Canè, il brasiliano diventato napoletano
Set 12, 2026

Arrivò da Rio all’inizio degli anni Sessanta, quando il calcio si guardava con la merenda in tasca e il mondo sembrava ancora lontanissimo. A Napoli trovò una squadra da ricostruire, una città che gli somigliava e una famiglia. E finì per diventare uno dei volti più riconoscibili del vecchio Napoli

C’è un calcio che non esiste più, e per ritrovarlo bisogna cercare nelle fotografie sbiadite, nelle figurine Panini, nei vecchi giornali conservati nei cassetti. Oppure basta incontrare Canè, Jarbas Faustinho, brasiliano di Rio de Janeiro diventato napoletano quasi senza accorgersene.

Quando arrivò in Italia, nel 1962, aveva poco meno di ventitré anni. Napoli lo accolse in un tempo in cui allo stadio si entrava con l’ombrello, il cappello e qualcosa da mangiare. Le partite si guardavano spesso in piedi, mentre nell’intervallo ci si arrangiava su piccoli cuscini di paglia. Non esistevano curve organizzate come le conosciamo oggi, né la ritualità televisiva del calcio moderno. C’erano il tifo, le prese in giro, i giornali, la superstizione e una città intera capace di trasformare una domenica allo stadio in un avvenimento familiare. Canè arrivò dal Brasile proprio dentro quella Napoli. E vi rimase per sempre.

In Brasile, in azione nell’Olaria

La storia racconta che il presidente Achille Lauro, il celebre comandante, lo avesse scelto quasi a colpo d’occhio, dopo averlo visto in fotografia. Il Napoli pagò per lui circa trentamila dollari. Un acquisto sorprendente per quei tempi, tanto che persino gli uomini dello staff tecnico non sarebbero stati informati preventivamente dell’operazione. Era anche uno dei primi calciatori neri a entrare stabilmente nel grande calcio italiano. Quell’estate arrivarono dal Brasile tre giocatori destinati a lasciare traccia: Canè al Napoli, Jair all’Inter e Germano al Milan. Erano gli anni in cui il calcio italiano cominciava lentamente ad aprire le porte al talento sudamericano.

Canè non ebbe bisogno di molto tempo per capire Napoli. Rio e Napoli, nella sua memoria, erano due città lontane sulla carta ma sorprendentemente vicine nella maniera di vivere. La gente, il rumore delle strade, i rapporti umani, la capacità di stare insieme: ritrovò qualcosa di familiare dall’altra parte dell’oceano. E trovò anche l’amore. Dopo due anni conobbe una ragazza napoletana, che sarebbe diventata sua moglie. La sua permanenza italiana cessò così di essere una parentesi professionale e diventò una scelta di vita.

Arrivò al Napoli per trentamila dollari

Il soprannome Canè gli era arrivato da bambino. La madre lo chiamava così, prendendo spunto da caneca, la tazza che il piccolo Jarbas teneva spesso tra le mani. Un nome nato in famiglia e destinato a diventare famoso negli stadi italiani. Il primo impatto con il Napoli non fu però trionfale. La squadra attraversava un periodo complicato e intorno a lui crescevano ragazzi destinati a diventare protagonisti: Antonio Juliano, Vincenzo Montefusco e altri giovani che sarebbero diventati parte della storia azzurra. Poi arrivarono i grandi acquisti. Lauro portò a Napoli Omar Sivori e José Altafini. Canè si ritrovò accanto a due campioni assoluti e quella squadra cominciò a far sognare una città che viveva il calcio con una partecipazione difficilmente spiegabile a chi non l’ha mai vista. Il brasiliano non si considerava un fuoriclasse. Preferiva definirsi un uomo di fatica, uno che metteva a disposizione della squadra più lavoro degli altri. Ma aveva qualità precise: velocità, tecnica, un tiro potente e la capacità di stare dentro la partita.

Insieme a José Altafini, al centro, e Omar Sivori

Il momento simbolico arrivò il 20 giugno 1965. A Parma il Napoli si giocava il ritorno in Serie A. Vinse 3-1 e Canè segnò due volte. In campo c’erano Bandoni, Adorni, Gatti, Ronzon, Panzanato, Emoli, Fraschini, Bean, Spanio e Juliano. Nessuna panchina come quella attuale, nessuna girandola di cambi: chi cominciava, normalmente finiva. Al ritorno a Napoli accadde qualcosa che oggi sembrerebbe impossibile. Alla stazione Centrale una folla enorme aspettò la squadra. Il treno fu praticamente sequestrato dall’entusiasmo dei tifosi. Canè raccontò che riuscì ad arrivare a casa della fidanzata soltanto nel pomeriggio, molte ore dopo l’arrivo del convoglio. Era un’altra epoca. Una squadra poteva essere aspettata per ore in stazione. Un calciatore poteva attraversare i paesi del Vesuviano su una Cadillac insieme ai compagni per promuovere il Napoli. E il rapporto fra giocatori e pubblico non aveva ancora bisogno di transenne.

