
Dal Grande Torino alla Fiorentina: una scelta cambiò per sempre la vita dello stopper novarese, che a Firenze trovò la consacrazione, la fascia da capitano e lo storico scudetto del 1956
“La mia vita è stata un dribbling alle sventure”. Francesco “Cecco” Rosetta avrebbe riassunto così, molti anni dopo, una vicenda umana e sportiva nella quale il confine tra la carriera e il destino fu, in più di un’occasione, sottilissimo.
Nel 1946 il ventitreenne novarese approda al Grande Torino. È una squadra già entrata nella storia del calcio italiano e destinata, purtroppo, a legare il proprio nome alla tragedia di Superga. Rosetta gioca 13 partite nella stagione 1946-‘47 e conquista il suo primo scudetto. Poi arriva la cessione all’Alessandria.

L’esperienza in maglia grigia non va come sperato. L’Alessandria retrocede in Serie B e Rosetta, al termine di quella stagione, si trova davanti a una scelta decisiva. Il Torino sarebbe pronto a riaccoglierlo. Tornare in granata sembra la soluzione più naturale. Ma il calcio, qualche volta, cambia la traiettoria di una vita con una telefonata, un incontro, una scelta apparentemente secondaria.
A Firenze c’è Luigi Ferrero, allenatore che conosce bene Rosetta e ne apprezza qualità e personalità. Ferrero lo vuole alla Fiorentina e riesce a convincerlo a seguirlo in Toscana. Rosetta accetta. Quella decisione, oltre a cambiare la sua carriera, gli risparmierà probabilmente una sorte diversa. Se fosse tornato al Torino, avrebbe potuto trovarsi tra i giocatori destinati a salire sull’aereo che il 4 maggio 1949, rientrando da Lisbona, si schiantò contro la collina di Superga.

Firenze, la seconda occasione
In maglia viola Rosetta riparte quasi in silenzio. È già campione d’Italia, ma arriva da un’annata negativa. Ferrero, però, gli affida immediatamente un ruolo centrale: titolare e punto di riferimento della difesa. A Firenze diventa semplicemente “Cecco”. Il suo calcio è quello di un difensore elegante e concreto: anticipo, senso della posizione, pulizia negli interventi. Non ha bisogno di ricorrere alla forza per fermare un avversario. Gli basta spesso leggere prima l’azione e arrivare sulla palla con il tempo giusto. È un modo di giocare che conquista rapidamente il pubblico fiorentino. Rosetta supera anche l’addio di Ferrero nel 1951 e continua a essere una delle colonne della Fiorentina. Nel frattempo arriva anche la Nazionale. L’esordio azzurro avviene proprio a Firenze, il 22 maggio 1949, contro l’Austria, in una partita di Coppa Internazionale vinta dall’Italia. La sua storia con la Fiorentina durerà nove stagioni e conterà 245 presenze. Nel tempo arriva anche la fascia di capitano, il riconoscimento più naturale per un giocatore diventato riferimento dello spogliatoio e della squadra.

Lo scudetto che chiude il cerchio
Il momento più alto arriva nel campionato 1955-‘56. La Fiorentina allenata da Fulvio Bernardini costruisce una stagione memorabile. Davanti, Giuseppe Virgili e Miguel Montuori formano una coppia offensiva capace di trascinare i viola; dietro, Rosetta rappresenta esperienza e sicurezza. La Fiorentina conquista la vetta alla settima giornata e non la abbandona più. Il titolo arriva al termine di un campionato dominato, con una lunghissima serie di risultati utili interrotta soltanto dalla sconfitta di Genova nell’ultima giornata, quando lo scudetto è ormai matematicamente conquistato. Per Rosetta è il secondo titolo italiano. Ma questo ha un significato diverso: è lo scudetto della maturità, quello conquistato da capitano e diventato uno dei simboli della prima grande Fiorentina. La sua esperienza in viola, tuttavia, è ormai vicina alla conclusione. Nel 1957 arriva anche la Coppa Grasshoppers, mentre Rosetta non viene schierato nella finale di Coppa dei Campioni persa dalla Fiorentina contro il Real Madrid al Santiago Bernabéu.
A 35 anni decide di lasciare Firenze. Passa una stagione all’Hellas Verona e nel 1958 chiude definitivamente con il calcio giocato. Torna a Novara, ma una parte della sua vita rimane inevitabilmente sulle rive dell’Arno. Firenze gli aveva dato una seconda carriera, uno scudetto storico e, soprattutto, una nuova possibilità. Nel racconto di Francesco Rosetta il calcio e il destino si incrociano più volte. Una cessione, un allenatore, una scelta diversa da quella che sembrava più ovvia. E una strada che, per una di quelle imprevedibili deviazioni della vita, lo portò lontano da Torino proprio nel momento in cui il destino stava preparando una delle pagine più tragiche della storia dello sport italiano.
Mario Bocchio
