Dario Spagnoli, quando il calcio diventava memoria
Set 16, 2026

Bergamasco di nascita, modenese di adozione giocò nella Sicilia degli anni Settanta: una maglia dell’Akragas, un libro, una fotografia e un legame con Agrigento che il tempo non ha mai cancellato

Calciatori che lasciano tracce profonde nei grandi almanacchi e altri che finiscono soprattutto nei ricordi di chi li ha visti giocare, come Dario Spagnoli. Appartiene alla seconda categoria, quella forse più fragile sulla carta e più resistente nella memoria. Perché il calcio, a volte, non si misura soltanto con le presenze, i gol o le classifiche. Si misura con le persone incontrate, le amicizie nate lontano da casa, gli anni della giovinezza e quei luoghi che, anche quando la vita porta altrove, continuano a chiamarti.

Calcio d’angolo di Spagnoli

Per Spagnoli, bergamasco di origine, quel luogo ha un nome preciso: Agrigento. O, come allora la chiamavano molti, Girgenti. Ci arrivò poco più che ragazzo, all’inizio degli anni Settanta, con il sogno normale di chi indossa una maglia e immagina che il calcio possa diventare il proprio futuro. Veniva dal Nord, aveva alle spalle il settore giovanile della Reggiana e si ritrovò dentro un calcio lontanissimo da quello patinato di oggi: trasferte, spogliatoi semplici, campi imperfetti, pubblico passionale e rapporti umani che spesso valevano quanto un contratto.

Dario Spagnoli con la maglia dell’Akragas

Nell’Akragas rimase fino al 1978, con la parentesi del servizio militare. Fu un’esperienza calcistica, ma soprattutto una stagione della vita. A diciannove anni si trovò a giocare davanti a migliaia di persone, dopo aver conosciuto realtà nelle quali cinquanta spettatori potevano rappresentare già una buona cornice. La prima partita contro il Messina, davanti a circa novemila persone, fu uno di quei momenti destinati a rimanere impressi. Spagnoli era una mezzala, il numero 8 di un calcio nel quale il centrocampista doveva ancora saper pensare prima di correre. Gli piaceva costruire, trovare il compagno, inventare l’ultimo passaggio. Esultava quasi come un attaccante quando un suo assist diventava un gol, perché sentiva quella rete anche un po’ sua.

Un undici dell’Akragas 1973-’74

Ma la vera particolarità della sua storia non è nei numeri. È nel rapporto con una terra che avrebbe potuto considerare soltanto una tappa professionale e che invece diventò parte della sua identità. Ad Agrigento trovò amici, affetto, una moglie e una figlia. Trovò una comunità nella quale un ragazzo arrivato da lontano riuscì a sentirsi a casa. Tra le persone rimaste nel cuore c’erano compagni, dirigenti, allenatori e tifosi. E c’era soprattutto quella quotidianità fatta di gesti semplici, di scherzi, di partite e di serate nelle quali il calcio continuava anche dopo il novantesimo minuto. È probabilmente per questo che, a distanza di mezzo secolo, Spagnoli continua a parlare di Akragas con gli occhi di chi non ha mai veramente lasciato quella storia.

Sulla terra battuta dello stadio “Esseneto”

Da quel sentimento è nato La mia Akragas. Quando i pali erano quadrati, il libro nel quale ha raccolto fotografie, episodi e personaggi di una stagione irripetibile. Non il racconto di una carriera straordinaria, ma qualcosa di più personale: il diario emotivo di un ragazzo che aveva vent’anni e che, senza saperlo, stava vivendo alcuni degli anni destinati a diventare i più cari della sua memoria.

L’Akragas nel campionato di Serie D 1975-’76

Il titolo dice molto. “Quando i pali erano quadrati” non è soltanto un riferimento all’infanzia e al calcio di un’altra epoca. È quasi una dichiarazione di appartenenza a un mondo nel quale il pallone era ancora gioco prima di diventare industria. Spagnoli non nasconde nemmeno le delusioni. L’esperienza con l’Akragas terminò quando aveva appena 24 anni. Con il cambiamento societario non si sentiva più dentro quel progetto e preferì proseguire nel calcio dilettantistico, al Ribera. Poi arrivò il lavoro, arrivò la vita vera e il calcio giocato rimase indietro. Nessun rancore, però. Soltanto la consapevolezza che alcune strade finiscono senza per questo cancellare ciò che hanno lasciato.

L’entrata in campo dei giocatori agrigentini

E proprio il Ribera ha regalato recentemente un altro piccolo capitolo a questa storia. Una vecchia fotografia in bianco e nero ha ricostruito un incontro avvenuto nella stagione 1978-‘79. Sul terreno del “Nino Novara”, prima di una partita, un calciatore dell’allora Ribera tiene per mano una piccola mascotte di cinque anni. Il calciatore è Spagnoli. Il bambino è Giuseppe Borsellino. Quarantotto anni dopo, quella fotografia ha fatto da ponte tra due vite.

Campionato 1977-’78, prima nel girone A della Promozione Sicilia, l’Akragas è promossa in Serie D

Giuseppe, ormai adulto, vive lontano dalla Sicilia. Spagnoli, dopo il calcio, ha costruito la propria esistenza a Modena lavorando come autotrasportatore. Ma quella vecchia immagine era rimasta lì, custodita nella memoria e negli archivi, fino a quando Spagnoli l’ha riconosciuta e ha cominciato a chiedersi chi fosse quel bambino che gli stava accanto. La ricerca attraverso i social e il passaparola ha portato al risultato. I due si sono ritrovati e si sono abbracciati a Modena, quasi mezzo secolo dopo quella fotografia.

Spagnoli in azione contro la Massiminiana

Giuseppe ricordava poco di quella giornata. Aveva cinque anni e il calcio non era ancora la sua passione. Ricorda soprattutto il rumore del pubblico e il padre che gli aveva proposto di farsi fotografare con uno dei giocatori. Tra tanti, aveva scelto proprio Dario. Forse perché era alto. Forse per istinto. O forse perché certe fotografie, prima ancora di diventare memoria, sembrano scegliere da sole i loro protagonisti.

A Ribera con la mascotte Giuseppe Borsellino, poi ritrovata dopo tanti anni

Spagnoli oggi non ricorda ogni dettaglio di quella partita. È normale. Sono passati quasi cinquant’anni. Ma ricorda il tempo, le persone, i luoghi e soprattutto la sensazione di essere stato felice in quella parte della Sicilia. È questa la sua vera carriera: non quella raccontata dalle statistiche, ma quella rimasta nelle persone. Un ragazzo arrivato dal Nord, una maglia biancazzurra, uno stadio, una città, un pallone. E una fotografia capace di attraversare quasi mezzo secolo per riportare due uomini al punto esatto in cui le loro strade si erano incrociate.

Nel Ribera alla fine degli anni Settanta

Il calcio può anche dimenticare un risultato. La memoria, invece, qualche volta conserva un volto, una maglia e una mano stretta a quella di un bambino.

Mario Bocchio

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