Insieme a Pelé prima di un incontro amichevole tra il Napoli e il Santos

Canè divenne uno dei personaggi di quella stagione. I tifosi gli dedicarono persino un coro irriverente che metteva insieme i più grandi campioni brasiliani dell’epoca e il loro connazionale diventato idolo azzurro. Lui, invece di offendersi, lo prese per quello che era: una manifestazione dell’incontenibile fantasia napoletana. Nel 1966 arrivò anche la Coppa delle Alpi, un trofeo allora tutt’altro che secondario. Poi, nel 1969, la storia cambiò improvvisamente. Dopo una stagione nella quale aveva giocato tutte le partite di campionato, Canè partì per il Brasile. Durante il viaggio di ritorno scoprì dai giornali che il Napoli lo aveva ceduto al Bari. Fu uno dei momenti più dolorosi della sua carriera. Non gli avevano praticamente dato scelta. La famiglia ormai era italiana, la moglie era napoletana, i figli erano in Italia. Tornare definitivamente a Rio non era più una possibilità semplice. Così accettò il Bari, dove rimase tre stagioni, prima di tornare finalmente al Napoli nel 1972.

In riva al mare di Napoli come a Rio

Quella seconda esperienza azzurra durò fino al 1975. In totale Canè avrebbe collezionato 217 presenze e 56 reti con il Napoli, diventando una delle figure di collegamento fra due epoche del club. La sua carriera non finì con le scarpe appese al chiodo. Cominciò quella dell’allenatore. Giovani del Napoli, Frattese, Turris, Afragolese, Sorrento, Campania-Puteolana, Juve Stabia, Ischia. Una lunga frequentazione dei campi campani, interrotta soltanto da una parentesi alla Sambenedettese e dall’ultima esperienza ad Avezzano. Nel 1994-‘95 tornò addirittura sulla panchina del Napoli in Serie A, accanto a Vujadin Boškov, in una situazione particolare legata al patentino dell’allenatore. La squadra arrivò settima e in Coppa UEFA superò alcuni turni prima di arrendersi all’Eintracht Francoforte. Sarebbe stata l’ultima presenza europea del Napoli per molti anni.

Sivori, Juliano, Canè e Stenti festeggiano dopo il 4-2 alla Spal

Anche in panchina Canè conservò una caratteristica che aveva accompagnato tutta la sua vita: il rapporto diretto con le persone. Il suo grande riferimento rimase Bruno Pesaola, il Petisso. Fu lui a comprenderne le caratteristiche e a spostarlo nel ruolo nel quale avrebbe espresso meglio il proprio calcio. Fra i due nacque un legame che superò quello professionale. Canè rimase vicino all’allenatore argentino fino agli ultimi giorni della sua vita. E Napoli, intanto, continuava a considerarlo uno dei suoi. Nonostante il colore della pelle, nonostante l’accento brasiliano, nonostante fosse nato a migliaia di chilometri dal Vesuvio.

Canè al Bari, a sinistra, e il ritorno al Napoli. Ha i capelli ingrigiti ed è in evidente sovrappeso

Anzi, proprio su questo Canè ha sempre avuto un atteggiamento particolare. Ha raccontato di non essersi mai sentito discriminato a Napoli. Ricorda piuttosto la curiosità dei bambini che, nei primi tempi, lo indicavano per strada ripetendo “nero”. Lui rispondeva scherzosamente “bianco”, trasformando una differenza in una risata. Era cresciuto a Rio in un ambiente nel quale le disuguaglianze razziali erano tutt’altro che teoriche. Suo padre era nero, sua madre aveva origini portoghesi e in casa c’erano sette figli. Il calcio fu il suo grande spazio di libertà. Da bambino arrivava a giocare più partite nella stessa domenica, persino a piedi nudi sulla spiaggia.

Canè, in piedi, primo da destra, allenatore della Frattese 1978-’79

Aveva undici anni quando ascoltò alla radio la tragedia sportiva del Maracanã: il Brasile sconfitto dall’Uruguay nella finale mondiale del 1950. Il padre era allo stadio, lui rimase a casa. Quel giorno imparò quanto il calcio potesse entrare nella vita di un Paese. Qualche anno dopo avrebbe attraversato l’oceano per inseguire proprio quel sogno. E sarebbe rimasto a Napoli. Quando gli chiedono se sia più brasiliano o napoletano, Canè ama giocare con la provocazione. Dice di essere arrivato in città pochi giorni prima della nascita di chi gli sta davanti. E allora, scherza, sotto certi aspetti è lui il napoletano più anziano. Una battuta, naturalmente. Ma dentro c’è una verità. Perché Canè è uno di quei personaggi che il tempo non ha cancellato. È rimasto nelle fotografie degli anni Sessanta, nelle figurine che i bambini scambiavano nei cortili, nei racconti di chi riempiva gli spalti prima che il calcio diventasse un gigantesco spettacolo televisivo. È rimasto soprattutto nella memoria di Napoli. Quella Napoli che lo vide arrivare ragazzo dal Brasile e lo accompagnò per tutta la carriera. Quella Napoli che lo chiamava “’o niro” senza che lui lo vivesse come un marchio di esclusione, ma come parte di quel linguaggio popolare fatto di soprannomi, sfottò e familiarità.

Oggi Canè ha i capelli bianchi e la voce di chi ha attraversato quasi un secolo di calcio. Ha sempre cucinato, curato il giardino, seguito le partite e continua a parlare volentieri di pallone. Perché il calcio, dice, appartiene a tutti. Poi aggiunge, con la consapevolezza di chi ne ha viste davvero tante, che non basta però parlarne per capirlo. Forse è proprio questa la lezione di Canè: essere arrivato da Rio quando il mondo sembrava enorme, aver trovato casa ai piedi del Vesuvio e avere attraversato il calcio senza mai smettere di sentirsi parte della gente. Il Brasile gli ha dato il nome. Napoli gli ha dato una vita. E il vecchio calcio gli ha consegnato un posto nella memoria.

Mario Bocchio

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