Oeki Hoekema, il calciatore che sfidò Videla nel 1978
Lug 8, 2026

L’ex nazionale olandese fu l’unico professionista dei Paesi Bassi a chiedere il boicottaggio della Coppa del Mondo argentina. Quarantacinque anni dopo il suo gesto solitario è stato riconosciuto come una battaglia per i diritti umani

Nel calcio del 1978 quasi tutti guardavano al campo. Oeki Hoekema guardava ciò che accadeva fuori dagli stadi.

Mentre la nazionale olandese preparava la spedizione verso l’Argentina per il Mondiale organizzato dal regime militare del generale Jorge Rafael Videla, un calciatore decise di alzare la voce. Non era una stella, non era un titolare dell’Oranje, non aveva un posto da difendere. Era un professionista che aveva giocato una sola partita con la nazionale, contro il Lussemburgo, segnando anche un gol. Ma proprio per questo la sua scelta ebbe un peso particolare: non nasceva da un interesse personale, ma da una convinzione morale.

1977, Oeki Hoekema (a sinistra) nel Den Haag

Hoekema aveva letto sui giornali le notizie provenienti dall’Argentina: uomini e donne scomparsi nel nulla, prigioni segrete, torture, esecuzioni. La dittatura di Videla aveva trasformato il Mondiale in una gigantesca operazione di immagine: il calcio doveva mostrare al mondo un Paese festoso e tranquillo, mentre migliaia di famiglie cercavano ancora i propri desaparecidos.

Per Hoekema quella contraddizione era insopportabile. Decise così di aderire alla campagna per il boicottaggio promossa dai cabarettisti Freek de Jonge e Bram Vermeulen. Firmò l’appello e cercò di convincere altri calciatori a fare lo stesso.

“Neerlands Hoop” consegna le firme al direttore della KNVB, per boicottare i Mondiali in Argentina. Freek de Jong (a sinistra) con Hoekema

Ma rimase quasi solo. Molti ritenevano che sport e politica dovessero restare separati. Altri pensavano che un Mondiale fosse un’occasione troppo importante per rinunciare. Hoekema invece vedeva il problema da un’altra prospettiva: non era il calcio a essere coinvolto nella politica, era una dittatura a voler usare il calcio per cancellare la propria realtà.

La storia volle che proprio quella nazionale olandese arrivasse fino alla finale del Mondiale contro l’Argentina. Il 25 giugno 1978, nello stadio Monumental di Buenos Aires, gli olandesi persero 3-1 ai supplementari davanti a Videla, che sfruttò la vittoria della nazionale come un momento di celebrazione e consenso internazionale.

1971, la nazionale olandese si allena a Zeist; (a sinistra) Oekie Hoekema, (a destra) Willem van Hanegem

Per anni Hoekema rimase con il peso di una scelta difficile. Fu criticato, isolato, definito da alcuni un estremista. Lui però non ha mai considerato quella battaglia una posizione politica, ma una questione di dignità umana. “Non volevo impedire a nessuno di giocare a calcio – avrebbe spiegato – volevo soltanto che il calcio non diventasse uno strumento di copertura per una dittatura”.

1968, la squadra del Go-Ahead; in piedi, da sinistra a destra: Zoghel, Knoef, Gerard Somer, Rijnders, Schneider, Warnas; seduti, da sinistra a destra: Niehaus, Veenstra, Tilburg, Wüstefeld, Hoekema

La sua voce, ignorata nel 1978, ha trovato ascolto molti anni dopo. Nel 2023 ha ricevuto un riconoscimento per il suo impegno nella denuncia dei crimini della dittatura argentina, consegnato da Estela de Carlotto, storica presidente delle Madri di Plaza de Mayo, l’associazione delle madri dei desaparecidos.

1971, PSV-Real Madrid 2-0, gol di Hoekema

Per Hoekema è stato il riconoscimento di una battaglia rimasta per decenni nell’ombra. Un gesto nato dalla solitudine ma fondato su un principio universale. Oggi vive lontano dai riflettori. Ha sempre visitato ogni giorno la moglie malata di Alzheimer e conduce una vita semplice. Gli attestati ricevuti non li ha esposti in salotto: li ha messi nel bagno di casa, quasi con ironia, perché chi entra possa prima o poi accorgersene. Un dettaglio che racconta bene il carattere di un uomo che non cercava celebrazioni.

Nel 1978 Oeki Hoekema non vinse una Coppa del Mondo. Non alzò trofei. Non segnò gol decisivi. Vinse però qualcosa di più raro: la coerenza con le proprie idee. Quando il calcio scelse lo spettacolo, lui scelse la coscienza.

Mario Bocchio

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