Tommaso Maestrelli, quando il calcio diventò una questione di uomini
Set 26, 2026

Quella del tecnico della Lazio dello scudetto del 1974 è una storia costruita tra calcio, guerra, famiglia e un’idea di squadra fondata sulla fiducia

Il modo più semplice per raccontare Tommaso Maestrelli sarebbe cominciare dallo scudetto del 1974. Il modo più giusto, forse, è partire da altro: dalla sua capacità di mettere le persone al centro di tutto. La Lazio che conquistò il titolo nel 1974 non fu soltanto una formazione capace di sorprendere il calcio italiano. Fu un gruppo nel quale convivevano personalità fortissime, spesso difficili da conciliare, e che proprio per questo aveva bisogno di una figura capace di tenere insieme caratteri, ambizioni e contrasti. Maestrelli fu quell’uomo.

Maestrelli (accosciato, secondo da destra) nel Bari della stagione 1940-’41

Il suo nome è rimasto legato alla squadra biancoceleste, ma la sua vita racconta molto di più. Prima di diventare allenatore aveva conosciuto il calcio degli anni Trenta, la guerra, la prigionia, la fuga, la Resistenza, la Nazionale e il calcio professionistico del dopoguerra. Esperienze che finirono inevitabilmente per entrare nel suo modo di stare in panchina.

Nato a Pisa nel 1922, Maestrelli cresce a Bari, dove il padre ferroviere viene trasferito. È lì che il ragazzino comincia a giocare e che il calcio diventa una possibile professione. Il suo talento emerge presto e il Bari gli apre le porte della prima squadra quando è ancora giovanissimo. Il 26 febbraio 1939, a San Siro, arriva il debutto in Serie A contro il Milan. Ha sedici anni. È l’inizio di una carriera che la guerra interromperà proprio quando sta prendendo forma. Nel 1943 viene mandato in Montenegro con la Divisione Ferrara. Dopo l’armistizio viene catturato dai tedeschi e internato a Sajmiste, nei pressi di Belgrado. È una parentesi terribile, dalla quale riesce a uscire grazie a una fuga. Trova aiuto tra la popolazione locale e, dopo la liberazione, decide di combattere con la Brigata Garibaldi contro i tedeschi. È una parte della sua vita che aiuta a capire l’uomo che sarà in seguito. Maestrelli non arriva alla panchina soltanto attraverso gli spogliatoi: ci arriva passando attraverso esperienze estreme, nelle quali fiducia, solidarietà e responsabilità non sono parole astratte.

Maestrelli con Giorgio Chinaglia

Tornato in Italia nel 1945, riprende a giocare. Il Bari diventa nuovamente il suo punto di riferimento e le sue prestazioni lo portano fino alla Nazionale. Nel 1948 viene convocato per i Giochi olimpici di Londra e disputa contro la Danimarca quella che rimarrà la sua unica partita in azzurro. Poi arriva la Roma e, con essa, uno dei curiosi incroci del destino che accompagnano la sua biografia. Maestrelli avrebbe potuto giocare nel Grande Torino. Il trasferimento non si concretizza e, soprattutto, un problema burocratico legato al passaporto gli impedisce di partire per un’amichevole dei granata in Portogallo. Pochi mesi dopo, il 4 maggio 1949, la tragedia di Superga cancella quella squadra e anche una parte della storia del calcio italiano. Maestrelli continua invece la propria strada. Gioca nella Roma, passa alla Lucchese e torna infine a Bari. Quando smette di giocare, la panchina diventa la naturale prosecuzione di un percorso nel quale il calcio è sempre stato soprattutto relazione.

