
Con Vicente del Bosque in panchina e una generazione irripetibile di campioni, la Roja trasformò il calcio in un’opera d’arte. Il trionfo di Johannesburg fu il punto più alto di un ciclo leggendario destinato a cambiare per sempre il gioco
Per decenni la Spagna era stata considerata una delle grandi incompiute del calcio mondiale. Una nazionale ricca di talento, capace di entusiasmare in patria, ma puntualmente destinata a fermarsi quando la pressione dei grandi tornei diventava insostenibile. Mondiali ed Europei erano spesso un susseguirsi di illusioni e delusioni, quasi una maledizione sportiva.
Poi arrivò la generazione destinata a riscrivere la storia. Il successo agli Europei del 2008 aveva spezzato il tabù, ma fu il Mondiale sudafricano del 2010 a consacrare definitivamente le Furie Rosse tra le nazionali più forti di ogni epoca. Alla guida c’era Vicente del Bosque, allenatore dal carattere pacato e dall’intelligenza tattica straordinaria, capace di raccogliere l’eredità di Luis Aragonés senza stravolgere un’identità ormai consolidata.
Del Bosque comprese che quella squadra non aveva bisogno di rivoluzioni, ma di equilibrio. Costruì un gruppo unito, lasciando che fossero il possesso del pallone, la tecnica e la personalità dei suoi campioni a fare la differenza. Era una Spagna semplicemente straordinaria.

In porta c’era un monumento come Iker Casillas. In difesa agivano Sergio Ramos, Gerard Piqué, Carles Puyol e Joan Capdevila. A centrocampo si muovevano con eleganza Sergio Busquets e Xabi Alonso, mentre davanti il talento sembrava inesauribile: Andrés Iniesta, Xavi Hernández, David Villa, Pedro, David Silva, Fernando Torres, Cesc Fàbregas e Juan Mata.
Il loro calcio sarebbe passato alla storia con il nome di tiki-taka, ma ridurlo a una semplice sequenza infinita di passaggi sarebbe ingiusto. Era una filosofia basata sul dominio del pallone, sulla superiorità tecnica, sull’intelligenza negli spazi e sulla capacità di imporre il proprio ritmo a qualsiasi avversario. Nessuna squadra riusciva davvero a toglierle il controllo della partita.

Eppure il cammino mondiale iniziò nel peggiore dei modi. La sorprendente sconfitta per 1-0 contro la Svizzera sembrò riportare a galla i fantasmi del passato. Molti pensarono che anche quella volta la Spagna avrebbe sprecato il proprio enorme potenziale. Fu invece l’inizio della sua cavalcata. Da quel momento le Furie Rosse non sbagliarono più. Batterono Honduras e Cile nella fase a gironi, poi eliminarono nell’ordine Portogallo, Paraguay e Germania, mostrando una superiorità tecnica e tattica impressionante.
La finale dell’11 luglio 2010, al Soccer City di Johannesburg, contro l’Olanda, fu una battaglia durissima. Gli olandesi provarono a spezzare il ritmo degli spagnoli con un gioco estremamente fisico, mentre Casillas salvò il risultato con una parata entrata nella leggenda sul tentativo di Arjen Robben. Quando ormai tutto sembrava destinato ai rigori, arrivò il momento simbolo di un’intera epoca. Al 116′ Andrés Iniesta raccolse l’assist di Fàbregas e scaricò in rete il destro che consegnò alla Spagna il primo Mondiale della sua storia. Un gol destinato a diventare immortale, celebrato dal campione del Barcellona mostrando la maglia dedicata all’amico Dani Jarque, scomparso l’anno precedente.

racconta Andrés Iniesta nella sua autobiografia “La jugada de mi vida”
Quel trionfo non fu un episodio isolato. Fu il culmine di una dinastia irripetibile che avrebbe conquistato tre grandi competizioni consecutive: Europeo 2008, Mondiale 2010 ed Europeo 2012. Un dominio assoluto mai visto prima da una nazionale europea.
La Spagna di Vicente del Bosque non vinse soltanto una Coppa del Mondo. Cambiò il modo di intendere il calcio, dimostrando che il possesso palla poteva diventare un’arma offensiva, che la tecnica poteva prevalere sulla forza fisica e che il collettivo poteva esaltare il talento dei singoli meglio di qualsiasi individualismo.
A distanza di anni, quella Roja continua a essere il punto di riferimento per chiunque ami il calcio fatto di qualità, intelligenza e bellezza. Perché il Mondiale del 2010 non consacrò soltanto una squadra campione del mondo: rese immortale una delle nazionali più affascinanti che il calcio abbia mai conosciuto.
Mario Bocchio
