Un Europeo senza patria
Apr 6, 2026


La squadra fantasma nata dalle macerie dell’URSS


L’ultima immagine dell’Unione Sovietica calcistica è nitida, quasi solenne. Novembre 1991, Cipro: una vittoria netta chiude il girone di qualificazione e consegna agli Europei una squadra ancora competitiva, ancora rispettata. Dentro quella maglia rossa convivono talento e abitudine a vincere: uomini come Igor Dobrovolski, cervello raffinato del centrocampo, o Oleg Protasov, attaccante esperto e prolifico. È una nazionale che sembra avere ancora molto da dire.

Poi, all’improvviso, non esiste più.

I capi di Stato subito dopo la firma del protocollo che sancì la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti.
Il secondo da destra è Boris Eltsin


Il crollo dell’Unione Sovietica travolge tutto, anche il calcio. Le strutture saltano, le federazioni si moltiplicano, le identità si spezzano. A Mosca si discute, si litiga, si improvvisa. Nel giro di poche settimane si passa da una potenza calcistica consolidata a un’entità indefinita, sospesa tra ciò che era e ciò che sarà.

La soluzione trovata è temporanea, quasi emergenziale: nasce una selezione che riunisce giocatori provenienti dalle ex repubbliche sovietiche. Non è più l’URSS, non è ancora una somma di nazionali indipendenti. È qualcosa di intermedio, fragile, destinato a durare poco: la Comunità degli Stati Indipendenti.

Le pagine di Soccer International dedicate alla tournée della CIS negli Stati Uniti.



Dentro quello spogliatoio convivono storie e provenienze diverse. Ci sono ucraini come Oleksiy Mykhailychenko, elegante e intelligente, o Oleg Kuznetsov, difensore solido e affidabile. Ci sono russi come Viktor Onopko, destinato a diventare un punto fermo negli anni successivi, e Sergei Yuran, attaccante potente e diretto. E poi georgiani, bielorussi, giocatori cresciuti in un sistema unico ma ormai pronti a separarsi.

La prima storica formazione della CIS, scelta dal Ct Anatoliy Byshovets, in campo al Joe Robbie Stadium di Miami

Il debutto arriva lontano da casa, negli Stati Uniti. È una partita carica di simboli, ma anche di contraddizioni. La squadra scende in campo con i segni del passato ancora addosso: stessa bandiera, stesso inno, stessi riferimenti. Non c’è tempo per costruire un’identità nuova, e forse nemmeno la volontà.

Oleg Kuznetsov stretto tra Karl-Heinz Riedle e Stefan Effenberg



Tra i protagonisti di quella prima fase c’è anche Akhrik Tsveiba, autore del primo gol della nuova selezione, e Kakha Skharadze. Entrambi georgiani, entrambi simbolo perfetto della confusione del momento: rappresentano una squadra che, di fatto, non rappresenta più il loro paese.

L’inglese Tony Daley contrastato da Kakhaber Tskhadadze della CIS nell’amichevole di Mosca, terminata 2-2



Le amichevoli si susseguono tra America, Medio Oriente ed Europa, ma la sensazione è quella di un gruppo in transito. I risultati oscillano, le prestazioni non convincono fino in fondo. Più che costruire qualcosa, si cerca di arrivare pronti all’Europeo senza crollare prima.

Nel frattempo, il resto del mondo ex sovietico si muove. Le nuove nazionali iniziano a nascere, a giocare, a rivendicare spazio. L’Ucraina debutta, la Georgia pure, le repubbliche baltiche hanno già voltato pagina. È una diaspora calcistica che si consuma sotto gli occhi di tutti.

Olanda-CIS 0-0: Sergei Yuran in duello con Adri van Tiggelen



Quando la squadra arriva in Svezia, la trasformazione è completa almeno sul piano estetico. Niente più simboli sovietici: al loro posto una maglia neutra, una bandiera anonima, un inno preso in prestito. In campo, però, restano giocatori di livello, abituati a competere ai massimi livelli europei.

All’esordio contro la Germania segna Igor Dobrovolski su rigore, illudendo una vittoria che sfuma nel finale. Contro l’Olanda la squadra resiste, aggrappandosi anche alle parate di Dmitri Kharin, portiere reattivo e coraggioso. Ma è evidente che qualcosa non funziona fino in fondo.

L’ultima partita, contro la Scozia, diventa uno spartiacque. Serve vincere, ma la squadra crolla subito. I gol subiti arrivano presto, la reazione non c’è. In campo si vede una squadra svuotata, forse più mentalmente che fisicamente. Come se fosse impossibile chiedere a quei giocatori di rappresentare qualcosa che non esiste più.

Paul McStay e Alexei Mikhailichenko durante la partita finale di Euro 1992


Dopo quella sconfitta, l’esperimento si chiude. Senza strappi, senza continuità. La CSI scompare così come era nata: per necessità.

A raccogliere il testimone è la Russia, che eredita il posto nelle competizioni internazionali e una buona parte dei giocatori. Alcuni, anche non russi, scelgono di restare per opportunità sportive ed economiche. Tra questi Alexander Mostovoi, talento tecnico purissimo, o Valeri Karpin, destinato a una lunga carriera internazionale.

CSI a Euro ’92, le figurine Panini



Ma il nuovo corso è diverso, profondamente diverso. Lo si capisce nel 1994, alla vigilia del Mondiale negli Stati Uniti. Lo spogliatoio si divide, emergono tensioni legate a premi, sponsor, contratti. Giocatori come Andrei Kanchelskis o Igor Shalimov si espongono apertamente nella protesta. È un calcio che ha cambiato pelle, dove gli equilibri economici pesano quanto quelli tecnici.



Il torneo finisce presto, senza lasciare tracce significative, se non l’exploit individuale di Oleg Salenko, capace di segnare cinque gol in una sola partita e vincere la classifica marcatori.

Guardando indietro, quella breve esperienza della CSI resta un unicum. Una squadra piena di talento, ma priva di identità. Un gruppo di giocatori forti, abituati a vincere insieme, costretti però a separarsi mentre erano ancora in campo.

È stata una parentesi, certo. Ma anche uno specchio perfetto di quel momento storico: un tempo in cui tutto cambiava troppo in fretta, e in cui perfino una nazionale poteva esistere senza sapere davvero chi fosse.

Mario Bocchio


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