
Dal 1988 al 1994 guidò il Pavia diventando la prima donna alla presidenza di una società professionistica italiana. Una figura fuori dagli schemi, tra promozioni, trasferte in pullman e una Harley Davidson che divenne quasi il suo biglietto da visita
Il calcio italiano degli anni Ottanta aveva porte quasi sempre chiuse alle donne. Giusy Achilli non si limitò ad attraversarle: entrò nel mondo del pallone dalla porta principale, assumendo la guida di una società professionistica e trasformandosi in uno dei personaggi più riconoscibili della Serie C.
È morta a Milano, a 72 anni, dopo una lunga malattia. Per il calcio italiano resta legata a una prima volta destinata a fare epoca: fu la prima donna a diventare presidente di un club professionistico, il Pavia, società che guidò tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta. Il suo vero nome era Giuseppina Schiavo, ma tutti la conoscevano come Giusy Achilli. Arrivò alla presidenza nell’autunno del 1988, raccogliendo l’eredità del marito Claudio, imprenditore pavese e proprietario del club, che nel frattempo aveva rilevato il Livorno. Non fu una semplice successione familiare. Achilli prese possesso del ruolo con una personalità marcata, diventando rapidamente il volto pubblico del Pavia.

In un ambiente nel quale la presenza femminile ai vertici era praticamente sconosciuta, la sua figura fece subito notizia. Elegante, diretta, determinata, lontana dall’immagine tradizionale della dirigente sportiva, seppe costruirsi una notorietà che andava oltre i risultati della squadra. La stampa dell’epoca arrivò a definirla la “lady di ferro” del calcio pavese. Ma dietro il personaggio c’era una presidente molto concreta. Seguiva i rapporti con le istituzioni, cercava risorse, teneva insieme società, squadra e tifoseria. E soprattutto viveva il calcio senza distanza. La sua immagine in sella a una Harley Davidson, spesso con la tuta di pelle nera, contribuì a renderla immediatamente riconoscibile anche fuori dallo stadio.

La promozione di Sarzana
Il momento più importante della sua presidenza arrivò nella stagione 1989-‘90. Il Pavia, reduce dal quarto posto dell’annata precedente, disputò un campionato di vertice in Serie C2 e concluse il torneo al secondo posto, alle spalle del Siena. La promozione in C1 arrivò all’ultima giornata, sul campo della Sarzanese. Quella trasferta diventò una delle pagine più ricordate della storia recente del club. Da Pavia partirono tredici pullman di tifosi. Il viaggio costava appena 5.000 lire e, secondo i ricordi di quegli anni, una parte della spesa venne sostenuta direttamente dalla presidentessa. La ricompensa fu una festa collettiva: il Pavia tornava in C1 e la città si riconosceva nella propria squadra. Achilli rimase alla guida della società fino al 1994, attraversando anni nei quali il Pavia alternò ambizioni e difficoltà tra C1 e C2. La sua presidenza coincise con una fase nella quale il calcio di provincia conservava ancora un rapporto molto stretto con il territorio: i dirigenti erano figure conosciute, le trasferte diventavano occasioni di comunità e una promozione poteva trasformarsi in un evento cittadino.

Da Massara ad Allegri
Anche alcuni dei protagonisti di quel Pavia avrebbero poi trovato spazio ai massimi livelli del calcio italiano. In azzurro giocò Frederic Massara, arrivato dopo la formazione nel settore giovanile del Torino e capace di superare le cento presenze con il club pavese prima del trasferimento al Pescara. Nella stagione 1990-‘91 arrivò invece Massimiliano Allegri, allora centrocampista di Serie C ancora lontano dalla notorietà che avrebbe raggiunto molti anni dopo come allenatore. Con il Pavia Allegri disputò 29 partite di campionato e segnò cinque gol, prima di seguire la strada verso Pescara. Nello stesso periodo vestì la maglia azzurra anche Stefan Schwoch, mentre Giovanni Carnevali muoveva proprio in quegli anni i primi passi nel mondo dirigenziale. Una fotografia del febbraio 1991, con Allegri e Massara insieme nella formazione schierata contro il Monza, restituisce oggi l’immagine di una squadra di provincia inconsapevole di avere al proprio interno uomini destinati a percorsi importanti nel calcio italiano.


Una storia che ha lasciato una traccia
Nel 1994 Giusy Achilli concluse la propria esperienza alla guida del Pavia. Anche le regole federali sulla contemporanea presenza di una stessa famiglia in più società professionistiche contribuirono a rendere più complesso quel periodo. Il calcio, però, non cancellò il legame con quella città. Achilli continuò a seguire con interesse il mondo del pallone, anche quando la sua vita si spostò lontano dagli stadi e dai campi di Serie C. Tifosa del Milan, negli ultimi anni viveva a Milano, affacciata sui Navigli, dedicandosi anche alla famiglia e ai nipoti. Il suo nome rimane però soprattutto associato a quegli anni pavesi. Non soltanto perché fu la prima donna a guidare una società professionistica italiana, ma perché seppe trasformare una novità allora quasi impensabile in una presenza concreta, quotidiana e riconoscibile.
Molto prima che la figura della presidente donna diventasse meno insolita nel calcio professionistico, Giusy Achilli aveva già preso posto in tribuna, negli uffici societari, nelle trasferte e accanto alla propria squadra. E lo aveva fatto a modo suo: con carattere, autonomia e quella Harley Davidson che, più di qualsiasi biglietto da visita, raccontava una donna difficile da incasellare. Per Pavia non sarà soltanto il ricordo della “prima presidentessa”. Sarà il ricordo di una stagione in cui una donna riuscì a diventare protagonista di un calcio ancora profondamente maschile, lasciando il proprio nome nella storia del club e in quella, più ampia, dello sport italiano.
Mario Bocchio
