Il grigio che unì biciclette e pallone
Mag 20, 2026

Dalle officine di Giovanni Maino alle maglie dell’Alessandria: la storia di un colore diventato leggenda tra ciclismo, calcio e industria piemontese

C’è un filo sottile che lega il rombo lieve delle biciclette d’inizio Novecento al rumore secco di un pallone calciato sui campi fangosi del Piemonte. Quel filo passa da Alessandria, attraversa le officine di un imprenditore visionario e finisce cucito addosso a una maglia grigia diventata immortale.

La storia dell’Alessandria Calcio non nasce infatti nel grigio. O almeno, non subito. Nei primi mesi successivi alla fondazione, i giocatori alessandrini scesero in campo con una sorprendente divisa bianca e azzurra, composta da tre grandi strisce verticali. Una scelta che per decenni ha alimentato curiosità e ricostruzioni storiche.

Learco Guerra con la maglia grigia della Maino

Secondo quanto riportato da alcune fonti, quelle maglie sarebbero appartenute alla Vigor di Torino, società attiva già dal 1908, che avrebbe ceduto o prestato una vecchia dotazione agli alessandrini. A rafforzare questa teoria ci sarebbero sia la somiglianza delle casacche osservabile nelle fotografie dell’epoca, sia la presenza dello stemma di Torino su una delle maglie conservate.

Più recentemente, però, lo storico Ugo Boccassi ha proposto una lettura differente: le divise non sarebbero state ereditate dalla Vigor, ma acquistate direttamente dalla Vigo & C., azienda tessile torinese specializzata nella produzione di forniture sportive per il football nascente. Una sfumatura che cambia il dettaglio, ma non il fascino di una vicenda sospesa tra calcio pionieristico e archeologia sportiva. Poi arrivò il grigio. E con lui nacque un mito.

Manifesto pubblicitario delle biciclette Maino di Alessandria con testimonial Costante Girardengo campione d’Italia

La leggenda racconta che le prime maglie grigie dell’Alessandria furono donate da Giovanni Maino, magnate della bicicletta e uomo simbolo della città. Pare che il consenso definitivo sia maturato in maniera quasi casuale, tra tavoli di legno e bicchieri di vino in un’osteria alessandrina, dopo una richiesta informale rivolta all’industriale. Da quel momento, il grigio non sarebbe stato più soltanto un colore: sarebbe diventato identità.

1914, ingresso dell’Alessandria nel campo di piazza d’Armi Vecchia. In primo piano, Smith, Carcano e Lazoli

Maino era arrivato ad Alessandria nel 1896, partendo da Spinetta Marengo. Fondò una fabbrica di biciclette destinata a diventare celebre in tutta Europa: la quarta industria ciclistica nata in Italia e la prima fuori da Milano. In anni in cui il ciclismo rappresentava modernità, velocità e progresso industriale, la sua azienda divenne uno dei motori economici e simbolici del Piemonte.

Alessandria-Pro Vercelli, 1925. Curti salva su Banchero. I Grigi contro le Bianche Casacche

Nel 1908 Giovanni Maino era socio di Umberto Pizzorno, in un mercato dominato dalla Monti & Castagneri. La fabbrica si trovava in piazza Garibaldi, all’angolo con via Mondovì, riconoscibile da una gigantesca insegna sul tetto che riportava i nomi dei due soci. In seguito le loro strade si divisero: Maino trasferì il laboratorio nell’area degli attuali giardini di piazza Marconi, dove un tempo sorgevano le scuderie del palazzo Figarolo di Groppello, mentre il negozio restò sotto i portici di piazza Garibaldi, all’angolo con corso Roma.

Lauro e Baloncieri sulla porta degli spogliatoi del campo degli Orti, con altri personaggi non identificati

Una posizione strategica. Da una parte il cuore cittadino, dall’altra la pista e il fermento sportivo di una città che stava imparando a correre. Maino comprese prima di molti altri la forza del marketing sportivo. Non vendeva soltanto biciclette: vendeva sogni, velocità, prestigio. Creò così una squadra ciclistica tra le più forti dell’epoca, arruolando campioni come Diego Conelli, Pietro Aghemio e successivamente Giovanni Gerbi, il “Diavolo Rosso”, figura leggendaria del ciclismo eroico.

La maglia della squadra Maino era grigia. Lo stesso grigio che sarebbe finito sulle spalle dei calciatori alessandrini. Un colore anomalo, austero, distante dai toni vivaci delle altre squadre italiane. E proprio per questo unico. Negli anni successivi quel legame tra ciclismo e calcio si rafforzò ulteriormente. Per la Maino corse anche Costante Girardengo, l’“Omino di Novi”, il primo grande campionissimo del ciclismo nazionale, simbolo di un’Italia ancora rurale che si riconosceva nelle fughe polverose dei corridori.

L’Alessandria sulle celebri cartoline di Magià

Così il grigio divenne una bandiera condivisa. Da una parte le biciclette lanciate sulle strade sconnesse del Piemonte; dall’altra i palloni rincorsi sui campi fangosi del calcio pionieristico. In mezzo, Alessandria, città operaia e sportiva, capace di costruire una propria identità attorno a un colore apparentemente semplice.

L’Alessandria contro la Juventus, nel leggendario campo degli Orti, conosciuto come “pollaio”

Non è un caso che ancora oggi il passaggio o la partenza del Giro d’Italia da Alessandria riaccenda quella memoria. Perché il ciclismo, qui, non è mai stato soltanto sport. È stato industria, lavoro, orgoglio popolare e racconto collettivo.

Ed è impossibile comprendere davvero la storia dei Grigi senza osservare il riflesso di una bicicletta Maino nelle vetrine di piazza Garibaldi, senza immaginare gli operai uscire dalle officine o senza sentire l’eco lontana delle pedalate di Girardengo.

Prima ancora che una squadra di calcio, il grigio fu il colore di una città che voleva correre verso il futuro.

Mario Bocchio

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