
Ascesa, magia e contraddizioni di un numero 10 fuori dagli schemi
C’è stato un tempo in cui anche il calcio aveva problemi di spazio sui giornali. E uno di quei problemi aveva il volto e il sinistro di Evaristo Beccalossi. Un cognome lungo, ingombrante persino nei titoli, impossibile da comprimere senza perdere qualcosa. “Beccalossi” occupava righe, colonne, attenzione. E in fondo, occupava anche il campo con la stessa naturale prepotenza.
Nato calcisticamente nei campetti dell’oratorio di San Polo a Brescia, dove il gol era un’abitudine quotidiana, il giovane Beccalossi cresce tra palloni consumati e biciclette pieghevoli infilate nel bagagliaio del padre. Poi la Bettinzoli, le giovanili del Brescia, e l’impatto con il calcio vero: grande, distante, quasi intimidatorio. L’esordio in Serie B arriva presto, contro il Catanzaro, in una partita che sa più di iniziazione che di debutto.

A Brescia resta anni, tra lampi di talento e una crescita irregolare ma evidente. Il suo calcio non è disciplinato: è istinto, intuizione, invenzione. Non sempre continuo, mai banale. In quegli anni si forma anche il carattere di chi non sarà mai del tutto addomesticabile.

Il salto arriva alla fine degli anni Settanta: l’Inter lo prende e lo porta a San Siro. È il passaggio dalla provincia alla metropoli calcistica. Lì trova una squadra ambiziosa e una città che pretende. Gli affibbiano la maglia numero 10, pesante come un’eredità. Lui la indossa con leggerezza apparente, quasi con incoscienza.

Non è un atleta disciplinato: fuma, si allena a modo suo, vive il calcio come un gioco più che come una religione. Ma quando tocca il pallone, il resto sembra rallentare. Bersellini prova a incanalarlo, ma il talento non si lascia ingabbiare facilmente. Eppure, proprio in quell’Inter “italiana”, concreta e vincente, Beccalossi diventa decisivo.

Il campionato dello scudetto lo consacra: Altobelli segna, Oriali equilibra, lui inventa. È un’Inter che non concede molto all’estetica, ma che trova nel suo fantasista il momento di disordine necessario per vincere. In quel periodo nasce anche il suo momento più iconico: un derby milanese in cui segna due gol e si prende San Siro. Da lì, più che un giocatore, diventa un personaggio.

“Sono Evaristo, scusa se insisto”: una frase mai davvero pronunciata, ma perfetta per essere creduta. Come tutte le leggende semplici.

insieme ad Alessandro Altobelli con il quale diede vita ad un iconico tandem
Eppure la sua carriera non è fatta solo di gloria. C’è anche l’altra faccia: la Nazionale sfiorata e mai davvero conquistata. Con Bearzot il rapporto non si incastra mai del tutto. Beccalossi è nel momento migliore della carriera, ma il Mondiale del 1982 lo guarda da casa. L’Italia vince, lui resta fuori. Un paradosso che lo accompagnerà per sempre.



Le altre tre squadre nella carriera di Beccalossi. Da sinistra: Monza, Barletta e Pordenone
Poi arrivano anche i giorni più amari: rigori sbagliati in Europa, partite storte, serate in cui il talento non basta. E il giudizio del calcio, che non aspetta nessuno. Dopo l’Inter, il percorso diventa più frammentato: Sampdoria, Monza, ritorni a Brescia, poi le categorie inferiori. È il tramonto lento di una luce mai del tutto regolare, ma impossibile da ignorare.
Resta però un’immagine costante: quella di un numero 10 che non correva come gli altri, ma vedeva prima degli altri. Un giocatore che non si spiegava con le statistiche, ma con le sensazioni.
Mario Bocchio
