Ermes Muccinelli, il ragazzo dell’orfanotrofio che conquistò la Juventus: la freccia d’oro nata dal destino
Lug 17, 2026

Rimasto senza padre da bambino, cresciuto in un istituto di Lugo e scoperto quasi per caso, trasformò il talento in una carriera straordinaria tra Juventus, Lazio e Nazionale, diventando una delle ali più spettacolari del calcio italiano

Ci sono storie che sembrano uscite da un romanzo e invece appartengono alla realtà. Quella di Ermes Muccinelli comincia in un orfanotrofio della Romagna e finisce negli stadi più prestigiosi d’Italia, con la maglia della Juventus sulle spalle e quella azzurra della Nazionale sul petto. In mezzo ci sono sacrifici, intuizioni, colpi di fortuna e un talento tanto puro da cambiare il corso della sua vita.

A raccontare uno degli episodi decisivi è stato Sergio Geminiani, scomparso nel 2024, che da ragazzo frequentava Lugo durante gli anni della guerra. Osservando gli allenamenti del Baracca, il presidente del club rimase colpito dalla sua abilità nel palleggiare e gli propose di entrare nella squadra giovanile. Geminiani, però, aveva già un’altra società e rispose con una frase destinata a diventare famosa: “Se cercate un vero talento, ce n’è uno nell’orfanotrofio qui vicino”. Quel ragazzo era Ermes Muccinelli.

Muccinelli, a sinistra, insieme a Giampiero Boniperti

Nato a Villa San Martino di Lugo il 28 luglio 1927, perse il padre quando era ancora piccolo. La madre, travolta da enormi difficoltà economiche, fu costretta ad affidarlo alla Colonia Orfani di Guerra e del Lavoro fondata da don Antonio Galassini. Fu lì che il calcio diventò il suo rifugio. Tra campi improvvisati e palloni consumati, il giovane Ermes sviluppò quella velocità fulminea e quel dribbling imprevedibile che, qualche anno più tardi, lo avrebbero reso uno degli esterni offensivi più ammirati del panorama nazionale.

Nemmeno il secondo conflitto mondiale riuscì a spegnere la sua passione. Quando il calcio riprese lentamente il proprio cammino, il Baracca Lugo cercò di assicurarselo. Mancavano però i cartellini federali e il tesseramento non poté essere perfezionato. Per non perderlo, dirigenti e giocatore sottoscrissero un semplice impegno morale accompagnato da un premio simbolico di mille lire. Ma il destino aveva altri programmi.

Durante una partita amichevole disputata a Faenza, Muccinelli attirò l’attenzione di Ivo Fiorentini, allenatore della Biellese. Capito che il giovane non era ancora vincolato da alcun contratto ufficiale, lo convinse a trasferirsi in Piemonte. Le proteste del Baracca non servirono a nulla: senza un regolare tesseramento la Federazione diede ragione alla società piemontese.

Muccinelli nella Lazio

A Biella bastò una sola stagione per convincere gli osservatori della Juventus. I bianconeri lo portarono a Torino insieme a un altro ragazzo destinato a scrivere pagine leggendarie, Giampiero Boniperti. Tra i due nacque un’intesa quasi istintiva. Lo stesso Boniperti ricordò molti anni dopo che Muccinelli era l’unico compagno di cui riusciva a percepire la presenza senza nemmeno guardarlo, sapendo sempre dove sarebbe comparso in campo.

Piccolo di statura ma enorme per fantasia e rapidità, Muccinelli interpretava il ruolo dell’ala destra con uno stile personale fatto di accelerazioni improvvise, finte continue e cambi di direzione che lasciavano spesso gli avversari fuori tempo. Per questo venne soprannominato “Freccia d’oro”, mentre altri preferivano chiamarlo “Motorino”, un omaggio alla sua inesauribile velocità.

Con la Juventus visse gli anni migliori della carriera. Esordì in Serie A nel novembre del 1946 e rimase protagonista per otto stagioni, totalizzando 226 presenze e 69 reti. Conquistò due campionati italiani, quelli del 1949-‘50 e del 1951-‘52, diventando uno dei simboli della formazione bianconera che dominò il calcio italiano del dopoguerra. Dopo tre stagioni alla Lazio fece ritorno a Torino, aggiungendo al suo palmarès anche la Coppa Italia del 1958-‘59.

L’esordio con la Nazionale arrivò il 5 marzo 1950 a Bologna contro il Belgio e fu semplicemente perfetto. L’Italia vinse 3-1 e Muccinelli firmò due reti, presentandosi al grande pubblico nel migliore dei modi. In totale collezionò quindici presenze e quattro gol con la maglia azzurra, diventando il calciatore romagnolo con il maggior numero di apparizioni in Nazionale pur senza aver mai disputato una partita ufficiale con un club della sua terra.

Muccinelli (accosciato, secondo da sinistra) in azzurro nel 1956

Nel 1955 iniziò una nuova avventura con la Lazio. La società capitolina investì una cifra importante pur di portarlo a Roma, dove arrivò insieme allo svedese Arne Selmosson. Il suo impatto fu immediato: al debutto segnò subito sul campo del Padova, anche se la gara terminò anzitempo per un duro intervento subito da un difensore avversario. La prima stagione in biancoceleste fu la più brillante, con dieci reti e un prestigioso terzo posto in classifica. Nei tre anni romani disputò 93 partite segnando 20 gol, conquistando la Coppa Italia del 1958 e diventando uno dei beniamini della tifoseria laziale.

Terminata l’esperienza romana, tornò ancora una volta alla Juventus prima di chiudere la carriera con il Como, lasciando definitivamente il calcio giocato all’inizio degli anni Sessanta.

Fuori dal campo era un personaggio brillante e anticonformista. Amava la vita mondana, il ballo e le serate in compagnia degli amici. Durante il periodo romano visse anche una relazione sentimentale con l’attrice Rossella Como, una delle interpreti più popolari del cinema italiano di quegli anni.

Ermes Muccinelli si spense in Liguria nel novembre del 1994, a 67 anni, per un problema cardiovascolare. La sua città natale non ha mai dimenticato quel bambino partito da un istituto per orfani e arrivato ai vertici del calcio italiano. Lo stadio comunale di Lugo porta oggi il suo nome, mentre la sua vicenda continua a rappresentare una delle più belle storie di riscatto dello sport italiano: quella di un ragazzo che aveva perso quasi tutto, ma che grazie al pallone riuscì a conquistare un posto nella leggenda.

Mario Bocchio

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