“L’ascensore è precipitato all’improvviso…”
Mag 20, 2026

La breve e luminosa parabola di Anatolij Kozhemyakin, il talento del calcio sovietico morto a soli 21 anni

C’è una frase che ritorna, come un’eco gelida, ogni volta che si racconta la sua fine: “I medici dissero che non sentì dolore”. Ma attorno a quelle parole non c’è sollievo. C’è soltanto il vuoto improvviso di una vita interrotta mentre sembrava ancora tutta da scrivere.

Anatolij Kozhemyakin era uno di quei talenti che il calcio riconosce subito, prima ancora che diventino uomini. Cresciuto tra le giovanili della Lokomotiv e della FShM, aveva bruciato le tappe con una naturalezza quasi inquietante. A 15 anni vinceva tornei giovanili, a 16 esordiva nel calcio dei grandi, già osservato con attenzione da chi vedeva in lui qualcosa di speciale: potenza, velocità, istinto del gol.

Kozhemyakin durante la sua carriera ha vestito solo la maglia della Dinamo Mosca

Alla Dinamo Mosca, sotto lo sguardo di Konstantin Beskov, il suo nome iniziò a circolare con insistenza. Non era solo un giovane promettente: era un attaccante che ricordava i grandi, uno di quelli che “non si insegnano”, come si dice nel gergo del calcio. Non a caso, in quegli anni veniva spesso accostato a Eduard Strel’cov, una delle figure più leggendarie e tormentate del calcio sovietico.

Il 1971 fu l’anno della consacrazione. In un torneo giovanile UEFA segnò sette gol in cinque partite, trascinando la sua squadra e guadagnandosi la fama di bomber implacabile. In patria, iniziò a ritagliarsi spazio anche tra i professionisti: gol, giocate, presenza costante nell’area avversaria. Sembrava l’inizio di una carriera destinata a durare a lungo.

Dopo aver esordito nella prima squadra della Dinamo Kiev il 2 maggio 1970, in una partita contro il Torpedo Mosca, Anatoly si è gradualmente ambientato nel mondo del calcio professionistico. Kozhemyakin non ha avuto un’esplosione di talento come molti suoi coetanei, ma, cosa forse ancora più importante, si è sviluppato in modo costante e rapido

Poi arrivò la nazionale. Poi arrivarono le aspettative. E, come spesso accade ai talenti precoci, arrivarono anche le prime crepe. Nel 1972 la sua stagione si fece più opaca. Poche reti, qualche prestazione sottotono. Eppure, in Europa, continuava a mostrare lampi del suo talento: gol decisivi, giocate che riportavano alla mente il giocatore esplosivo di appena un anno prima. Ma qualcosa si stava incrinando. Episodi inspiegabili in campo, come quel pallone preso con le mani in area – un gesto che lasciò tutti senza parole – alimentavano il mistero attorno a lui.

Nel 1973 tornò a brillare: 16 gol in campionato, secondo solo a Oleg Blokhin. Sembrava la rinascita. Ma proprio in quel momento arrivò il colpo più duro: la rottura dei legamenti crociati. Un infortunio che, negli anni Settanta, equivaleva quasi a una sentenza. I medici parlavano di carriera a rischio, forse finita. Eppure Kozhemyakin non si arrese.

Insieme al successo sul campo, arrivarono anche vittorie nella sua vita privata. Quello stesso anno, l’attaccante ventenne incontrò l’amore della sua vita, Natasha, e la sposò. Poco dopo, i novelli sposi diedero il benvenuto a una figlia

Stava cercando di tornare, lentamente, con fatica, quando la vita cambiò direzione per l’ultima volta. Ottobre 1974. Una notte come tante, fatta di rientri tardivi, discussioni domestiche e piccoli gesti quotidiani. Poi la mattina successiva. Un ascensore tra il terzo e il quarto piano. Un momento sospeso. Un tentativo di uscire. E improvvisamente il cedimento. “L’ascensore è sceso di colpo”, avrebbe raccontato un testimone. Il rumore, l’urlo, il silenzio immediato dopo. In pochi secondi, tutto finì.

Quando Kozhemyakin stava per diventare il miglior attaccante del paese, si ruppe i legamenti

Kozhemyakin morì così, a 21 anni, in un incidente assurdo e quasi irreale, che ancora oggi sembra difficile da raccontare senza incrinarsi. Un talento che il calcio sovietico considerava tra i più promettenti della sua generazione, spezzato nel momento in cui stava provando a rialzarsi dopo un infortunio che già lo aveva messo in ginocchio.

Resta il paradosso di una vita breve ma intensissima: il ragazzo che incantava le giovanili, il centravanti paragonato ai grandi, il talento che avrebbe potuto cambiare una carriera intera. E resta, soprattutto, quella frase. Fredda, clinica, impossibile da accettare: non sentì dolore.

Mario Bocchio

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