
Un pomeriggio d’autunno, un campo fradicio di pioggia, un pallone arrivato dal cielo e una scelta istintiva. Così nacque uno dei gol più spettacolari e romantici del calcio palermitano, diventato nel tempo il simbolo di un’epoca e di una città che aveva voglia di tornare a sognare
Pioveva sulla Favorita quel pomeriggio del 1987 e il pallone, pesante d’acqua, sembrava avere ancora meno voglia dei giocatori di obbedire alle regole. La partita si avviava verso la fine, le energie cominciavano a mancare e Palermo aspettava un’altra emozione. Nessuno poteva immaginare che, da lì a pochi secondi, un ragazzo avrebbe trasformato una palla quasi disperata in uno dei gesti più spettacolari rimasti nella storia del calcio palermitano. Santino Nuccio non ebbe il tempo di pensarci: si girò, si sollevò da terra e affidò tutto all’istinto. Il suo corpo disegnò una parabola nell’aria, il piede incontrò il pallone e la rovesciata partì verso la porta. Quando la rete si gonfiò, per qualche istante sembrò che anche la pioggia si fosse fermata. Palermo aveva trovato il suo momento di follia e quel ragazzo, senza ancora saperlo, aveva appena consegnato il proprio nome alla memoria della città.
Lo stadio per Palermo è sempre stato un luogo dell’anima, il posto nel quale le domeniche assumevano un significato diverso e dove le fortune della squadra diventavano immediatamente quelle di un’intera città. Il Palermo attraversava una fase di rinascita dopo anni complicati e aveva trovato in Pino Caramanno un allenatore capace di ricostruire un gruppo con idee, disciplina e attenzione agli uomini prima ancora che ai calciatori. Era un calcio lontano da quello di oggi, meno esposto, meno raccontato in tempo reale, ma forse proprio per questo più capace di lasciare spazio alla fantasia.

Santino Nuccio era uno di quei ragazzi. Non aveva ancora addosso il peso della leggenda e probabilmente non immaginava che una singola giocata avrebbe accompagnato il suo nome per tutta la vita. Giocava con la naturalezza di chi conosce il calcio attraverso il campo, lo spogliatoio, gli allenamenti e le partite. Era il periodo in cui un calciatore poteva ancora essere riconosciuto per il modo in cui interpretava il gioco e per la fatica che lasciava sul terreno, più che per ciò che raccontava davanti a una telecamera. Nuccio sarebbe rimasto legato proprio a quell’immagine: quella del giocatore che usciva dal campo con la maglia completamente bagnata di sudore, perché prima dello spettacolo venivano il sacrificio, la corsa e il lavoro.
Quel pomeriggio il cielo non aiutava. Pioveva e il terreno era pesante. La partita contro la Juve Stabia si avviava verso la conclusione e il pallone, in una delle ultime azioni, arrivò in una zona nella quale sembrava difficile costruire qualcosa. Era uno di quei momenti nei quali la ragione suggerisce di fare la giocata più semplice, di cercare un compagno, di proteggere la palla. Nuccio fece esattamente il contrario. Non ebbe il tempo di ragionare, oppure forse ebbe proprio il tempo necessario per ascoltare quell’istinto che appartiene ai calciatori capaci di vedere una soluzione dove gli altri vedono soltanto confusione. Si coordinò, si lasciò andare all’indietro e colpì il pallone in acrobazia.
Una rovesciata. Il corpo rimase per un istante sospeso sopra il terreno bagnato, mentre il pallone prendeva una traiettoria perfetta verso la porta. Il portiere non poté intervenire. La rete si gonfiò e lo stadio esplose. In pochi secondi era successo qualcosa che nessuno aveva programmato e che nessuno avrebbe potuto prevedere. Un gesto rischioso era diventato una giocata memorabile.
Anni dopo, raccontando quell’episodio, Nuccio avrebbe ridimensionato la perfezione della sua prodezza con una semplicità quasi disarmante. Non parlava di un gesto preparato nei minimi dettagli, ma di intuizione, fantasia, incoscienza. Sapeva bene che una rovesciata può trasformare un calciatore in un eroe oppure regalargli una figuraccia difficile da dimenticare. Quel giorno, semplicemente, gli andò bene. Il pallone finì dove doveva finire e lui si ritrovò dentro una scena che avrebbe continuato a vivere anche quando la partita era ormai soltanto un ricordo.

