficoltà personali e dall’abbandono del calcio, che pure aveva rappresentato una parte fondamentale della sua giovinezza. Antonio ricordò con commozione quel rapporto speciale, rimasto vivo nonostante le distanze e gli anni. Anche lui aveva giocato a calcio e partecipato ai Giochi Evita, affrontando tra gli avversari Lalo e Hugo Maradona, i fratelli di Diego.
Il legame con il campione era proseguito fino agli anni Novanta, quando Antonio lo aveva incontrato durante il periodo trascorso da Maradona al Mandiyú. Avrebbe voluto che Diego diventasse il padrino di suo figlio, al quale aveva dato il nome Jonathan Diego Armando, ma un viaggio impedì al fuoriclasse di essere presente.
L’ultimo saluto a Diego
Quando Antonio apprese della morte di Maradona, il 25 novembre 2020, i ricordi riaffiorarono tutti insieme: la fotografia di Embalse, i giochi nel corridoio, gli incontri tra famiglie e i tentativi di Diego di aiutare Alberto a realizzare il suo sogno.
“Se n’è andata una parte della mia vita”, raccontò, pensando contemporaneamente al fratello e all’amico. E aggiunse la convinzione che, da qualche parte, i due si sarebbero ritrovati. Quella fotografia, tornata a circolare anche in occasione del sessantacinquesimo anniversario della nascita di Maradona, celebrato il 30 ottobre 2025, conserva così un significato che va ben oltre il calcio.
Non racconta soltanto la grandezza di un campione in divenire, ma la capacità di un ragazzo di riconoscere il dolore di un altro ragazzo e di tendergli la mano. Prima di diventare una leggenda mondiale, Diego era già capace di gesti che non avevano bisogno di trofei per lasciare il segno. E mentre il destino avrebbe riservato a Maradona una fama planetaria, Pichón sarebbe rimasto dall’altra parte della storia: un talento incompiuto, un amico mai dimenticato e il protagonista di un’immagine in cui, per un momento, il calcio smette di essere una questione di vittorie e sconfitte per diventare semplicemente una storia di umanità.
Mario Bocchio
