
Dai campi dell’oratorio di Porto Recanati alla notte della Coppa dei Campioni: una carriera vissuta tra gol, sacrifici e quella maglia nerazzurra indossata nell’epoca irripetibile di Helenio Herrera
Ci sono calciatori che restano nei ricordi non soltanto per i gol segnati, ma per il modo in cui hanno attraversato il calcio. Beniamino “Gegè” Di Giacomo apparteneva a questa categoria: uomini di campo, attaccanti generosi, protagonisti di un’epoca in cui il pallone aveva ancora il profumo della strada e delle passioni autentiche.
È morto all’età di 90 anni uno dei volti della grande storia del calcio italiano. Nato a Porto Recanati il 13 novembre 1935, Di Giacomo ha rappresentato una generazione di calciatori capaci di costruire il proprio destino partendo dal basso, dai campetti di periferia e dagli oratori. Il suo primo palcoscenico fu il “campo dei Frati” dell’Oratorio Don Bosco, luogo simbolo dello sport giovanile portorecanatese, prima della crescita nel Castelfidardo e del salto verso il calcio professionistico.
La Serie A arrivò nel 1957 con la maglia della Spal, il primo capitolo di una lunga avventura ai massimi livelli. Poi Napoli, Torino, Mantova e soprattutto l’Inter, quella irripetibile costruita da Helenio Herrera, la squadra che negli anni Sessanta avrebbe conquistato l’Italia e l’Europa.

A Milano Di Giacomo arrivò nel 1962, entrando in un gruppo destinato a diventare leggenda. Era un centravanti di sacrificio, combattivo, capace di muoversi per la squadra e di lasciare il segno nei momenti importanti. Nella sua prima stagione in nerazzurro contribuì alla conquista dello scudetto con 11 reti, vivendo da protagonista l’inizio dell’epopea della “Grande Inter”.
L’anno successivo arrivò il trionfo più prestigioso: la Coppa dei Campioni 1963-‘64, la prima nella storia del club nerazzurro. Di Giacomo scese in campo nella competizione europea contro Everton e Monaco, entrando anche lui nella fotografia di una squadra che avrebbe cambiato per sempre la storia del calcio italiano.



Tre maglie per “Gegè” Di Giacomo. Da sinistra: Napoli, Inter e Mantova
Con la maglia dell’Inter collezionò 37 presenze e 13 gol in due stagioni, prima di proseguire la carriera al Mantova, dove rimase per quattro anni lasciando un ricordo particolare. Tra le sue pagine più curiose c’è il gol segnato proprio contro la sua ex squadra nel 1967, una rete pesantissima che contribuì alla vittoria del Mantova sull’Inter nell’ultima giornata di campionato.
La sua carriera internazionale ebbe anche il riconoscimento della Nazionale. Nel 1964 arrivò la convocazione con l’Italia maggiore e l’esordio nella gara vinta contro la Danimarca per 3-1. Con la maglia azzurra aveva già vissuto un percorso importante nelle selezioni precedenti, dopo anni di grandi prestazioni nei club.

Terminata l’avventura da calciatore, Di Giacomo rimase nel mondo del pallone come allenatore. Sedette su diverse panchine del centro Italia, guidando squadre come Osimana, Civitanovese, Jesina, Fano, Ternana e Teramo, accompagnando alcuni club verso importanti promozioni.
Ma oltre ai risultati rimane soprattutto il ricordo dell’uomo. Un campione senza clamori, legato alla propria terra e ai valori più semplici dello sport: impegno, rispetto, appartenenza. Porto Recanati lo ha salutato ricordandolo come un simbolo della comunità, un esempio per generazioni di giovani calciatori.
La sua storia appartiene a un calcio lontano, fatto di trasferte in pullman, maglie pesanti, spogliatoi pieni di sogni e campioni che diventavano tali con il lavoro quotidiano. Beniamino “Gegè” Di Giacomo se ne va lasciando una traccia profonda: quella di un ragazzo partito da un piccolo campo di provincia e arrivato a sollevare la Coppa dei Campioni nel tempio della Grande Inter.
Un viaggio lungo una vita, dentro e fuori dal campo, che oggi il calcio italiano saluta con riconoscenza e nostalgia.
Mario Bocchio
