
Prima di internet, delle piattaforme e delle dirette senza confini, il calcio brasiliano arrivava in Italia attraverso le televisioni locali. E a raccontarlo, tra il 1979 e il 1980, c’era una voce destinata a diventare familiare a milioni di sportivi
Oggi basta accendere un televisore, aprire un’applicazione o collegarsi a una piattaforma per assistere praticamente a qualsiasi partita giocata dall’altra parte del mondo. Il calcio è diventato globale anche attraverso le immagini, disponibili in tempo reale e senza più confini.

Per chi è cresciuto negli anni Settanta e Ottanta, però, era tutta un’altra storia. Le partite straniere erano spesso un privilegio raro. Il campionato italiano occupava quasi interamente gli spazi televisivi e, al di fuori di qualche grande appuntamento internazionale, conoscere ciò che accadeva sui campi degli altri continenti era tutt’altro che semplice. Poi, proprio alla fine degli anni Settanta, qualcosa cominciò a cambiare.
Tra il 1979 e il 1980 alcune televisioni private e locali iniziarono a proporre agli spettatori italiani una finestra sorprendente sul futebol brasiliano. A Roma, soprattutto nelle ore del primo pomeriggio, comparve una trasmissione destinata a lasciare un ricordo particolare: “Calcio spettacolo brasiliano”. Non era soltanto una partita trasmessa in televisione. Era un viaggio dentro un calcio completamente diverso dal nostro. A guidarlo c’era Mario Mattioli, giornalista che proprio attraverso quelle esperienze avrebbe costruito una parte importante della propria carriera, fino a diventare uno dei volti più conosciuti dello sport televisivo della Rai.
Mattioli aveva capito che per raccontare il calcio brasiliano non bastava tradurre ciò che accadeva sul terreno di gioco. Bisognava restituirne anche il ritmo, il colore, l’entusiasmo. E così le sue telecronache assumevano una cadenza particolare, quasi teatrale. L’accento emiliano si mescolava alla passione sudamericana e, quando arrivava un gol, la voce esplodeva in quel celeberrimo “go, go, go, go… goooooool!”, una maniera di commentare allora decisamente insolita per il pubblico italiano. Era un modo nuovo di vivere la televisione sportiva.
Quelle immagini ci fecero conoscere protagonisti e squadre che per molti di noi erano soltanto nomi lontani. C’era il Flamengo, una delle grandi potenze di quel periodo, con campioni come Zico, Júnior e Paulo César Carpegiani. C’era Roberto Dinamite, simbolo del Vasco da Gama. E poi il Corinthians di Sócrates, l’Atlético Mineiro di Toninho Cerezo, il Botafogo, il Palmeiras e tante altre formazioni che alimentavano un campionato ricco di talento e fantasia. Il calcio brasiliano sembrava appartenere a un altro pianeta.

Anche le rivalità avevano un fascino particolare. A Rio de Janeiro il confronto tra Flamengo e Fluminense, il mitico Fla-Flu, rappresentava una delle sfide più sentite del Paese. Il Fluminense, inoltre, conservava un legame particolare con l’immigrazione italiana, evidente anche nei colori della sua tradizionale divisa. A rendere ancora più suggestiva quella finestra sul Brasile contribuiva la sigla del programma: “Carnival”, interpretata da Antonio Infantino. Bastavano quelle note per capire che stava per cominciare qualcosa di diverso dalle consuete trasmissioni calcistiche.
Erano anni in cui la televisione italiana stava cambiando. Le emittenti locali rompevano progressivamente il monopolio della Rai e cominciavano a sperimentare linguaggi nuovi, spesso più liberi e popolari. In quel contesto, Mattioli rappresentò una sorta di ponte tra due mondi: quello rigoroso e istituzionale del giornalismo sportivo italiano e quello esuberante, musicale e passionale delle telecronache brasiliane.

Oggi il calcio del Brasile è facilmente raggiungibile. Le immagini viaggiano ovunque e conoscere risultati, formazioni e protagonisti di un campionato dall’altra parte dell’oceano richiede pochi secondi. Ma per chi ha qualche anno in più, quelle vecchie trasmissioni rappresentano qualcosa di molto diverso. Rappresentano la scoperta. Scoprire Zico prima che diventasse un idolo anche in Italia. Imparare a riconoscere Júnior, Cerezo, Sócrates e Roberto Dinamite. Guardare per la prima volta il Flamengo, il Vasco, il Corinthians o il Palmeiras e avere la sensazione di entrare, attraverso uno schermo televisivo, in un mondo lontanissimo.
E soprattutto ascoltare quella voce che, davanti a un gol brasiliano, sembrava quasi voler uscire dal televisore. Mario Mattioli fu uno dei primi giornalisti italiani a raccontarci sistematicamente quel calcio. Forse oggi è proprio questo il particolare che rischia di andare perduto nella memoria collettiva.
Prima della televisione satellitare, prima delle pay-tv, prima dello streaming e delle piattaforme digitali, il Brasile arrivava nelle nostre case anche grazie a una trasmissione locale, a una sigla particolare e alla voce di un giovane telecronista emiliano. E per una generazione di appassionati, quel “goooooool” non era soltanto un’esclamazione. Era il suono della scoperta di un altro calcio.
Mario Bocchio
