
Dalla grande stagione della Jugoslavia al dramma della guerra: la storia di una squadra diventata simbolo di una città spezzata
Squadre che hanno vinto molto e altre che, pur avendo conquistato meno trofei, sono riuscite a lasciare un’impronta profonda nella memoria di chi le ha viste giocare. Il Velež Mostar è una di queste. La sua storia racconta il calcio, naturalmente, ma anche una città, una cultura e una tragedia che ha finito per cancellare luoghi, archivi e parte della memoria collettiva.
Mostar, prima della guerra, aveva nel Velež uno dei suoi simboli più riconoscibili. I Rođeni – i “Nati”, come vengono chiamati i giocatori del club – avevano costruito negli anni un’identità fondata su un calcio offensivo, tecnico, spettacolare. Non furono mai campioni di Jugoslavia, arrivarono tre volte secondi, ma conquistarono due Coppe del maresciallo Tito. Soprattutto, riuscirono a conquistare qualcosa che le classifiche non possono misurare: l’ammirazione.

All’inizio degli anni Settanta arrivò anche una sorta di consacrazione nazionale. Durante un programma televisivo condotto da Mića Orlović, a Miljan Miljanić, uno degli allenatori e tecnici più autorevoli del calcio jugoslavo, venne chiesto quale fosse la squadra più forte del Paese. La risposta fu prudente sul piano del risultato, ma chiarissima su quello dello spettacolo: il Velež era, secondo lui, la formazione capace di esprimere il calcio più bello. A Mostar quella frase venne vissuta come una vittoria. Non servivano medaglie o classifiche: bastava sapere che una figura di tale prestigio aveva riconosciuto alla squadra della città un primato estetico.


Dušan Bajević, a sinistra, con la maglia della Jugoslavia, e Franjo Vladić
Dietro quella filosofia c’era anche Sulejman Rebac, allenatore entrato nella leggenda del club. Il suo calcio non nasceva da complicati manuali tattici. Ai giocatori chiedeva soprattutto coraggio, movimento e iniziativa. L’idea era semplice: attaccare, continuare ad attaccare e affidarsi alla qualità dei propri uomini. E di qualità, in quegli anni, il Velež ne possedeva in abbondanza.

Dušan Bajević era il volto più elegante di quella generazione. Il “Principe della Neretva” univa tecnica, intelligenza e una naturale capacità realizzativa. La sua carriera con la nazionale jugoslava non restituì pienamente il valore del giocatore visto a Mostar, dove invece era diventato un riferimento assoluto. Celebre è anche un episodio che racconta bene il suo carattere. In una partita contro il Radnički Kragujevac, Bajević segnò dopo pochi minuti, ma si accorse che la palla era passata attraverso un’apertura della rete. Invece di accettare il gol, informò l’arbitro, che lo annullò. Il pubblico, per una volta, se la prese con il proprio beniamino. Ma Bajević rimediò poco dopo segnando altre due reti regolari. Era quel genere di giocatore: capace di lasciare il segno senza bisogno di gesti plateali. Accanto a lui c’erano Enver Marić, portiere di straordinario livello, Franjo Vladić, specialista dei calci piazzati, Vahid Halilhodžić e, poco dopo, Blaž Slišković. Quest’ultimo rappresentò forse l’espressione più pura del talento di Mostar.


In entrambe le foto il famoso trio formato da Enver Marić, Dušan Bajević e Franjo Vladić
Slišković aveva un rapporto quasi aristocratico con il pallone. Non amava correre inutilmente, preferiva pensare prima degli altri. Una giocata poteva nascere da trenta o quaranta metri e trasformarsi in un’occasione decisiva. Zinedine Zidane lo indicò negli anni successivi come uno dei suoi riferimenti calcistici. Un riconoscimento enorme per un giocatore che a Mostar era stato considerato per lungo tempo quasi come una presenza naturale del paesaggio calcistico cittadino. Il Velež, intanto, continuava a misurarsi con le grandi potenze della Jugoslavia: Stella Rossa, Partizan, Dinamo Zagabria, Hajduk Spalato. E spesso riusciva a metterle in difficoltà.
Una delle partite rimaste nella memoria fu quella contro il Peñarol, formazione sudamericana abituata alle grandi sfide internazionali. A Mostar gli uruguaiani si trovarono davanti una squadra che non aveva alcuna intenzione di limitarsi a difendere. Il Velež segnò a ripetizione e Bajević fu protagonista di una delle sue azioni più spettacolari. La partita degenerò poi in una violenta rissa, con i giocatori sudamericani che finirono al centro di una furiosa contestazione. Il calcio di Mostar aveva però anche un’altra caratteristica: un pubblico appassionato e orgoglioso. Negli anni Settanta il Bijeli Brijeg era il luogo nel quale la città si ritrovava. Il rapporto tra squadra e tifoseria era quasi familiare. Molto prima della nascita della Red Army, sugli spalti si viveva il calcio con entusiasmo e con una partecipazione che oggi appartiene a un’altra epoca.

