
Polonia-San Marino 1993, tra un’illusione spezzata e la storia dimenticata di Jan Furtok
Non doveva esserci partita. E invece, come spesso accade nel calcio, fu proprio lì che tutto iniziò a complicarsi.
Nel 1993 la Polonia inseguiva un posto al Mondiale americano con ambizioni concrete. Il girone era impegnativo – c’erano Inghilterra, Paesi Bassi e una Norvegia in piena crescita – ma l’inizio aveva acceso speranze reali. Non entusiasmo cieco, piuttosto la sensazione che quella squadra potesse davvero restare in corsa fino alla fine.

San Marino, invece, si presentava con un altro spirito. Quasi opposto. Difendere, resistere, limitare i danni. Nient’altro. La squadra di San Marino era composta in gran parte da dilettanti, con l’eccezione luminosa di Massimo Bonini, che portava in campo esperienza e misura.
Eppure la partita prese subito una piega inattesa.La Polonia attaccava senza ordine, come se il gol fosse una conseguenza naturale e non qualcosa da costruire. San Marino, invece, cresceva. Chiudeva gli spazi, ripartiva, prendeva coraggio. A poco a poco, l’idea dell’impresa smise di sembrare un’illusione.

Ci furono momenti in cui il risultato sembrò sul punto di cambiare davvero. Un salvataggio disperato, un’occasione enorme sprecata davanti alla porta. Bastava un tocco diverso, un istante più lucido, e oggi parleremmo di tutt’altra storia.
Quel tocco arrivò. Ma dall’altra parte. Un pallone basso attraversò l’area, veloce, sporco. Sul primo palo si inserì Jan Furtok, attaccante esperto, uno di quelli abituati a vivere sul limite tra anticipo e istinto. In una carriera lunga e concreta, aveva costruito il proprio nome lontano dai riflettori più grandi: simbolo del GKS Katowice, prolifico in patria, poi protagonista anche in Germania, dove con la maglia dell’Amburgo aveva saputo segnare con continuità, fino a diventare uno dei bomber più rispettati di quella stagione.

Non era un eroe improvvisato, dunque. Era un attaccante vero. E proprio per questo, forse, stupisce ancora di più ciò che accadde in quell’istante. Furtok arrivò per primo sul pallone. Lo sfiorò. Lo spinse in rete. Gol.
Tutto sembrò regolare, naturale, inevitabile. Ma non lo era.Riguardando le immagini, emerse il dettaglio: quel tocco non era stato pulito. La deviazione decisiva era arrivata con la mano, rapida, nascosta, quasi impossibile da cogliere dal vivo. Una furbizia. Un gesto istintivo. Una piccola eco della giocata resa immortale da Diego Maradona.
La partita finì 1-0. Senza gloria. E soprattutto senza futuro. Perché quella vittoria non costruì nulla. La Polonia si spense nelle gare successive, perdendo ritmo, fiducia, risultati. Il Mondiale sfuggì lentamente, senza nemmeno un momento preciso in cui dire: “è finita qui”. E così anche quel gol perse peso. Non diventò leggenda, non entrò davvero nella memoria collettiva del calcio. Rimase sospeso, come una storia raccontata a metà.
Per Jan Furtok, invece, restò. Eccome. Nonostante una carriera fatta di gol, di stagioni solide, di un Mondiale giocato nel 1986, di un ritorno a casa da protagonista anche fuori dal campo – prima allenatore, poi dirigente del suo club – quel gesto finì per oscurare tutto il resto.


Il programma della partita, a sinistra, e il resoconto sulla stampa polacca
E il destino aggiunse un ultimo, crudele paradosso. Negli anni successivi, una malattia gli portò via lentamente i ricordi. La memoria, proprio quella che il calcio conserva più a lungo, cominciò a svanire. Come se anche quella partita, quel gol, quella “mano” destinata a rimanere, dovesse infine dissolversi.

È morto nel 2024, nella sua Katowice.E forse, col tempo, la sua storia tornerà a essere ciò che era davvero: quella di un attaccante solido, concreto, spesso decisivo. Non solo l’uomo di un gesto. Perché in fondo, quella “nuova Mano de Dios” non cambiò nulla. Se non il modo in cui, per anni, abbiamo scelto di ricordarlo.
Mario Bocchio
