Undici uomini per una nazione
Mag 5, 2026


Il calcio romeno tra identità fragile, minoranze e tentazioni nazionaliste

Tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, il calcio smise di essere soltanto un gioco. Divenne una lingua comune con cui gli Stati raccontavano sé stessi. Lo aveva intuito George Orwell e lo spiegò con lucidità anche Eric J. Hobsbawm: una nazione, entità astratta e spesso fragile, si rende concreta quando prende forma in una squadra, quando undici volti diventano il simbolo di milioni di individui.

Per i Paesi nati dopo la dissoluzione degli imperi alla fine della Prima guerra mondiale, questa funzione del calcio fu quasi vitale. In territori appena ridefiniti e politicamente instabili, il campo da gioco offriva una rappresentazione immediata dell’esistenza nazionale. Ma proprio lì emergeva una contraddizione difficile da risolvere: quei nuovi Stati erano tutt’altro che omogenei, attraversati da comunità linguistiche e culturali diverse, spesso in tensione tra loro.

La Romania al Mondiale del 1930 in Uruguay

La Romania uscita dal 1918 era molto diversa da quella precedente. I nuovi confini avevano inglobato regioni vaste e composite, portando con sé una significativa popolazione ungherese. E con essa arrivò anche una tradizione calcistica più avanzata. Mentre a Bucarest il pallone muoveva ancora i primi passi, nelle città legate alla cultura magiara il calcio era già organizzato, discusso, raccontato. I giovani che si spostavano verso Budapest tornavano con idee nuove, con schemi, entusiasmo e una visione più moderna del gioco. Non è un caso che, nei primi anni del campionato nazionale, le squadre provenienti da queste aree risultassero spesso superiori.

Il Chinezul di Timișoara, per esempio, dominò la scena con una formazione composta interamente da giocatori di lingua ungherese, imponendosi anche sulle squadre della capitale. In quegli anni, il baricentro del calcio romeno non era dove si trovava il potere politico. Anche la nazionale rifletteva questa realtà composita. Alla prima partecipazione mondiale, nel 1930, la Romania scese in campo con una squadra che era un mosaico etnico: ungheresi, tedeschi, ebrei e solo pochi romeni “di origine” in senso stretto. Una fotografia fedele di un Paese ancora in cerca di sé stesso.

Con il passare degli anni, però, il clima cambiò. Le tensioni politiche con l’Ungheria e la crescita di un nazionalismo più aggressivo influenzarono anche il calcio. L’idea che la nazionale dovesse rappresentare una “vera” Romania iniziò a prendere piede. Si cercò allora di imporre una regola non scritta ma molto chiara: limitare la presenza delle minoranze. Nacque così la formula dell’“8 più 3”, che prevedeva una netta maggioranza di giocatori romeni in squadra. Il problema fu che il campo non confermò le teorie. Le prestazioni peggiorarono, le sconfitte si moltiplicarono e l’esperimento si rivelò insostenibile. La realtà era semplice: escludere i migliori per ragioni identitarie indeboliva la squadra. E alla lunga, neanche i sostenitori più convinti di quella linea furono disposti a sacrificare i risultati.

Gyula Baratky con la maglia dell’Ungheria

Nel frattempo, il pubblico continuava ad affezionarsi ai talenti senza guardare troppo al passaporto. Uno su tutti, Gyula Baratky, simbolo di quel calcio senza confini rigidi. Con il Rapid Bucarest conquistò trofei e consensi, diventando uno dei volti più amati della capitale, nonostante le sue origini ungheresi. La sua stessa carriera internazionale, divisa tra due nazionali, raccontava meglio di qualsiasi discorso la complessità di quell’epoca.

Per decenni, il calcio romeno rimase legato a questa dimensione plurale. Anche durante il periodo comunista, quando lo sport venne sostenuto con decisione, i successi più importanti portarono ancora una volta i segni della diversità interna al Paese.

La vittoria della Steaua Bucarest nella Coppa dei Campioni nel 1986 ne è un esempio evidente: allenatore e diversi protagonisti avevano radici nelle minoranze storiche della Romania. Ancora una volta, il talento non seguiva le linee della politica.

Bisognerà attendere gli anni Novanta per vedere una nazionale capace di imporsi nell’immaginario collettivo come simbolo compatto. Il Mondiale del 1994, guidato da Gheorghe Hagi, che pure era di origine macedone,i segnò questo passaggio. Una squadra forte, spettacolare, riconoscibile.

Ma quell’immagine di unità era il punto di arrivo, non il punto di partenza. Dietro c’era una storia più complessa, fatta di incontri, tensioni e influenze incrociate. Perché, nel calcio come nella storia, le identità più solide raramente nascono pure: si costruiscono, lentamente, mescolandosi.

Mario Bocchio

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