Nel 1981 arrivò il momento più alto della storia sportiva del Velež. A Belgrado, nella finale della Coppa del maresciallo Tito, la squadra di Mostar affrontò lo Željezničar e vinse 3-2. Circa diecimila sostenitori arrivarono dalla città erzegovese per assistere alla partita. Quella sera Mostar festeggiò una delle sue più grandi vittorie. Nella capitale jugoslava, dopo la finale, i tifosi si ritrovarono insieme sotto l’Hotel Park. Ortodossi, cattolici e musulmani, provenienti dalla stessa città e accomunati dalla stessa squadra, celebrarono il successo cantando il nome di Vahid Halilhodžić. Era ancora possibile pensare alla città come a una comunità. Pochi anni dopo, tutto sarebbe cambiato. La guerra in Bosnia-Erzegovina avrebbe spezzato anche il rapporto tra il Velež e il suo stadio. Nel 1993 il Bijeli Brijeg venne sottratto al club e la documentazione storica custodita al suo interno fu in gran parte distrutta. Fotografie, documenti, trofei e testimonianze di decenni di attività finirono bruciati o dispersi. Per una società sportiva perdere uno stadio significa perdere una casa. Per il Velež significò qualcosa di ancora più profondo: perdere una parte della propria identità.

La guerra aveva trasformato anche il calcio in uno degli strumenti attraverso i quali la nuova divisione della città prendeva forma. Il Velež e lo Zrinjski finirono per rappresentare due realtà contrapposte, all’interno di una Mostar che la guerra aveva separato non soltanto fisicamente, ma anche sul piano politico, sociale e simbolico. Il Velež fu costretto a lasciare il Bijeli Brijeg e a ricominciare altrove, nella propria stessa città ma senza più il suo luogo storico. È questa forse la parte più dolorosa della sua vicenda. Le grandi squadre jugoslave – quelle che per anni erano state avversarie sul campo – riuscirono a sopravvivere con maggiore forza alla dissoluzione del vecchio Paese. Il Velež, invece, pagò un prezzo enorme proprio perché la sua storia era profondamente legata a Mostar.

Eppure il club non è scomparso. Ha attraversato retrocessioni, difficoltà economiche, ricostruzioni e stagioni complicate. Ha continuato a giocare, a formare calciatori, a mantenere vivo il proprio nome. Oggi il Velež non possiede più la dimensione sportiva di quella straordinaria squadra degli anni Settanta e Ottanta, ma conserva qualcosa che nessuna classifica può cancellare. Conserva una memoria. Quella di Bajević, Marić, Vladić, Halilhodžić e Slišković. Quella delle grandi vittorie contro le squadre più potenti della Jugoslavia. Quella del pubblico del Bijeli Brijeg. Quella dei diecimila tifosi arrivati a Belgrado nel 1981. E soprattutto quella di una città nella quale, almeno per una parte della sua storia, il calcio riusciva a mettere insieme persone appartenenti a comunità diverse.
Per questo la storia del Velež non è soltanto una pagina di calcio jugoslavo. È la storia di una squadra diventata involontariamente testimone della distruzione di una città. E, nello stesso tempo, di una memoria che continua a resistere. Forse è proprio questa la sua vittoria più importante: il Velež ha perso lo stadio, ha perso archivi e trofei, ha perso il ruolo che aveva nel grande calcio jugoslavo. Ma non ha perso il diritto di raccontare ciò che è stato. E finché a Mostar qualcuno continuerà a pronunciare i nomi di Bajević, Slišković, Marić, Vladić e Halilhodžić, il vecchio Velež continuerà, almeno nella memoria, a giocare al Bijeli Brije
Mario Bocchio
