
Dietro la leggenda del commissario tecnico campione del mondo c’era un uomo riservato, amante dei classici, severo con i figli e profondamente attento alle persone
L’11 luglio 1982 Enzo Bearzot entrò definitivamente nella storia dello sport italiano. A Madrid, quella sera, la Nazionale conquistò il terzo titolo mondiale e il volto del commissario tecnico, con la pipa tra le labbra e lo sguardo apparentemente impassibile, divenne una delle immagini più riconoscibili del nostro calcio.
Ma fuori dallo stadio, lontano dalle telecamere e dalle celebrazioni, c’era un altro Bearzot. Quello che tornava a casa e lasciava il calcio sulla soglia. Quello che non cercava applausi, che diffidava della popolarità e che considerava il successo soprattutto il risultato del lavoro dei suoi giocatori.

A raccontare questo lato meno conosciuto è stata la figlia Cinzia, docente universitaria e studiosa del mondo antico. Una testimonianza preziosa perché restituisce il ritratto di un uomo molto diverso dal personaggio che l’Italia aveva imparato a conoscere.
In famiglia, infatti, il calcio aveva uno spazio sorprendentemente ridotto. Durante il Mondiale di Spagna, Cinzia preferiva ascoltare le partite alla radio: seguire il padre in televisione significava vivere una tensione troppo forte. Solo per quella finale decise di accendere lo schermo. La vittoria, però, non trasformò la casa Bearzot in un luogo di festa permanente. Il giorno dopo, quando Cinzia andò ad accogliere il padre al ritorno dalla Spagna, lui parlò del trionfo con una semplicità quasi disarmante. Non si attribuiva il merito principale di quella vittoria: il successo, spiegava, apparteneva soprattutto ai calciatori.

Era una caratteristica profondamente radicata nel suo carattere. Bearzot non aveva mai inseguito la notorietà. Dopo l’esperienza sulla panchina azzurra rifiutò anche alcune opportunità professionali perché non voleva più sottoporsi alla pressione continua del calcio di club. La fama, insomma, non era mai stata una sua aspirazione. Eppure proprio questa distanza dai riflettori contribuì a renderlo un personaggio unico.

C’era poi il Bearzot padre. Affettuoso, ma esigente. Non era un uomo disposto ad accontentarsi del minimo indispensabile. Quando la figlia tornò a casa con un sette in matematica, non ci fu alcuna indulgenza: per lui i talenti dovevano essere utilizzati fino in fondo. Una filosofia che applicava ai figli con la stessa fermezza con cui chiedeva ai suoi calciatori di dare tutto in campo. Quella severità, tuttavia, conviveva con una grande attenzione alle persone. È probabilmente uno dei segreti del rapporto costruito con il gruppo azzurro. Bearzot non considerava i giocatori semplicemente come interpreti di uno schema tattico: cercava di conoscerli, comprenderne il carattere, le fragilità e le motivazioni.
Non sorprende allora che alcuni di quei campioni lo abbiano ricordato come una figura quasi paterna. Il legame umano precedeva spesso quello professionale. C’era anche un Bearzot sorprendentemente colto. Amava la letteratura latina, in particolare Orazio, e fu proprio lui a indirizzare la figlia verso gli studi classici. Dietro l’immagine del tecnico concreto, schivo e poco incline alle parole ricercate, viveva dunque un uomo capace di confrontarsi con la cultura e con la storia.

Non amava ostentare questa dimensione. Anzi, sembrava quasi proteggerla. Raccontava con stima di Fulvio Bernardini, che considerava più colto di lui, e ricordava con orgoglio episodi legati alla sua conoscenza della letteratura straniera. Anche la scelta di Paolo Rossi racconta qualcosa del suo carattere. In un momento nel quale molti avrebbero ceduto alle pressioni esterne, Bearzot rimase fedele alle proprie convinzioni. La fiducia nell’attaccante, tornato a disposizione dopo la lunga squalifica, rappresentò una delle decisioni più discusse e poi più celebrate di quel Mondiale.

La sua forza stava proprio lì: nella capacità di assumersi la responsabilità delle proprie scelte senza preoccuparsi troppo del giudizio degli altri. Cinzia ha raccontato anche quanto le critiche rivolte al padre avessero ferito la famiglia. Non tanto le contestazioni sportive, inevitabili per chi svolge un mestiere pubblico, quanto gli attacchi personali e l’immagine di un uomo rozzo e ignorante che talvolta veniva costruita intorno a lui. Era un ritratto lontanissimo dalla realtà familiare.

Enzo Bearzot poteva essere duro, intransigente, persino ostinato. Ma era anche un uomo curioso, colto, profondamente legato alla famiglia e capace di instaurare con i suoi giocatori rapporti fondati sulla fiducia. Forse è proprio questo il Bearzot che rischiamo di dimenticare. Non soltanto l’uomo della pipa, della giacca e della panchina. Non soltanto il commissario tecnico che alzò la Coppa del Mondo nel 1982. Ma un padre che chiedeva ai figli di non sprecare i propri talenti, un uomo che amava i classici, un allenatore che metteva le persone davanti alla popolarità e un italiano che, dopo aver raggiunto il punto più alto della gloria sportiva, tornava semplicemente a casa. E chiudeva, come sempre, la porta al rumore del calcio.
Mario Bocchio