In allenamento a Tor di Quinto

La prima grande occasione arriva a Reggio Calabria. Con la Reggina conquista la promozione in Serie B e sfiora poi quella in A. Successivamente guida il Foggia e porta anche i rossoneri nella massima categoria. È però a Roma che il suo lavoro assume una dimensione diversa. Quando arriva alla Lazio, nel 1971, trova un ambiente che ha ancora negli occhi il precedente ciclo di Juan Carlos Lorenzo. Il rapporto con una parte della tifoseria non è immediato. Maestrelli non si nasconde e, soprattutto, non lascia soli i suoi giocatori quando arrivano le contestazioni. È probabilmente in quel momento che comincia a costruire qualcosa di più di una squadra.

La Lazio torna in Serie A. Poi, nell’estate del 1972, prende forma il gruppo destinato a cambiare la storia del club. Arrivano nuovi giocatori e, soprattutto, si definisce un modo di giocare nel quale i ruoli diventano meno rigidi e il sacrificio individuale è funzionale al collettivo. Pulici in porta, Wilson e Oddi dietro, Frustalupi a dirigere il centrocampo, Re Cecconi a correre, Garlaschelli e D’Amico a creare, Chinaglia a finalizzare. Non è una squadra priva di conflitti. Al contrario. Alcuni dei suoi protagonisti hanno caratteri ingombranti e rapporti non sempre semplici. Maestrelli non prova a trasformarli in persone diverse. Fa qualcosa di più difficile: trova un equilibrio tra le loro differenze.

I festeggiamenti per lo scudetto

La Lazio del 1973-‘74 diventa così una delle squadre più riconoscibili del campionato. Non si limita a difendersi dalle grandi del Nord, ma propone un calcio aggressivo, mobile, nel quale molti giocatori partecipano alle due fasi. Il titolo arriva il 12 maggio 1974, al termine di una stagione nella quale la Lazio riesce a precedere la Juventus. Chinaglia è il riferimento offensivo e chiude il campionato da capocannoniere. Ma lo scudetto racconta soltanto una parte della storia. Quella Lazio viene ricordata perché sembra riflettere il carattere del suo allenatore: rigorosa e istintiva, capace di discutere e poi ritrovarsi, individualista nei rapporti personali ma profondamente collettiva quando comincia la partita.

Maestrelli non ha mai avuto bisogno di costruire il proprio personaggio. Anzi, la sua forza sembra risiedere proprio nella distanza da qualsiasi atteggiamento divistico. Anche quando arriva la proposta di Artemio Franchi per la Nazionale, non considera automaticamente quella chiamata come un traguardo da inseguire a ogni costo. Sceglie di rimanere alla Lazio. Perché nel frattempo la squadra è diventata qualcosa che va oltre il lavoro. C’è la famiglia, naturalmente. C’è Lina, ci sono i figli, c’è Bari, rimasta il luogo degli affetti. Ma c’è anche quella seconda famiglia nata dentro lo spogliatoio romano. Una dimensione nella quale Maestrelli sembra riconoscersi completamente.

Il calcio, per lui, non è mai stato soltanto una questione di tattica. Lo dimostra il modo in cui viene ricordato dai suoi giocatori. Non soltanto per gli allenamenti o per le scelte di formazione, ma per il rapporto personale. Per la capacità di parlare con tutti. Per quella autorevolezza che non aveva bisogno di essere esibita. La malattia arriverà troppo presto a interrompere una storia ancora capace di produrre altre pagine. Ma il tempo non ha cancellato il legame tra Maestrelli e quella Lazio. Il ricordo resta infatti legato meno ai numeri che alle persone. Chinaglia, Wilson, Re Cecconi, D’Amico, Pulici e tutti gli altri continuano a essere associati a quel tecnico che riuscì a mettere insieme una compagnia difficile, trasformando le differenze in un’identità comune.

È forse questa la ragione per cui Tommaso Maestrelli occupa ancora un posto particolare nella memoria del calcio italiano. Non soltanto perché vinse uno scudetto. Ma perché riuscì a dimostrare che una squadra può diventare grande quando prima ancora di imparare a giocare insieme impara a riconoscersi come gruppo.

Mario Bocchio

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