Il Benfica a Goa, l’ultima grande partita dell’India portoghese
Set 11, 2026

Nel maggio del 1960 il Benfica portò per la prima volta a Goa una squadra di calcio della madrepatria. Fu un viaggio sportivo, ma anche una vetrina dell’ultimo lembo dell’impero portoghese in India, appena un anno e mezzo prima dell’Operazione Vijay

Il 6 maggio 1960, da Lisbona partì alla volta di Goa una delegazione destinata a scrivere una pagina particolare della storia del calcio portoghese. Era il Benfica, o meglio la sua squadra riserve, invitata dal Consiglio Superiore dell’Educazione Fisica dell’India Portoghese. Non era una semplice tournée. Per la prima volta un club della madrepatria raggiungeva ufficialmente quel territorio lontano, ancora amministrato dal Portogallo. Goa, Damão e Diu erano infatti rimasti sotto sovranità portoghese anche dopo l’indipendenza dell’India, proclamata nel 1947.

Il viaggio del Benfica assumeva così un significato che andava oltre il calcio. La squadra raggiunse Goa a bordo di un aereo della TAIP, i Servizi di Trasporti Aerei dell’India Portoghese, la compagnia nata nel 1955 e divenuta uno dei simboli dell’amministrazione coloniale portoghese. Ad accogliere la delegazione c’era il governatore generale Manuel António Vassalo e Silva, lo stesso uomo che, poco più di un anno dopo, avrebbe dovuto affrontare la drammatica fine della presenza portoghese in India.

Il governatore portoghese Manuel António Vassalo e Silva

Un Benfica giovane e senza le sue stelle

Quella arrivata a Goa non era la formazione dei grandi campioni che stavano dominando il calcio europeo. In Portogallo erano rimasti giocatori come Costa Pereira, Mário João, Ângelo, Neto, Cruz, José Águas, Mário Coluna, José Augusto e Santana. La delegazione comprendeva invece Malta da Silva, Palmeiro, Vieira Dias, Peres, Mendes, Alfredo, Espírito Santo, Ramalho, Bastos, Sidónio, Inácio, Marques, Jurado e Zézinho, guidati dall’allenatore Fernando Caiado.

Era una squadra giovane, composta da calciatori tra i venti e i ventidue anni. Alcuni erano portoghesi provenienti da Lisbona o dalle regioni interne del Paese, altri arrivavano dall’Angola. La scelta della formazione riserve non fu casuale. Gli organizzatori indiani avevano chiesto espressamente una squadra meno forte, perché la differenza tecnica con il calcio praticato a Goa era considerata troppo ampia. Eppure l’entusiasmo fu enorme. Per la popolazione ocale vedere il Benfica significava assistere a qualcosa di mai accaduto prima: un pezzo del grande calcio portoghese era finalmente arrivato in India.

Il Benfica durante la tournée a Goa

Tre partite, tre vittorie

Il primo incontro si disputò il 10 maggio a Margão, contro una selezione militare. Il Benfica vinse 2-1, con le reti di Peres e Palmeiro. Due giorni più tardi arrivò la seconda sfida, contro una selezione composta esclusivamente da calciatori di Goa. Al termine il risultato fu netto: 4-0 per i portoghesi, con una doppietta di Mendes e i gol di Vieira Dias ed Espírito Santo. L’ultima partita si giocò a Vasco da Gama contro una selezione mista di giocatori locali. Anche questa volta il Benfica ebbe la meglio, imponendosi 1-0 grazie a Espírito Santo. Tre partite, tre vittorie e nessun dubbio sul valore tecnico della formazione portoghese. Ma furono soprattutto i giocatori di Goa a conquistare l’attenzione della stampa. Tra i più apprezzati vennero ricordati Saturnino, Bagorro, Palmela e Ivo. Quest’ultimo fu indicato come uno dei migliori difensori della selezione, mentre il portiere Benzinho si mise in evidenza per alcuni interventi particolarmente coraggiosi. Sugli spalti, intanto, si respirava un’atmosfera di festa. A Margão arrivarono decine di migliaia di spettatori e le bandiere rosse del Benfica comparvero in mezzo alla folla.

