
Dall’assegnazione della Coppa del Mondo alle tensioni politiche della Guerra Sporca: il calcio diventò il palcoscenico di un Paese attraversato da profonde contraddizioni
Nel 1964, mentre Tokyo si preparava a ospitare i Giochi Olimpici, la FIFA assegnò al Messico l’organizzazione del IX Campionato del Mondo di calcio del 1970. Come raccontò il celebre giornalista Manuel Seyde nel libro La Fiesta del Alarido, la sfida era con l’Argentina. Entrambi i Paesi promisero stabilità politica, economica e impianti all’avanguardia, ma il lavoro diplomatico svolto dietro le quinte risultò decisivo e il voto dell’Italia consegnò al Messico il diritto di ospitare il torneo.

Se sul piano internazionale il Paese appariva stabile e moderno, la realtà interna era molto diversa. Il Messico viveva sotto il dominio del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), un sistema che sarebbe stato definito in seguito la “dittatura perfetta”. Due anni prima del Mondiale, il massacro di Tlatelolco del 2 ottobre 1968 aveva lasciato una ferita profonda nella società messicana, alimentando la sfiducia verso il presidente Gustavo Díaz Ordaz.

Il 31 maggio 1970, durante la cerimonia inaugurale allo stadio Azteca, il capo dello Stato fu accolto dai fischi di una parte del pubblico. Un episodio ricordato anche dall’ex nazionale Ignacio Basaguren, protagonista di quel Mondiale, secondo cui il clima politico pesava ancora sull’intero Paese.

La Nazionale messicana sfruttò il fattore campo pareggiando con l’Unione Sovietica e battendo Belgio ed El Salvador, risultati che accesero l’entusiasmo popolare. Le celebrazioni nelle strade di Città del Messico furono imponenti e, secondo una versione mai ufficialmente confermata ma rimasta nella memoria collettiva, il governo avrebbe chiesto alla FIFA di trasferire il quarto di finale contro l’Italia dallo stadio Azteca a Toluca per evitare nuove manifestazioni di massa.

La scelta si rivelò disastrosa per il Messico. Sul terreno della “Bombonera” di Toluca, gli azzurri si imposero nettamente, eliminando i padroni di casa. Così svanì il sogno della nazionale messicana e, con esso, anche il timore delle autorità che una vittoria potesse trasformarsi in una gigantesca manifestazione popolare.

Dietro le immagini di festa del Mondiale, il Paese stava però entrando in uno dei periodi più bui della sua storia: la cosiddetta Guerra Sporca. All’inizio degli anni Settanta, il governo di Luis Echeverría affidò all’esercito una vasta campagna contro i movimenti guerriglieri guidati da Genaro Vázquez e Lucio Cabañas nello Stato di Guerrero.

Le operazioni militari, note con nomi come Amistad, Telaraña e Rastrillo, portarono al dispiegamento di circa 24.000 soldati, quasi un terzo dell’intero esercito messicano. Numerose testimonianze e documenti conservati presso l’Archivio Generale della Nazione raccontano un’altra faccia di quella stagione: arresti arbitrari, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali, torture e violenze sessuali commesse ai danni della popolazione civile.

Molte vittime denunciarono gli abusi, ma raramente ottennero giustizia. Alcuni fascicoli dimostrano che le autorità militari erano a conoscenza delle accuse, senza però che queste producessero conseguenze significative. Tra i casi documentati figurano l’uccisione di un contadino con problemi psichici dopo un arresto da parte dei militari e le violenze sessuali denunciate da Pompeya Muñoz Rentería e dalla giovane nipote quattordicenne nello Stato di Guerrero.
Il Mondiale del 1970 rimane così uno degli eventi sportivi più iconici del Novecento, ricordato per il calcio spettacolare del Brasile di Pelé e per l’organizzazione impeccabile del Messico. Ma dietro quella straordinaria vetrina internazionale si celava un Paese segnato dalla repressione politica, dalle ferite di Tlatelolco e dall’inizio della Guerra Sporca, una pagina della storia messicana che ancora oggi continua a interrogare la memoria collettiva.
Mario Bocchio