La cosa più interessante, però, è che Nuccio non ha mai costruito la propria identità intorno a quel gol. La rete è diventata famosa, ma lui ha sempre cercato di ricordare anche tutto ciò che c’era dietro. Il gruppo, la squadra, il rapporto con Palermo e soprattutto Pino Caramanno. Il tecnico era un uomo severo, poco incline alle manifestazioni emotive, quasi un sergente nello spogliatoio. Dopo la rete non arrivò il grande abbraccio che ci si potrebbe aspettare da una scena cinematografica. Caramanno rimase Caramanno, fedele al proprio carattere. Ma le immagini televisive raccontarono un’altra verità: mentre il suo giocatore festeggiava, dalla panchina si vedeva l’allenatore esultare con una partecipazione che difficilmente avrebbe mostrato a parole. Per Nuccio quella scena divenne forse ancora più significativa del mancato abbraccio. Perché chi conosce le persone sa che non tutti esprimono i sentimenti nello stesso modo. Alcuni parlano, altri abbracciano, altri ancora rimangono apparentemente impassibili. Ma quando arriva il momento decisivo, anche il carattere più rigido può tradirsi e lasciare filtrare l’emozione. Caramanno era fatto così e proprio per questo il suo entusiasmo visto dalla panchina acquistava un valore particolare.

Quel Palermo era una squadra costruita con intelligenza, ma soprattutto era una squadra che aveva restituito alla città la voglia di credere. Dopo le difficoltà e le delusioni degli anni precedenti, il calcio era tornato a rappresentare una forma di riscatto collettivo. I tifosi avevano bisogno di una squadra nella quale riconoscersi e quei giocatori, con i loro pregi e i loro difetti, finirono per diventare parte di una storia più grande delle singole partite. In questo contesto la rovesciata di Nuccio assunse un significato particolare. Non fu soltanto una prodezza tecnica. Diventò l’immagine di una squadra che non voleva arrendersi e, soprattutto, di una città che cercava di ricucire le proprie ferite attraverso il calcio. È così che nascono le leggende sportive: non basta che un gesto sia bello, deve arrivare dentro una storia capace di dargli un significato.


Santino Nuccio, palermitano cresciuto calcisticamente nella Primavera del Napoli, con cui conquistò anche uno scudetto. Tecnica raffinata e grande talento gli valsero la fiducia di Gianni Di Marzio, che nel 1978-’79 lo fece esordire in Serie A e lo impiegò in Coppa UEFA contro la Dinamo Tbilisi e in Coppa Italia. La sua carriera si sviluppò soprattutto in Serie C, vestendo le maglie di Nocerina, Turris, Siena, Livorno e Paganese, distinguendosi per qualità e gol. Il momento più significativo arrivò però a Palermo: nel 1987-88 fu protagonista della rinascita rosanero, segnando la prima rete della nuova squadra in un’amichevole contro l’Atlético Mineiro e contribuendo alla conquista della Serie C2. Dopo Palermo arrivarono Acireale, Akragas e Ragusa, dove chiuse la carriera nel 1994-95. Quasi cento gol e una storia fatta di talento, tecnica e un legame speciale con la sua terra.
Forse è proprio questo il motivo per cui ancora oggi qualcuno ricorda quel gol con una precisione sorprendente. Qualcuno era allo stadio, qualcuno lo vide in televisione, qualcun altro lo ha conosciuto attraverso il racconto di chi c’era. La memoria sportiva funziona così: una generazione consegna all’altra immagini, emozioni e racconti, fino a trasformare una partita di tanti anni prima in qualcosa che sembra appartenere a tutti.
Nuccio è rimasto legato a Palermo proprio per questo. Non soltanto per la fama arrivata dopo quella rete, ma per il rapporto umano con la città e con i suoi tifosi. Quando parla di quel periodo, emerge soprattutto la gratitudine verso un ambiente che lo ha accompagnato negli anni più belli della sua carriera. Il suo ricordo è anche quello di un calcio ormai lontano. Un calcio nel quale gli allenatori potevano essere severi senza essere necessariamente distanti, nel quale i giocatori potevano diventare simboli senza trasformarsi in personaggi mediatici e nel quale una maglia sudata raccontava più di mille dichiarazioni. Un calcio nel quale i ragazzi giocavano ancora con una certa spensieratezza e una giocata folle poteva nascere semplicemente perché, in quel preciso istante, sembrava possibile.
Santino Nuccio è rimasto proprio lì, dentro quell’istante. Non soltanto nella fotografia della rovesciata, ma nel gesto immediatamente successivo, quando la tensione lasciò spazio alla gioia e cominciò una festa che sembrava non avere fine. Le capriole sul prato bagnato, una dopo l’altra, raccontavano molto più di qualsiasi intervista: raccontavano la felicità incontrollabile di un ragazzo che aveva appena fatto qualcosa di straordinario senza sapere che, da quel momento, quella scena avrebbe accompagnato per sempre il suo nome. Il tempo ha cambiato il calcio, gli stadi, i giocatori e persino il modo di raccontare le partite. Le immagini di quella rovesciata sono rimaste imperfette, lontane dalla definizione alla quale siamo abituati oggi. Ma forse è proprio questa imperfezione a renderle ancora più affascinanti. Si intravede un campo bagnato, si vede il pallone, si riconosce il movimento di Nuccio e poi la rete. Il resto lo completa la memoria.
Mario Bocchio