I confini dei territori portoghesi in India

Un viaggio dentro l’ultimo Portogallo d’Oriente

Tra una partita e l’altra, i calciatori visitarono Goa: Panjim, Vasco da Gama, Mormugão, Salcete, Velha Goa, la fortezza di Aguada e le spiagge di Calangute e Colva. Fu un viaggio attraverso un territorio nel quale la presenza portoghese aveva ormai oltre quattro secoli di storia. Ma dietro quella festa sportiva si intravedeva già la fine. Dopo l’indipendenza dell’India, nel 1947, il governo di Nuova Delhi aveva iniziato a chiedere la restituzione dei territori ancora amministrati dal Portogallo. Lisbona, però, considerava Goa, Damão e Diu parte integrante del territorio nazionale e rifiutava qualsiasi ipotesi di cessione. Nel 1954 caddero sotto il controllo indiano gli enclavi di Dadra e Nagar Haveli. Nel 1955 una prima manifestazione organizzata per entrare a Goa fu respinta dalle autorità portoghesi. Il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, però, aveva già chiarito che la permanenza portoghese a Goa non sarebbe potuta durare. Il Benfica arrivò dunque in un territorio che viveva gli ultimi capitoli della sua storia portoghese.

Un’immagine dell’offensiva dell’esercito indiano

Diciotto mesi dopo, tutto sarebbe cambiato

Il 17 dicembre 1961 l’India lanciò l’Operazione Vijay, l’operazione militare destinata a porre fine alla presenza portoghese nel subcontinente. Le forze indiane, enormemente superiori per numero, avanzarono contro le posizioni portoghesi. Vassalo e Silva comandava circa 3.000 uomini, mentre dall’altra parte vi erano decine di migliaia di soldati indiani. Da Lisbona arrivò l’ordine di resistere fino all’estremo. Il governatore, invece, scelse la resa per evitare un sacrificio che riteneva inutile. Il 19 dicembre 1961 fu formalizzata la capitolazione. Migliaia di militari e civili portoghesi furono fatti prigionieri. Dopo 451 anni, la presenza portoghese in India era finita. Vassalo e Silva sarebbe stato allontanato dalle Forze Armate portoghesi. Una delle frasi con cui ricordò quella decisione sarebbe rimasta nella storia: “Sacrifício inútil”, sacrificio inutile.

Un anno dopo la trasferta di Goa il Benfica vinse la sua prima Coppa dei Campioni

E il Benfica entrò nella leggenda

Quando il Benfica era arrivato a Goa, però, tutto questo era ancora nel futuro. La tournée del 1960 rimase così nella memoria come un momento irripetibile: una squadra portoghese che giocava a calcio in una terra lontanissima, tra stadi gremiti, curiosità, orgoglio e il fascino di un mondo destinato rapidamente a scomparire. Per il Benfica, quella trasferta fu anche l’anticamera di una stagione straordinaria. Nel 1961, appena un anno dopo il viaggio in India, il club di Lisbona conquistò la sua prima Coppa dei Campioni, battendo il Barcellona 3-2 in finale e interrompendo il dominio del Real Madrid, vincitore delle prime cinque edizioni della competizione. Nel 1962 il Benfica si confermò campione d’Europa superando il Real Madrid 5-3 in una finale memorabile. Fu la partita nella quale il giovane Eusébio, ormai destinato a diventare uno dei più grandi calciatori della storia, scambiò la maglia con il suo idolo d’infanzia Alfredo Di Stéfano. Quella squadra era cresciuta anche sotto la guida dell’allenatore ungherese Béla Guttmann, tecnico che aveva contribuito alla diffusione del 4-2-4 e che aveva allenato anche in Brasile. Un sistema di gioco che sarebbe diventato una delle chiavi del calcio brasiliano campione del mondo nel 1958.

Il viaggio a Goa del 1960 rimane quindi sospeso tra due epoche. Da una parte c’è il Benfica che si avvia a diventare una potenza del calcio europeo. Dall’altra c’è l’India portoghese, ormai vicina alla fine. Un pallone, tre partite e otto giorni di viaggio raccontano così una storia molto più grande del calcio: quella di un mondo che stava per scomparire e di una squadra che, invece, stava entrando nella leggenda.

Mario Bocchio

Condividi su: